La Germania keynesiana della Cancelliere Merkel

La Germania è terra di cambiamento (di ‘innovazione’, direbbero alcuni). Tutti ricordano, o dovrebbero ricordare, che mai una volta nella vita del marco tedesco, dal 1948 al 1998, le autorità di politica economica di quel paese fecero ricorso alla svalutazione come strumento per la competitività, la quale fu sempre spinta dall’innovazione, cioè dalla volontà e dalla capacità di tradurre i risultati della ricerca in procedure, strutture organizzative, prodotti, produttività.

Oggi la Germania si riconferma terra aperta al cambiamento. Vinte le elezioni e formata una coalizione di governo che, nella visione di alcuni, avrebbe ‘liberato’ la Cancelliere Merkel dagli influssi malefici dei socialdemocratici e le avrebbe consentito di adottare politiche ‘liberiste’ (leggi: bilancio in pareggio), la Merkel stessa sceglie come Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, già Ministro degli Interni nella precedente coalizione da lei stessa diretta. E in una delle sue prime dichiarazioni alla stampa tedesca il Ministro delle Finanze sorprende molti (non noi) dichiarando che: 1 è sua intenzione aiutare la Germania ad uscire in tempi ragionevoli dalla crisi presente, e 2. L’idea di un bilancio in pareggio alla fine dei quattro anni di mandato è del tutto utopica.

Tradotte nel linguaggio della politica economica, le dichiarazioni del Ministro Schäuble sono il condensato estremo di un libro di macroeconomia keynesiana: la presenza di disoccupazione, tanto più se in crescita, richiama all’ordine la politica, impone l’abbandono delle ideologie, richiede la messa in moto di meccanismi di spesa che possano generare redditi crescenti attraverso il banale meccanismo del moltiplicatore della spesa. Certo, il particolare modello di intervento che il governo tedesco sembra privilegiare prevede l’alleggerimento del carico fiscale e non aumenti di spesa, ma allo stato presente delle cose non è forse il caso di andare troppo per il sottile distinguendo tra le dimensioni relative dei moltiplicatori del reddito. E poi, non è forse il modello Obama, che il Congresso ha benedetto nel febbraio scorso approvando un disavanzo aggiuntivo di 787 milioni di dollari? Ciò che veramente conta è che sia stata abbandonata l’ideologia venefica del bilancio in pareggio quando l’economia soffre, i disoccupati dichiarati si avviano a costituire il 10% della popolazione attiva, i prezzi sono in caduta, interi settori di attività stanno sperimentando ormai da quasi due anni una caduta della domanda senza precedenti nell’ultimo quarto di secolo, quando il settore automobilistico è ridotto a produrre sostanzialmente su commessa…

Due punti per qualificare quanto si è detto.

 1. I bilanci in disavanzo non sono né di destra né di sinistra. Coloro tra di noi che hanno memoria lunga sanno bene che questa è una lezione che ci insegnò il Presidente Reagan, artefice di grandi disavanzi del governo Usa per ben due mandati presidenziali. Oggi il Ministro Schäuble ce lo ricorda, e ne siamo ben felici. E allora che la si smetta di usare la dimensione dei disavanzi per identificare gli orientamenti ideologici dei governi e si parli del merito delle politiche economiche per la produttività e la crescita.

2. Fermo restando che è un bene per la Germania, per l’Europa e per il mondo che il governo tedesco adotti misure di stimolo alla crescita, è però anche vero che è un male, un grande male, che i governi nazionali dei paesi aderenti all’Unione europea, e quelli aderenti all’Unione Economica e Monetaria in particolare, procedano in ordine sparso. Giusto o sbagliato che fosse (giusto, a nostro avviso), l’obiettivo della riduzione dei deficit di bilancio adottato negli anni novanta dai paesi che avrebbero costituito l’UEM, era un obiettivo condiviso, adottato nella logica della condivisione del progetto di costruzione dell’Europa unita. In questa stessa direzione andava il patto di Stabilità di Amsterdam (giustamente, a nostro avviso). Oggi, di fronte alla crisi economica, la linea politica già adottata dal governo cinese nel novembre del 2008 e da quello statunitense nel febbraio 2009 non può essere replicata in Europa mediante iniziative nazionali. Questo è un fatto dal potere fortemente distruttivo del processo di integrazione europea, la negazione di quanto è stato fatto nei decenni, da Ventotene all’allargamento del Primo Maggio 2004.

Spendere, dunque, con bilanci in disavanzo; e procedere alla costituzione di elementi di autorità di politica fiscale che possiamo chiamare Europei.

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