Bene liberalizzare, ma temo si vogliano privatizzare i servizi

Intervista a Fabio Sdogati, sull’Unità del 7 gennaio

«Ho letto la proposta dell’Antitrust sulle liberalizzazioni, certo. Interessante… ma sono le cose di cui si discute da anni. Tutto giusto, condivisibile, eppure se non interveniamo con una politica europea di crescita non andiamo da nessuna parte perché per le liberalizzazioni servono anni e una concertazione seria con le categorie interessate e noi non possiamo permetterci di aspettare». L’economista Fabio Sdogati va cauto. E aggiunge: «Un anno fa dissi che sarebbe arrivata una recessione sanguinosa e oggi sono convinto che non durerà sei mesi, come sostiene l’Ocse, ma un intero anno».

Professore, non la convince la ricetta che l’Antitrust ha inviato al governo?
«Sono quarant’anni che leggo queste ricette. Le liberalizzazioni sono una cosa di cui questo Paese ha certamente bisogno, l’elenco fornito dall’Antitrust è completo e articolato, ma c’è un problema».

Legato alle resistenze fortissime dei gruppi che verrebbero toccati dalle liberalizzazioni?
«Certo e per questo l’operazione della politica dovrà essere molto graduale e tendere a trattare singolarmente con ciascuna categoria».

Nell’elenco figurano anche i servizi pubblici locali. Ma questo non è in contrasto con l’esito dei referendum sull’acqua, ad esempio?
«Questo è un aspetto che va approfondito perché anch’io ho avuto l’impressione che ci siano contrasti con quel referendum».

Dal punto di vista dell’economia quale sarebbe l’impatto di una tale mole di interventi, dal petrolio al gas?
«Noi stiamo assistendo ad una fase storica importante e se non si parte da qui non si capisce neanche il dibattito sulle liberalizzazioni. Questo attacco all’euro che va avanti da mesi avrà come effetto quello di ridurre i deficit pubblici anno dopo anno e quindi di liberare capitale finanziario che prima veniva usato per comprare i bot. Nel momento in cui si riduce l’emissione di debito pubblico, le banche si trovano in mano capitale da utilizzare in altro modo: sono convinto che in questa fase storica si vogliano cedere al privato una serie di servizi che fino ad ora sono pubblici. Le liberalizzazioni sono un fatto positivo, ma vuol dire imporre regole competitive e se non si eliminano gli Ordini professionali rischiano di essere un fallimento».

Il rischio è quello che si creino “cartelli”?
«Esattamente e lo abbiamo già visto con diverse categorie professionali. Per questo ritengo che queste dichiarazioni dell’Antitrust non siano molto utili in questa fase in cui tutti i gruppi sociali sono molto attenti a quale tipo di riforma li colpirà. Sono cambiamenti che vanno fatti con il tempo necessario, che impiegano anni e, soprattutto, che hanno bisogno di una fase economica meno sfavorevole di questa. Per affrontare questa crisi c’è bisogno di altro».

Di cosa?
«C’è bisogno di una politica europea di crescita perché siamo di fronte ad un ampliamento delle fasce sociali di povertà. La politica economica, non solo di Monti ma dell’intera Europa, è recessiva, questo bisogna dirlo con chiarezza. Spero che Monti e Passera con questo viaggio a Parigi riescano ad arrivare ad una contrattazione di una soluzione di politica economica che giochi d’anticipo rispetto alle liberalizzazioni. L’Europa entro tre mesi potrebbe cambiare il passo mentre le liberalizzazioni hanno bisogno di molto più tempo».

Anche perché l’Italia è un Paese dove non è facile liberalizzare.
«Il punto è proprio questo: non si possono coalizzare gruppi sociali su una battaglia di principio: le liberalizzazioni vanno affrontate con fasi di contrattazioni lunghe, separando gli interessi. Se si mettono insieme tassisti, avvocati, farmacisti, notai, non se ne esce più. L’intervento di questo governo dovrà essere lento e affrontare i problemi uno per volta, come si fa in una democrazia».

Spetta all’Europa correre?
«L’Europa è in recessione e quindi ha bisogno di una ripresa perché soltanto in una fase di ripresa generale il costo delle liberalizzazioni può essere sopportato. E bisogna avere la consapevolezza che ci sono momenti in cui, pur essendo giusto, intervenire non è opportuno perché le condizioni economiche renderebbero più difficile ottenere i risultati a cui si punta. Se voglio che una categoria sociale sia disposta a trattare devo farlo quando non è attanagliata dalla crisi».

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s