Con l’accordo di oggi, la Grecia ha salvato l’Europa

Adesso l’Europa si impegni a salvare la Grecia (e se stessa)Il Sole24 Ore oggi titola che si è scelto di salvare la Grecia. Eppure non è così. Il titolo di questo mio articolo non è invertito per errore rispetto a quello del Sole, ma perché esso rappresenta quello che è veramente avvenuto e quello che dovrà necessariamente avvenire se si vuole uscire dalla recessione in cui le scelte europee di politica economica hanno gettato la Grecia, l’Italia, la Spagna, l’area euro, l’Unione tutta.

1. La Grecia ha salvato l’Europa.
Tutti i quotidiani, tutti i commentatori, tutte le agenzie parlano di ‘bailout’, di ‘default disordinato’ che la troika avrebbe evitato, di ‘salvataggio della Grecia dal fallimento’. Non fosse per la drammaticità della situazione, verrebbe da ridere. Come si è cercato di argomentare ormai da molto tempo, e in diversi sedi, per capire se veramente si possa parlare di ‘Grecia salvata dal fallimento’, occorre partire da questioni solo apparentemente terminologiche: prima tra tutte, ovviamente, la definizione di ‘fallimento’.  Questo concetto si applica perfettamente alla condizione in cui si trova un’impresa privata quando dichiari di non poter più fare fronte ai propri impegni di debitore. Si tratta di una situazione poco piacevole tanto per il debitore che per il creditore, ma è pur sempre una situazione prevista e, di conseguenza, normata: esiste il diritto fallimentare, ed esiste una procedura giuridica fallimentare. I privati possono fallire.
E i governi, possono fallire i governi? La risposta è NO. Se, invece di trastullarsi con lingue ostiche, evitando in particolare espressioni quali ‘default’ e ‘bailout’, i nostri commentatori usassero la nostra lingua, saprebbero che i governi non ‘falliscono’ (e tanto meno falliscono gli Stati!), bensì ‘ripudiano’ il debito. Sì, lo ripudiano: decidono di non rimborsare i creditori, punto e basta. Esattamente come facevano i sovrani di alcuni secoli or sono, i quali non rimborsavano i propri debiti sulla base della teoria che non si trattasse di debiti propri, bensì di debiti del sovrano precedente. Debiti sovrani, appunto. Per i quali non è neanche prevista una procedura fallimentare.

Questo concetto, che dovrebbe essere ben compreso a governanti e loro consiglieri, è stato spiegato assai bene dall’ex Primo Ministro greco Papandreu all’inizio del novembre scorso quando, messo di fronte a nuove, ulteriori richieste da parte della troika, annunciò pubblicamente che era ormai sua intenzione ricorrere ad un referendum per avere dal suo popolo l’indicazione se accettare o meno le nuove condizioni. Molti ricorderanno le reazioni spaventate di gran parte della stampa e dell’opinione pubblica a questa prospettiva. Un importante giornalista economico di un grande quotidiano arrivò a parlare di ‘pruriti democratici’ del Primo Ministro greco!! Una reazione scomposta, quasi che ci si fosse finalmente resi conto che anche il governo greco conoscesse l’economia, e sapesse che il debito pubblico può essere ripudiato. Certo, il ripudio è frutto di una decisione politica di enorme gravità. Basti solo pensare che il potere coercitivo dell’apparato statale può essere imposto sui detentori nazionali del proprio debito, ma ovviamente non può esserlo sui non residenti. I quali anzi, con tutta probabilità, tenderanno ad allearsi per ottenere una ‘restituzione del debito’ che sia la meno svantaggiosa possibile. Ma tutto ciò non cambia, ovviamente, il senso di quanto stiamo dicendo. E’ impossibile dire se le leadership politiche europee non avessero capito che la crisi iniziata nel 2009 non era affatto ‘greca’, ma un attacco all’euro e alla costruzione europea o se, avendolo capito, decisero di parlare di ‘crisi greca’ nella speranza di poterla gestire come tale. Non lo sappiamo ora, e non lo sapremo mai. Fummo tra i primissimi a sostenere che la crisi era crisi dell’Europa, e non crisi greca. E il passar del tempo ci ha dato ragione. L’attacco all’euro è continuato, gli attacchi ai governi dei paesi membri si sono succeduti seguendo quasi perfettamente un modello ‘dal più piccolo al più grande’ – dove la dimensione del singolo paese veniva ovviamente ponderata dal rapporto debito/Pil, dalla potenza politica del paese, dall’aurea di rispettabilità del paese e del singolo governo. Mentre tutto questo accadeva, la crisi ha avuto effetti devastanti sull’immagine dei leader politici, e dei loro consiglieri economici, di gestire questa situazione. Abbiamo ancora una volta avuto bisogno del FMI, di viaggi a Washington, DC, di riunioni G20, della disponibilità di alti esponenti del governo cinese ad intervenire a favore… della Grecia e del Portogallo, nelle dichiarazioni di 12-18 mesi fa, e dell’Europa in quelle degli ultimi sei mesi. Ma la Grecia ha salvato l’Europa: il governo greco non ha ripudiato il proprio debito, è ‘venuto incontro’ alle banche e ai governi offrendo la propria disponibilità a negoziare, ed ha accettato sacrifici enormi per il proprio popolo pur di ottenere un risultato prezioso per tutta l’area euro e per l’Unione.

2. Ora l’Europa deve salvare la Grecia (e se stessa) da una recessione drammatica
Il costo che l’economia e il popolo greco hanno dovuto e dovranno sopportare per aver ridato dignità alla leadership politica ed economica europee è immenso. Nel 2011 il prodotto interno lordo greco si è ridotto del 7% rispetto al 2010 – continuando l’andamento iniziato nel 2009. Sappiamo che imprese esportatrici estere stanno chiudendo le loro sedi in Grecia per mancanza di domanda. Salari e pensioni hanno subito, e continueranno a subire, tagli dell’ordine del 30%. I tassi di disoccupazione sono ai livelli della Grande Depressione del 1929. L’emigrazione sta prendendo piede a livelli preoccupanti. Un istituto importante del sistema scolastico greco, la distribuzione gratuita di libri ai bambini delle elementari il primo giorno di scuola, è stato abolito. E si potrebbe continuare a lungo.
L’Europa ha un debito forte con la Grecia e il suo popolo. Occorre ora avviare un processo di investimenti europei, finanziati con l’emissione di obbligazioni europee, che avviino un processo di ripresa economica quanto meno in Grecia e Portogallo. Ma, ovviamente, Irlanda, Belgio e Italia sono soltanto apparentemente, e per ora, in condizioni migliori, come mostrano le previsioni sulla dinamica del reddito pubblicate il 24 gennaio scorso dal FMI.
E’ ora di cominciare ad abbandonare la pessima teoria secondo cui l’austerità fa crescere le economie. E’ vero il contrario, lo vediamo tutti: le fa entrare in recessione. E’ ora di pensare alla crescita.

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