Come funziona il libero mercato finanziario: la scandalosa storia della manipolazione del Libor

Sono passati esattamente cinque anni da quando BNP Paribas annunciò in una conferenza stampa appositamente convocata che tre dei suoi fondi non erano in grado di restituire le quote ai sottoscrittori: erano finiti i soldi. E di conseguenza  venne la crisi del credito, vennero i salvataggi con i soldi pubblici, venne l’attacco contro i governi perché la smettessero di spendere e tassare, così da ‘liberare’ capitale finanziario impiegato dai governi stessi affinché venisse restituito ‘al mercato’.

E adesso, dopo cinque anni, questo:

“One of the world’s biggest banks (Barclays) is on the hook for attempting to manipulate interbank borrowing rates. Another (HSBC) is accused of money laundering violations in Mexico alongside… private-banking tax offences. A third (JPMorgan) lost more than $5 billion on a misguided trading strategy. Quite apart from the damage done to the banks’ reputations, and the financial fallout for shareholders, one thing is clear: the ethics of banking are broken… there is some heartening balance in the news that the Co-operative Bank – which prides itself on ethical values – is finally set to approve its purchase of more than 600 Lloyds branches, tripling its size in the process. Might the balance of power be shifting towards ethical banking?”

Patrick Jenkins, Banking Editor del Financial Times, 18 luglio 2012

Ma è questo ‘il mercato’? E’ così che ci si immagina funzioni la ‘mano invisibile’?

Premessa

E’ noto a chi è del mestiere che la professione degli economisti è sostanzialmente divisa in due sottoinsiemi che, da almeno un secolo, sono in radicale disaccordo sul ruolo del governo nel funzionamento di una economia di mercato. Pur cosciente del rischio che i fautori del cosiddetto ‘libero mercato’ (una delle due fazioni in campo) gridino alla semplificazione eccessiva delle loro idee di fondo, mi azzardo a descrivere in breve le due posizioni suddette. Questa breve introduzione ‘teorica’ è indispensabile per capire che cosa sia il Libor, come funzioni concretamente un mercato particolare, e perché i giudici statunitensi vogliono veder chiaro negli affari di sette grandi banche, europee e statunitensi (personalmente non ho notizia di iniziative di portata comparabile in Europa).

Chiameremo neoclassici i sostenitori della tesi secondo cui il mercato è il migliore meccanismo di allocazione, conosciuto e pensabile, delle risorse. Con una immagine piuttosto semplificata, si può immaginare che tutti gli agenti presenti nell’economia esprimano i propri desideri e dichiarino i propri vincoli ad un supercomputer che, avendo registrato tutte le domande e tutte le offerte, ed essendo al corrente delle quantità e qualità delle risorse disponibili, computa il vettore dei prezzi che consentono di mettere in equilibrio domande e offerte, mercato per mercato. Ciò che consente al computer di individuare quali quantità sia ottimo produrre (e quindi consumare) è il fatto che esso lavora per approssimazioni successive a trovare il prezzo che, mercato per mercato, renderà quel bene particolare caro abbastanza da far scendere la quantità domandata e salire la quantità offerta, fino a che esisterà un solo prezzo e tutti gli scambi saranno realizzati a quello, mercato per mercato.

Ora, diremo che il mercato è ‘libero’ quando il supercomputer non subisce pressioni dall’esterno ed è libero di annunciare il vettore dei prezzi che genererà il massimo della soddisfazione possibile per i consumatori, il massimo dei profitti possibili per le imprese (che si assume siano in regime di concorrenza perfetta), e la piena occupazione di tutti i fattori della produzione. Meccanismo perfetto, dunque, a condizione che sia libero di funzionare. E che cosa potrebbe renderlo non libero? Quali sono i fattori che dall’esterno possono impedire che esso produca il migliore risultato economico possibile? La risposta, ancora ridotta all’osso ma corretta, è questa: lo Stato e il sindacato. E come si spiega questo ruolo di due istituzioni, lo Stato e il sindacato appunto, che nel sistema di valori di una enorme quota delle popolazione ricoprono un ruolo ‘positivo’? Semplice.

1.    Lo Stato. Nella visione neoclassica del mondo, il ruolo fondamentale dello Stato è quello  di garante del sistema dei diritti di proprietà. Tutto ciò che, in particolare in Italia, siamo abituati a vedere di statale nelle attività economiche, è elemento di disturbo al libero funzionamento del mercato e, di conseguenza, della libera impresa. Esempio? Ci si chieda: per quale ragione lo Stato dovrebbe finanziare la costruzione di una rete ferroviaria e, in seguito, sussidiare coloro che ne fanno uso come viaggiatori? Se vi fosse veramente domanda per il trasporto ferroviario, allora i viaggiatori (la domanda) sarebbero disposti a pagare un prezzo sufficientemente alto per i propri viaggi, alto cioè al punto di attivare iniziative private di costruzione e gestioni di reti ferroviarie. Se questa domanda non è soddisfatta dai privati è proprio perché lo Stato si è sostituito ad essi, producendo servizi che vende a prezzi più bassi di quelli di libera concorrenza, con ciò danneggiando irreparabilmente il meccanismo di allocazione delle risorse che, si è visto, è ottimo quando segue le regole del libero mercato.

2.    Il sindacato. Il sindacato dei lavoratori distorce il meccanismo di allocazione di mercato perché esso, riunendo le forze dei propri associati, è in grado di imporre un prezzo del lavoro più alto di quello che si avrebbe se il mercato fosse libero di agire sulla base del principio della produttività marginale: se ogni lavoratore si presentasse davanti a ciascuna azienda individualmente offrendo la propria capacità lavorativa ad un prezzo sufficientemente basso, allora tutti i lavoratori potrebbero trovare impiego al salario corrente. Se, invece, essi si associano, allora non tutti potranno trovare lavoro, poiché il salario che il sindacato impone all’impresa è più alto di quello che corrisponde al valore del prodotto marginale del lavoro. [Che quanto detto valga perfettamente e simmetricamente per le associazioni di imprese è drammaticamente ovvio, ma questo non viene mai sottolineato dagli economisti neoclassici.]

Il Libor

Passiamo ora a parlare di un mercato particolare, quello del credito. La rappresentazione più semplice del ‘mercato del credito’ è quella di una persona che si rechi in banca per chiedere un mutuo ipotecario per l’acquisto di una abitazione. Trascurando qui tutti i dettagli relativi al processo che conduce alla erogazione del credito (ammesso che avvenga, cosa assai difficile in questo periodo ‘di crisi’ in cui le banche rifuggono quanto più possibile dall’erogare credito), un elemento comune alla grande maggioranza dei contratti è il fatto che il tasso di interesse a carico del mutuatario è uguale al Libor aumentato di un qualche punto percentuale. Il Libor non è contrattabile, il ‘di più’ in qualche misura lo è, poiché dipende dalla banca. E da dove viene, il Libor, questo mostro sacro che costituisce il valore di riferimento per una quantità enorme di transazioni per valori di migliaia di miliardi di Euro?

‘LIBOR’ sta per ‘London Inter Bank Offered Rate’, ed è il tasso di interesse che alle 11:30 di ogni mattina di giorni lavorativi la British Bankers Association annuncia come il ‘tasso di mercato’ relativo alle scambi tra banche sul mercato di Londra. Che cosa c’è di meglio per esemplificare il funzionamento del libero mercato? Quello di Londra, è noto, è un mercato finanziario molto grande, liquido, sul quale vengono scambiati titoli dalle caratteristiche più varie e per ammontari molto grandi; l’annuncio viene da una associazione di grande tradizione; e avanti così per decenni. Fino a che:

“One of the world’s biggest banks (Barclays) is on the hook for attempting to manipulate interbank borrowing rates.” (Cfr. Patrick Jenkins sopra).

Che cosa vuol dire che una banca manipola il Libor? Il Libor è, ovviamente, una media. Ma come è costruita questa media? Secondo il racconto del Signor Zombanakis (un greco!!) al New York Times pubblicato il 6 luglio 2012 il Libor nacque quando, dovendo decidere quale tasso di interesse far pagare ad un consorzio di banche iraniane per un prestito di ottanta milioni di dollari, il Signor Zombanakis chiamò al telefono le banche del consorzio erogante e chiese loro a quali tassi stessero trattando quel giorno. E chiese loro di farglielo sapere entro le undici del mattino. Ricevute le informazioni richieste, il Signor Zombanakis computò la loro media, chiamò tale media Libor, e la usò come base per contrattare con la controparte iraniana.

Chiediamoci ora: è possibile immaginare un frutto più puro del funzionamento del libero mercato? Personalmente, ritengo sia difficile: in fondo esso è la media dei tassi contrattati tra banche su di un mercato, quello londinese, sofisticato, liquido, nel quale le differenze tra tasso e tasso riflettono differenze nelle condizioni a cui avviene il prestito, la durata, le ‘garanzie’, la qualità (percepita) delle controparti….. Un gioco perfetto di domanda e offerta, apparentemente.

Apparentemente. Sembra infatti oggi, con il senno di poi, che sarebbe stato necessario chiedersi: esiste la possibilità che le banche che forniscono i dati che entrano nel calcolo del Libor possano manipolarli a proprio vantaggio? La risposta è, ovviamente, positiva: se il numero di elementi che entrano nel calcolo della media è sufficientemente basso (cioè se il numero delle banche che li forniscono è sufficientemente basso), allora il ‘peso’ di ciascuna banca è tale che le sue informazioni avranno un impatto non trascurabile sulla media.

E allora? Beh, supponiamo che io (una delle banche le cui informazioni contribuiscono al calcolo del Libor) sappia che nel pomeriggio di un certo giorno chiuderò un contratto (o mille) come prestatore, contratto che prevede come base di riferimento il Libor: allora avrò interesse a contribuire al calcolo della media tramite un tasso di interesse alto; se, d’altro canto, dovessi invece essere un prenditore a prestito, allora vorrei che il Libor fosse relativamente basso e, per quel che potrò, farò in modo che lo sia.[1]

Si pone dunque, ovviamente, il problema del controllo: come può la società, cioè l’universo dei prestatori e dei prenditori a prestito, il cui tasso di interesse dipende dal Libor, assicurarsi che il Libor sia una rappresentazione quanto più possibile ‘veritiera’ delle condizioni generali di mercato? Nei sistemi a democrazia rappresentativa come li conosciamo la risposta è ovvia: assicurandosi che esista, e possa funzionare, un regolatore il quale abbia in mente, cioè nel suo statuto, la salvaguardia degli interessi di tutti. Ma: “The BBA represents the interest of big banks, said Andrew Hilton, the director of CFSI, a London-based research center. It does not represent the interest of borrowers or the financial system at large.” (NYT, 6 luglio 2012)

E’ chi è questo regolatore, nel caso del Libor? La risposta è drammatica: nessuno!  E’ infatti la British Bankers Association che produce quotidianamente il Libor, cioè una associazione di interessi privati. Il che non sarebbe affatto una cosa scandalosa se esso non venisse utilizzato come standard di riferimento per milioni di contratti, per un ammontare di oltre cinquecentomila miliardi di dollari! (NYT, 6 luglio 2012).

Per quanto vi siano ragioni a iosa per essere disturbati da tutto questo, della cosa veramente grave non abbiamo ancora detto. Secondo quanto si legge dal sito della BBA, il gruppo di banchieri incaricato dall’associazione stessa di stabilire il Libor è chiamato ‘Foreign exchange and money market committee’. E gli incontri di questo comitato sono aperti a regolatori e banchieri centrali di molti paesi. Riportiamo di seguito un piccolo stralcio preso da un report (ancora in versione preliminare) pubblicato da poco dal Treasury Committee del parlamento inglese, non proprio tenero nei confronti di alcune di questeauthorities (Bank of England e FSA in primis):

“The evidence suggests that the Bank of England was aware of the incentive for banks to behave dishonestly, yet did not think that dishonesty was occurring. Nor did it appear to have asked the FSA to check to see if such dishonesty was occurring. With hindsight this suggests a naivety on the part of the Bank of England. They were certainly relatively inactive. This confirms evidence from other Treasury Committee inquiries of the dysfunctional relationship between the Bank of England and the FSA which existed at that time to the detriment of the public interest. […] Unlike the Bank of England, the Financial Services Authority was the prudential regulator. Its shortcomings at this time are therefore far more serious.”  [2]

Ammesso pure, come si legge sopra, che si sia trattato di ‘ingenuità’ da parte della BoE, è legittimo immaginare che forse, a qualche altro regolatore, o banchiere centrale, avrebbe anche potuto sorgere il sospetto che le attività del comitato ‘per i mercati monetari e valutari’ avrebbero potuto aver bisogno di un occhio pubblico, più attento. Tutt’altro: le banche centrali usano il Libor come tasso di riferimento quando intervengono sui mercati!

Abbiamo visto un esempio di come funziona ‘il libero mercato’. In sintesi: alcune grandi banche fissano uno dei tassi di interesse più importanti per famiglie e imprese di  tutto il mondo; la loro associazione è la sola a controllare i meccanismi di formazione di quel tasso; regolatori e banchieri centrali ritengono, per decenni, che questo processo non abbia bisogno di supervisione, controllo, regolazione. Proprio un “cozy club”, come lo definisce il NYT, quello dei banchieri della BBA.

[1] E’ forse utile ricordare che deviazioni del Libor dal tasso medio ‘vero’ alla seconda cifra decimale (punti base) può fare una grande differenza nell’ammontare dei profitti (e delle perdite altrui) generati da una operazione finanziaria di qualche rilievo.

[2] House of Commons, Treasury Committee: “Fixing LIBOR: some preliminary findings” (pp. 44-45). Pubblicato il 9 Agosto 2012.

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