L’ Europa tra sogno di integrazione e distruzione mediante austerità

La sensazione di smarrimento di molti di fronte al concetto di ‘Europa’ è un fatto completamente nuovo dopo decenni in cui ci era sembrato che il processo di formazione di un’Europa unita fosse ineluttabile. Si tratta di uno smarrimento giustificato. Oggi, a sette anni dall’inizio della crisi del credito e, a seguire, della grande recessione, molte persone di età inferiore ai 25 anni probabilmente non sanno neanche cosa fosse, ‘il sogno europeo’. Peraltro, quegli stessi che a metà anni novanta criticavano in maniera acerba la scelta della moneta unica sostenendo che essa avrebbe ‘distrutto l’italia’, oggi sono ancora più irresponsabili perché sostengono, in maniera subdola o urlata, che l’Italia dovrebbe ‘uscire dall’euro’. E tutto questo mentre molti di coloro che nel sogno avevano creduto restano attoniti di fronte alla piega che le cose hanno assunto, alla volontà disgregatrice del personale politico degli stati membri, ai tassi di disoccupazione già enormi e in aumento, all’emigrazione giovanile, alla perdita di competitività di gran parte dell’industria europea, alla deindustrializzazione che, di fatto, non si riesce a rimpiazzare con alcunchè. È dunque tempo di riflessione. È tempo di sgomberare il terreno da idee improvvisate, analisi da supermercato, slogan che di analiticamente fondato hanno poco o nulla.

Il sogno che fu

Il ‘sogno europeo’ non è facilmente definibile. Originariamente esso era, per gli italiani come per molti europei, la voglia di uscire dalle divisioni e dalle guerre, il sogno della pace sempre troppo breve e del benessere da sempre riservato a troppo pochi.

Dal punto di vista economico, il sogno consisteva nella ricerca di condizioni migliori entro cui potesse avvenire la produzione, un mercato grande che, secondo gli insegnamenti di Adam Smith, favorisse con la crescita dimensionale dei mercati la crescita della produttività, la disponibilità di merci e servizi per tutti i residenti dei paesi membri a prezzi accessibili, opportunità di occupazione e di istruzione per molti se non per tutti. Il primo passo rilevante in questa direzione fu la costituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio nel 1951 a Parigi; vennero poi il Trattato di Roma e la costituzione della Comunità Economica Europea (CEE); e la costituzione di un’area doganale comune, con abolizione di tutti i dazi tra paesi membri, nel 1968. Le economie crescevano, il benessere si diffondeva, e con esso l’istruzione e la mobilità sociale. Nuovi paesi chiedevano di entrare a far parte della CEE, e nel 1995 i sei membri che avevano firmato il trattato di Roma erano diventati quindici.

E arrivò Maastricht

Con il Trattato di Maastricht del 1992 volevamo costruire una forma di ‘cooperazione rafforzata’, vale a dire un progetto che coinvolgesse paesi che intendevano procedere speditamente verso un obiettivo di Europa integrata. Si trattava di una adesione volontaria, e l’Italia decise di aderire. Sarà bene ricordare a coloro che fanno finta di dimenticare che a quel tempo il governo italiano aveva un  deficit pari al 10,6 % del prodotto interno lordo, che il governo stesso aveva grandi difficoltà a finanziarsi sul mercato internazionale se non pagando tassi di rendimento del 10-15%, che l’inflazione aveva valori comparabili a quelli dei rendimenti delle obbligazioni governative: un governo che fu costretto a svalutazioni drammatiche per ridare competitività (artificiale) ad un apparato produttivo altrimenti assai poco competitivo, fatto di imprese incistate in settori iperprotetti, per esempio dall’Accordo Multifibre, imprese che coesistevano con imprese produttive e competitive sul piano internazionale, ma venivano penalizzate dagli alti costi delle importazioni di beni intermedi a causa delle svalutazioni ricorrenti.

Non dirò che, viste le condizioni generali dell’economia italiana, del suo governo e del suo apparato industriale, l’adesione a Maastricht fosse obbligata: dirò che essa fu un atto intelligente e responsabile.

Che cosa mancava al Trattato per garantirci una crescita sostenibile?

Sapevamo molto bene, noi economisti, che stavamo cercando di costruire uno ‘stato’ europeo sul modello degli stati nazione così come li conoscevamo, la cui origine si fa risalire al Trattato di Westfalia del 1648, mediante un processo di trasferimento di poteri dagli stati nazione al costituendo ‘stato europeo’. Sapevamo molto bene che il modello di stato nazione moderno prevede, per essere funzionante, quattro pilastri per il governo dell’economia: la politica commerciale, la politica monetaria, la politica del cambio, la politica fiscale. I paesi che volevano aderire all’area euro (come tutti quelli che aderivano alla UE) avevano rinunciato al controllo autonomo delle proprie politiche commerciali a partire dal 1968 o dalla data di adesione all’Unione. Aderire al Trattato di Maastricht richiedeva la rinuncia alla conduzione di politiche monetarie nazionali autonome, e infatti aderimmo al progetto di costituzione di una banca centrale unica e di una moneta unica per tutti i paesi membri. E sapevamo molto bene che le politiche di svalutazione competitiva che avevano dato fiato artificiale a tante imprese italiane non sarebbero più state possibili. Infine, sapevamo molto bene che, affinchè lo ‘stato europeo’ potesse funzionare ad immagine e somiglianza di uno stato nazione, avrebbe dovuto avere un governo, vale a dire una entità che avesse l’autorità di spendere e di tassare. Ma questo i governi nazionali non lo vollero, perché nessun gruppo dirigente politico fu disposto a rinunciare al proprio potere esclusivo di spendere e tassare sul territorio di propria competenza.

La crisi del 2009: eccesso di debito pubblico o deficit di governance europea?

La voglia di proseguire sul sentiero dell’integrazione europea aveva cominciato a venire meno con  la fine della presidenza Prodi e l’avvento della presidenza Barroso, molto più attenta quest’ultima a prestare attenzione ai dictat dei governi dei paesi membri che non a limitarne le richieste nazionaliste e. quindi, disgregatrici. E quando nel 2009 l’agenzia di rating Fitch attaccò il governo greco declassandone il debito, la reazione di molti governi dei paesi membri dell’area euro fu: ciascuno per sé. Appoggiandosi a modelli economici e modi di pensare ostili al processo di integrazione europeo, i governi finlandese, olandese, tedesco, italiano, il personale politico stesso della Commissione, sostennero che la crisi era dovuto ad un eccesso di debito di alcuni governi nazionali, e che la soluzione alla crisi sarebbe venuta dalla riduzione di quei i debiti. Parallelamente, il personale politico della banca centrale europea rifiutava di fare la banca centrale, e cioè di contrastare gli attacchi speculativi contro i governi dei paesi membri, lasciandoli con ciò in balìa dei ‘mercati’, appunto. I nomi sono noti a tutti: Barroso, Rehn, Trichet, Merkel, Sarkozy, Monti. Già nel 2011 George Soros denunciava l’atteggiamento antieuropeo delle èlite politiche nazionali quale ragione profonda del permanere e dell’aggravarsi di una crisi che avrebbe potuto essere stroncata sul nascere mediante politiche monetarie a difesa, non a sostegno, dei bilanci pubblici, come stava facendo e avrebbe fatto la banca centrale statunitense, e di programmi centralizzati di spese a sostegno della crescita, come faceva e avrebbe continuato a fare il governo statunitense!

L’austerità uccide l’economia, non è vero che ne risolva i problemi

Oggi, a quasi cinque anni dall’esplosione della cosiddetta ‘crisi greca’, quella crisi che secondo l’ideologia imperante avrebbe dovuto essere risolta mediante la riduzione dei debiti dei governi dei paesi membri dell’area euro, notiamo che praticamente tutti i governi hanno debiti maggiori di quelli che avevano allora. In tabella sono riportati i dati incontrovertibili degli effetti dell’austerità sull’economia del nostro paese:

31.12.2009

31.12.2013

Aumento

(1)  Amministrazioni pubbliche, debito lordo (valore)

1.769.257,93582 €

2.067.489,61480 €*

298.231,67898

(2)  Amministrazioni pubbliche, debito lordo (% GDP)

116.4%

134.7%*

+18.3%

Fonte: Banca d’Italia (1) e EUROSTAT (2); *Dati non definitivi

Il debito del governo italiano è ben oltre il 130% del prodotto interno lordo, eppure il differenziale di rendimento tra decennali pubblici italiani e tedeschi non è stato così basso dal 2006: forse che non vale più l’antica legge secondo cui chi è più indebitato è più rischioso, e dunque deve pagare un rendimento più alto!?

Mentre i mercati finanziari godono, evidentemente, di questa situazione, come dimostra il corso dei titoli azionari dal 2011 ad oggi, l’economia reale soffre da morire. L’economia reale, quella fatta di produzione, consumi, investimenti, occupazione e benessere, quella economia soffre da morire. Abbiamo tassi di disoccupazione mai visti in decenni; molti tra coloro che non trovano lavoro si ritirano volontariamente dal processo di ricerca di una nuova occupazione; il numero di giovani che non lavorano, non studiano, non seguono corsi di formazione sta crescendo paurosamente; un numero crescente di neolaureati emigra direttamente dopo la laurea senza neanche provare a fermarsi qualche anno nel nostro paese. Il risultato di tutto ciò è che per i giovani l’Europa rappresenta sempre meno un sogno  di crescita economica e civile, un’Europa che essi non vedono più come un esempio di benessere crescente e diffuso, miglioramento della qualità della vita, estensione dei diritti di cittadinanza, garanzia di pace e progresso condiviso.

Occorre dunque ricostruire per loro, e per noi, quel sogno. Dobbiamo abbandonare parole d’ordine vacue e dannose, e far ripartire quei processi di crescita delle nostre imprese che solo innovazione di prodotti e di processi può produrre. Dobbiamo formare il nostro personale alla gestione di questi processi di innovazione e internazionalizzazione, ‘managerializzare’ le nostre imprese di dimensioni minori, costruire associazioni di filiera in cui sia possibile condividere esperienze e, perché no, strutture, canali di distribuzione, luoghi produttivi, magazzini. Perché l’imperativo categorico non è non lasciare debiti eccessivi alle prossime generazioni: l’imperativo è lasciare loro un paese in crescita, pieno di opportunità di investimento, dove sia possibile avere lavori soddisfacenti, ben pagati, altamente produttivi, dove il livello di istruzione sia alto e in crescita e la qualità della vita crescentemente migliore.

Dobbiamo avere un governo che la smetta di giocare con imu e mini-imu, con ideucce quali il finanziamento della spesa mediante l’adeguamento del canone televisivo e con ‘spending review’ tanto incomprensibili ai più quanto dannose all’economia perché recessive –senza ridurre il debito!!

Un governo che riconosca finalmente la dimensione del disastro che gli austeri e i loro chierici hanno prodotto e che, basandosi sulla buona teoria economica, si decida ad aumentare la spesa e, per mantenere il pareggio di bilancio, trovare le necessarie coperture a valere su quell’1% di patrimoni che sono cresciuti enormemente grazie agli austeri. Aumentando, ad esempio, quella spesa pubblica per ricerca e sviluppo che è tanto bassa in rapporto al pil sia rispetto a quella del governo svedese che a quella del governo cinese.

È su queste basi che ricostruiremo il sogno europeo. Stando dove decidemmo di stare ventidue anni fa.

Link alla versione pdf

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