FED e BCE; Stati Uniti ed Europa; Buona e Cattiva Economia

Non è vero che l’economia sia una scienza triste. Triste è toccare con mano che la buona teoria economica esiste e viene usata, negli Stati uniti, per la crescita, l’occupazione e il benessere nello stesso momento in cui altrove, in Europa, a scanso di equivoci, essa viene ignorata. Ignorata a favore di una ideologia chiamata volta a volta austerità, riforme strutturali, flessibilità del mercato del lavoro. E via ingannando.

Oggi, 15 luglio 2014, la Presidente della banca centrale statunitense ha presentato al Committee for Banking, Housing and Urban Affairs del Senato del Congresso degli Stati uniti il proprio rapporto semestrale sulla politica monetaria. Normale. Normale la scadenza, normale il contenuto. Quello stesso contenuto che insegniamo nelle Università, niente di trascendentale. Alcuni esempi (traduzione mia, chi non la ritiene fatta in buona fede perché austero, vada a leggersi l’originale).

1. Dice il presidente della banca centrale tedesca: I tassi di interesse sono troppo bassi. Dice la Presidente della banca centrale statunitense: “Anche quando riterremo che sia arrivato il momento di alzare I tassi di interesse, pensiamo che passerà un lasso di tempo considerevole prima che noi li si riporti a livelli storicamente normali”. Traduzione: va bene così, sono bassi, ma ad alzarli non ci pensiamo neanche, per ora.

2. Dicono i profeti dell’austerità (salariale, ovviamente): occorre procedere ulteriormente sulla via della riforma del mercato del lavoro. Dice la Presidente della banca centrale statunitense: “Non siamo ancora neanche al punto in cui i salari stanno crescendo ad un tasso che potrebbe generare inflazione. Di fatto, i salari reali sono venuti crescendo meno della produttività; ciò che abbiamo visto, piuttosto, è una redistribuzione del reddito a sfavore del lavoro e a favore del capitale”.

Basta con le citazioni. Noi, oggi, in Europa, siamo di fronte a questo problema drammatico: abbiamo un tasso di disoccupazione mai visto prima; abbiamo una dinamica degli investimenti che, siamo certi, non potrà garantire alla prossima generazione una base produttiva industriale adeguata a consentire livelli di qualità della vita dignitosi; abbiamo un debito pubblico in crescita, in assoluto, non solo in rapporto al pil!! E questi sono i risultati delle politiche di austerità. Non dell’Europa, come si sente dire, ma delle politiche volute dagli austeri. Non dall’Europa. E oggi, senza neanche dover far ricorso alla buona teoria economica, al moltiplicatore keynesiano della spesa, alla propensione marginale al consumo, senza neanche far ricorso a questi concetti elementari, possiamo dire agli austeri: ma siete almeno capaci di copiare, di guardare, come si dice, dall’altra parte dell’Atlantico?

La risposta, ovviamente, è che sarebbero capaci di copiare. Ma non vogliono. Punto. E in questa valle di lacrime ci rasserenano un poco, solo un poco, le parole di Junker: i membri dell’Unione Europea non sono 28, 28 stati, come sembrerebbe. Sono 29. Il ventinovesimo? La disoccupazione. 25 milioni di disoccupati sono uno Stato.

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