Di giudici, di sovranità, di default, di saper di che cosa si parla

Lo scorso 31 luglio un amico mi ha segnalato un tweet di qualcuno che non seguivo. Ecco il testo: “When sovereign countries default on sovereign debt after a foreign judge orders them what to do, are they STILL sovereign?” (profilo Twitter: @EconomistAnon). Bellissimo quesito. Mi chiedo: come potrei discutere di queste questioni con i miei studenti, in italiano? E quindi, come verrebbe tradotto in italiano questo testo? Probabilmente così: “Quando Paesi sovrani fanno default sul proprio debito sovrano dopo che un giudice straniero ha ordinato loro che cosa fare, sono ancora Paesi sovrani?”.

Bene, quel ‘fanno default’ mi disturba. Perché non si capisce cosa voglia dire, ‘fare default’. Ed evidentemente non sono il solo io a non capire, se è vero che negli ultimi dieci giorni ho letto, oltre all’espressione ‘l’Argentina fa default’, espressioni (presumo) equivalenti quali  ‘L’Argentina è caduta in default’; ‘L’Argentina è stata costretta al default’; ‘Argentina in default’; ‘Il giudice ordina il default dell’Argentina’; ‘..[le agenzie di rating] dichiarano il default tecnico..’.

Sorge qui, o dovrebbe sorgere, un quesito spontaneo: ma che cosa è questo (o questa) default, che si può fare, ci si può cadere, può essere dichiarato/a, si può essere costretti a farlo/a, può essere tecnico (e quindi, presumibilmente, anche non tecnico: politico, allora?). Chi si è azzardato a tradurre il termine in italiano ha quasi sempre usato la parola ‘fallimento’. Ma è vero, si tratta di un fallimento? E si si, di chi?  E se no, che cosa è allora?

Per rispondere a questi quesiti userò uno script (!!) che sono venuto affinando in aule e interventi pubblici fin dal lontano 2009, quando si cominciò a parlare di ‘default della Grecia’. Sperando che l’ironia che sottende lo scambio non venga interpretata come offensiva nei confronti dello ‘studente’: si tratta di un metodo per scomporre in sottoinsiemi gestibili un problema complesso, inutilmente complesso, nulla di più.

Studente: “Prof., ma cosa succede se l’Argentina fa default?”

Prof: “Fa che cosa, scusi?”

Studente: “eh, fa default.”

Prof (in tono serio ma simpaticamente provocatorio): “Scusi, vuol forse dire cosa succede se l’Argentina fallisce?”

Studente (guardando il prof come fosse un povero demente): “ecco, si, se fallisce, esatto.”

Prof: “ma l’Argentina non può ‘fallire’, come potrebbe un Paese fallire!?”

Studente: “Come non può fallire, lo dicono tutti!”

Prof (con tono saccente): “Vede, quello del fallimento è un istituto regolato dalla normativa dello Stato sovrano. Nel nostro Paese possono ‘fallire’ le imprese, e questo istituto è regolato dal Codice Civile. Un’impresa fallisce quando essa viene dichiarata tale dall’autorità competente dopo aver accertato che essa non è più in grado di far fronte alle proprie obbligazioni. Ma come può un Paese fallire? Un ‘Paese’ non ha obbligazioni! È il governo che assume obblighi quando emette obbligazioni, non il ‘Paese’! Io, e tanti italiani come me, posseggo obbligazioni emesse dal governo italiano, e Le assicuro che sono una parte di questo Paese che è in credito con il proprio governo.”

Studente (sguardo perso, perché intuisce che la storia non sta esattamente come gli avevano fatto pensare che stesse): “??”

Prof (tono sempre più irritante, sa di star recitando ma lo spettacolo deve proseguire): “Oh, ora capisco, forse Lei intendeva dire ‘che cosa succede se il Governo argentino fallisce’?”

Studente (illuminandosi): “Certo, proprio così, che cosa succede se il Governo argentino fallisce!”

Prof (che ha il pesce nella rete, anche se evidentemente un pesce intelligente, come mostra il fatto che sta seguendo un percorso logico del tutto nuovo per lui): “Ma, vede, un Governo non può fallire! Il Governo è sovrano, e il Sovrano non fallisce! Come potrebbe fallire, lui che ha il potere sovrano di imporre ai propri sudditi il carico fiscale che crede più opportuno per fare fronte alle obbligazioni che si è assunto? Lui che ha il potere di esiliare i propri creditori, lui che ha il potere per ripudiare il debito del proprio padre quando questi gli lascia il trono!?”

Studente (che ora comincia ad irritarsi): “Ma allora, scusi, perché ne parlano tutti!?”

Prof (sereno): “Questo non lo so davvero. Ciò che so, però, è che non vi è alcun bisogno di parlare come gli altri, e in particolare come coloro che infilano in un discorso in italiano una parola in inglese. Sa perché lo fanno? Perché non conoscono la parola italiana, e quindi non capiscono neanche quella inglese. Sa che cosa fa in italiano, un governo che ‘fa default’? Ripudia il proprio debito. Punto. Dice: caro Prof., lei ha acquistato obbligazioni che io ho emesso, e adesso che vuole? Che gliele rimborsi in denaro sonante? No. Non pago. Ripudio quel debito. Perché io sono il Sovrano.”

Studente: “ma non è giusto!”

Prof: Possibile. “Ma non Le hanno insegnato che la giustizia non è di questo mondo!?”

Studente: “E poi io non l’ho mai sentito dire, ‘ripudio del debito’!”

Prof (opportunisticamente): “Bene, credo che abbiamo chiarito un punto importante. Le auguro una buona giornata. Domani potremo finalmente cominciare a parlare di sovranità, politica ed economica, di ripudio del debito, della differenza che corre tra ripudiare il proprio debito ed il costo in cui si potrebbe incorrere per farlo. Vale a dire, di Stato e mercato. Domani. Quando avremo capito il significato di almeno alcune delle parole che usiamo.”

“Come parla! Come parla! Le parole sono importanti. Come parla!”

Nanni Moretti, Palombella rossa, 1989

“I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno.”

Josè Saramago, Di questo mondo e degli altri, 1966-1969

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