La trappola dell’Austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa. Di Federico Rampini

Nel prepararmi a scrivere queste riflessioni ho voluto rileggere la sola altra recensione che www.scenarieconomici.com abbia messo a disposizione dei propri lettori: quella del libro di Jaques Attali, Come finirà?, pubblicata l’otto dicembre 2010. L’ho fatto per tante ragioni che è inutile elencare, poiché diventeranno chiare al lettore mano a mano che procederà nella lettura. Debbo però quantomeno attirare l’attenzione sulla differenza tra i due titoli: inquisitivo Attali, perentorio e definitivo Rampini. Entrambi libri di valore.

Rampini è giornalista che raramente ha smussato, ammorbidito, meno che mai nascosto il proprio pensiero. E non si tradisce ora: il suo titolo è definitivo, non lascia adito a dubbi, fa subito sapere che qui si discute di una tesi precisa, qui si assegneranno delle responsabilità. E un libro che, per quanto piccolo di volume, presenti una tesi non ambigua fin dal suo titolo non può che piacermi. Voglio dire (per ora): non sto dicendo che mi piace il contenuto che il titolo preannuncia. Mi piace il fatto che il libro abbia una tesi, che non preannunci descrizioni complete e inconfutabili perché basate sui ‘fatti’. Mi piacciono molto libri ed articoli che abbiano una tesi, mi piacciono talmente tanto che alcuni tra i miei studenti migliori mi prendono in giro dicendomi che sono ossessionato, che non leggo nulla che non preannunci una tesi. È vero. Ed è questa la prima ragione per cui ho preso in considerazione questo libretto. (Tralascio di far notare che quella parola in inglese in un titolo in italiano ci sta proprio male. I miei studenti non lo farebbero.)

Poi il sottotitolo. Che mi piace anch’esso, mi piace perché identifica senza mezzi termini l’austerità come ideologia. Coincidenze: mentre sto scrivendo mi cerca una testata, vuole un’intervista, il giornalista ad un certo punto dice testualmente: “Ma ormai questa dell’austerità non è altro che un’ideologia!” Testuale. E vero. Rampini non è il solo a pensarlo, ci sono altri, tanti altri che lo pensano. E mi vengono in mente le cento scene della fine di un mio discorso in pubblico, quando le persone mi avvicinano e mi dicono: “Prof., io la penso come lei, ma perché non lo dice nessuno?” Semplice: non è vero che non lo dice nessuno, è vero che la buona teoria economica, che fa drammaticamente il paio con il buon senso, viene oscurata dalla politica e dai mezzi di comunicazione di massa. Su questo, scriveremo presto un altro pezzo. Per ora sia sufficiente sapere che sono tanti a pensare sulla base della buona teoria economica: ma non hanno l’orecchio dei principi europei –o quello del Corriere della Sera, tanto per menzionare qualcuno.

Vero è che il sottotitolo racconta solo metà della storia. Poiché vi si dice che l’ideologia del rigore blocca la ripresa, il che è vero,ma non dice che essa è anche la causa della situazione drammatica in cui l’Europa si trova. Non sto dicendo, ovviamente, che il cosiddetto rigore abbia causato la crisi all’origine di questa stagnazione: lo sa bene chi legge scenari, che sostengo dal 2008 con chiarezza che la crisi fu anzitutto crisi bancaria e finanziaria, crisi del credito, e che solo nel 2009 il vento fetido dell’ideologia dell’austerità fu fatto trionfare sui bisogni reali dell’economia e del popolo europeo (e greco primo tra tutti, non dimenticheremo mai). Si, perché in quel 2009 si volle dare ad intendere al popolo europeo che la crisi c’era perché i governi spendevano troppo per la sua salute, la sua istruzione, la sua pensione. Incredibile. Una delle più grandi truffe ideologiche a memoria (mia).

Ma, mi si chiederà, possibile che tutto ciò sia avvenuto all’oscuro di bravi economisti? E anche qui la risposta è semplice: no, non all’oscuro, tutto ciò è avvenuto loro malgrado. Leggiamo i poeti, per favore, anche quando si presentano come signori di una certa età con una chitarra in mano. Che cosa si pensa voglia dire Bruce Springsteen in ‘We Take Care of Our Own’, il suo pezzo di apertura di Wrecking Ball (2012), quando canta I have been knocking at the door that holds the throne? Non canta forse la sua delusione per non aver avuto ascolto a palazzo (nonostante fosse stato un grande sostenitore del principe durante la campagna elettorale)? E che cosa avrà voluto dire Paul Krugman quando il 28 ottobre 2010, in occasione di una sua lezione al Politecnico di Milano davanti a milleseicento persone, a che gli chiedevo “Professore, ma Lei è un premio Nobel, Lei e Joe Stiglitz e tanti altri bravi economisti, perché non spingete sulla Casa Bianca perché adotti politiche fiscali espansive più decise?”, rispose “Perché, Lei pensa che non ci abbiamo provato?”.

E dunque mi piace il titolo, perché enuncia una tesi, e mi piace la tesi. Perché smaschera in maniera definitiva, già dal sottotitolo, che di ideologia si tratta, non di scienza.

Mi si dirà: ma come, i politici agiscono senza sentire gli economisti? Decisioni tanto gravi come la condanna a morte della Grecia intera e la condanna alla disoccupazione di decine di milioni di persone in Europa, queste sono decisioni che vengono prese senza sentire gli economisti? Mi ripeto: vengono prese dopo aver sentito gli economisti che i politici vogliono sentire.

E allora mi si chiederà: e su quale base teorica questi consiglieri dei principi danno tali consigli? Provo a sintetizzare. Sapendo che gli austeri si lamenteranno, diranno che ho strasemplificato e stravolto. Bene, spieghino loro ai disoccupati, alle imprese che chiudono, ai giovani che emigrano.

Supponete di essere un economista che crede nel libero mercato. Notate, vi prego, il verbo: credere. Il quale bene che vada significa avere fede, e se va meno bene sta per supporre. Ora, qualunque economista sa quale sia l’importanza del mercato. Ma altro è aver fede nel mercato. O supporre che il mercato funzioni in un certo modo. Prendiamo il caso in discussione, e dimentichiamo pure che la buona teoria economica dice che il costo minore per risolvere una crisi è risolvere il problema che l’ha generata (nel nostro caso, la crisi del mercato interbancario). Come, i nostri amici che hanno l’orecchio dei principi, hanno giustificato la tesi secondo cui riducendo il deficit prima e il debito poi l’economia europea sarebbe tornata a crescere? Semplice.

La spesa pubblica, essi dicono, è spesa che sottrae risorse finanziarie all’intrapresa privata. La quale sola sa quale sia l’impiego veramente efficiente di tali risorse. E dunque la soluzione alla crisi consiste, a loro modo di vedere, nel sottrarre risorse al settore pubblico e metterle a disposizione del settore privato. Cioè, austerità. La quale, mettendo a disposizione dell’intrapresa privata risorse crescenti, consentirà la ripresa degli investimenti e, dunque, il rilancio dell’economia! E poi i consumatori riprenderanno fiducia nel funzionamento dell’economia perché vedranno scendere ‘le tasse’, e anche i consumi riprenderanno. Favole, come dice Paul Krugman. O fandonie, come dico io.  O, come dice Rampini con eleganza certo superiore alla mia, ideologia.

Che nulla di tutto questo sia avvenuto è sotto gli occhi di tutti coloro che vogliano vedere. Che lo si sapesse già dal 2008, beh, basta leggere i pezzi scritti in questi anni e pubblicati su questo sito (altri ne hanno scritto meglio altrove, più copiosamente, e ricevendo più attenzione. Ma anche loro senza mai ottenere l’attenzione dei principi).

Per concludere. Colpisce, nel libro, l’attenzione dedicata all’attuale ministro Padoan. Non perché egli non la meriti, tutt’altro. Ma perché il titolo del capitolo (a pagina 100) è Basta sacrifici, si allenti il rigore. Da una intervista a la Repubblica del 25 aprile 2013. Ma è lo stesso Padoan che, ci ricorda Barbara Spinelli su la Repubblica del 25 febbraio 2014, il 29 aprile 2013 dichiarava alWall Street Journal, a proposito della politica dei sacrifici imposta al popolo europeo dagli austeri, che “il dolore finalmente paga”?? Sbalorditivo, se i due fossero lo stesso Padoan.

Grazie dunque a Federico Rampini, per aver fatto sapere a noi tutti che non è vero che “non lo dice nessuno”. Siamo in tanti a dirlo, e Rampini lo dice certamente bene.

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