Fatto N.8: I governi possono favorire la crescita della produttività, ma da decenni i governi italiani spendono in ricerca e sviluppo meno di quanto spendano i governi degli altri paesi ad alto reddito procapite

Premessa

[Chi avesse letto uno qualsiasi dei primi 7 Fatti, salti questa premessa a piè pari e proceda direttamente al Fatto n. 8]

Quando, anni fa, discutevo con studenti, colleghi e amici dell’opportunità o meno di aprire www.scenarieconomici.com, la mia posizione su quali sarebbero stati i temi che vi avrebbero trovato spazio era molto ferma: temi di economia internazionale, reale e finanziaria, temi importanti per il governo dell’economia mondiale quali le politiche monetarie e quelle fiscali. E temi di politica economica interna italiana? No, grazie. Certamente temi da discutere con studenti, colleghi e amici, ma non nel ‘dibattito pubblico’, quello tra e sui quotidiani, gli spettacolini televisivi post prandiali, le uscite estemporanee di politici e giornalisti di cui già Giorgio Gaber ci parlava anni e anni fa. Un dibattito pubblico asfittico, tinto di ideologia come in pochi tra i paesi ad alto reddito pro capite, povero di posizioni scientificamente solide collegate alla ricerca, ricco però di luoghi comuni quali quelli che hanno portato il paese al disastro: il ‘piccolo è bello’, le virtù dell’essere ‘radicati sul territorio’, le magnifiche sorti e progressive del ‘made in Italy’,  e avanti così, il tutto mentre la globalizzazione dei mercati e delle culture avanzava trionfante (vedo i miei studenti di tanti anni sorridere mentre leggono questa mia tirata vecchia ormai di decenni!).

Arriva però un giorno, di tanto in tanto, in cui occorre fare un’eccezione e parlare di Italia in pubblico, uscendo dalla torre d’avorio per cercare di parlare (ad almeno una piccola parte) di quelle decine di milioni di concittadini per bene, che sanno quali siano i problemi veri dell’economia, un giorno in cui diventa dovere assoluto denunciare il fatto che l’uso dell’ideologia avulso da qualunque riferimento ai fatti e alla teoria economica assume il tono di campagna di disinformazione permanente. Quel giorno occorrerà dire con forza quali sono i fatti, e con ciò mostrare che il re è nudo. Come, peraltro, tutti coloro che conosco sanno e mi dicono. Anche quelli che non conoscono la teoria economica così bene, perché rimane vero che il buon senso (onesto) e la buona teoria economica sono in forte sintonia.

Questo è uno di quei giorni.

La struttura di questa pubblicazione è un po’ arzigogolata ma divertente. Ogni due settimane aggiungerò al documento base un ‘Fatto’. E ciò verrà annunciato ai lettori attraverso i soliti canali: Twitter, Linkedin, ecc. L’elenco dei Fatti che appariranno su www.scenarieconomici.comsarà dunque sempre più lungo al passar del tempo. Perché il lavoro di sbugiardamento durerà molto a lungo.

Fatto  n. 8: Da decenni i governi italiani spendono in ricerca e sviluppo meno di quanto spendano i governi degli altri paesi ad alto reddito procapite: la specializzazione produttiva non evolve verso settori competitivi, la produttività cade, le imprese invecchiano

Difficile, in questo nostro paese, parlare di economia. O parlare di futuro. O parlare di destino dei nostri giovani. Ero proprio ieri davanti ai rappresentanti di una quarantina di imprese, tutti i settori, tutte le dimensioni. Bella situazione. E il mio intervento di apertura è di quelli dirompenti: il ‘made in’, annuncio, non è più motore di crescita e di sviluppo. Old hat, direbbero quelli che conoscono le lingue, lo sappiamo da trent’anni. Applausi, moltissimi sono contenti, le imprese si ritrovano in questo modo di ragionare. Poi arrivano confezionisti e calzaturieri, e apriti cielo: “Lei [io, Sdogati, ndr] non capisce che il made in Italy è qualità”, “Lei non sa che noi abbiamo una bilancia commerciale positiva”, “Il made in Italy è riconosciuto nel mondo”, e via cantandosela.

Prova a far notare a gente che ragiona così che non c’è un laureato in azienda, che avranno pure il saldo commerciale positivo, che saranno tanto bravi, ma che al censimento del 1991 avevano quasi un milione di dipendenti e ora ne hanno duecentocinquantamila. Vagli a spiegare la divisione internazionale del lavoro, vagli a dire che la farmaceutica italiana è esclusivamente manifattura bruta e che la ricerca si fa in Svizzera e in Olanda, dove i nostri giovani emigrano perché trovano domanda di lavoro adatta alla loro preparazione e alle loro (legittime) aspirazioni. Vagli a dire….Non serve. Il futuro è in una bella cravatta. O in una bella giacca. Le più belle del mondo.

[Parentesi. Capiamoci: dobbiamo essere grati, e lo siamo, a tutti coloro che hanno contribuito a portare il paese fuori dalla miseria, ai lavoratori, agli imprenditori, ai funzionari statali e ai dirigenti industriali. A tutti quelli che hanno dato dignità a chi non ne aveva, e un pollo sulla tavola ogni domenica.]

Solo che adesso è finita. Il ‘made in’ non è più il modo in cui funzionano i processi produttivi, che sono integrati globalmente (per favore, non ho detto ‘il made in Italy’, ho detto il ‘made in’). Ora la competitività la si trova nella capacità di far capire alle catene globali di produzione che cosa si sa fare meglio, e ciò non tanto nel senso del prodotto che si sa fare meglio, quanto nella fase di processo produttivo che si sa fare meglio, nelle competenze che si possiede, in quello che si sa fare meglio di chiunque altro. Perché lì è il valore aggiunto, lì sono i profitti e le retribuzioni ricchi. Da lì vengono le pensioni dignitose.

Il quesito di oggi è: ce la fa il settore privato, il ‘mercato’, a generare tutto questo da solo? Figura 1 dice: no.

Figura 1. Government Budget Appropriations or Outlays on R&D (% of GDP), 2013 [1]

2015 01 21 Fatto 8 - Figura 1.png

Fonte: Eurostat, dicembre 2014

Figura 1 dice che in tutti i paesi ad alto reddito pro capite il governo spende in ricerca e sviluppo una proporzione più alta del reddito del paese di quanto non spendano i governi di paesi a pil più basso. Punto. Sorpresa! Che ci sia una correlazione?

C’è. Lo mostra Figura 2, la quale mette in relazione la produttività del lavoro con la quota di pil che il governo spende in sostegno alla ricerca e allo sviluppo. E l’evidenza è incontrovertibile: più ricerca e sviluppo in rapporto al pil, più produttività. Cioè più ricchezza per unità di lavoro nell’unità di tempo. Buon senso, no? Alla faccia di coloro cui l’intervento del governo in cose economiche dà il mal di pancia.

Figura 2. Productivity and Publicy Financed Gross Expenditure in R&D, 2010 or latest year available

2015 01 21 Fatto 8 - Figura 2.png

Fonte: OECD, dicembre 2014

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