Che cosa ci aspettiamo da Dresda?

Ieri, 27 maggio, vengo invitato da ClassCNBC ad un dibattito su ‘che cosa succederà a Dresda’, dove si tiene per tre giorni la riunione dei ministri delle finanze dei sette governi ‘dei paesi più industrializzati al mondo’. Inutile dire che il problema è, ancora una volta, il debito greco, lo stato delle trattative, la probabilità che si arrivi ad una rottura delle stesse, che il governo greco ripudi il proprio debito (quello che chi conosce le lingue chiama ‘default’). Questo non è normale: il G7 finanziario che si occupa direttamente del debito greco? Vuol dire che gli Usa entrano in gioco non più per interposta persona, cioè la Lagarde e il FMI, ma seggono al tavolo. Cosa questo significhi, o implichi, non lo so dire, ma mi sembra un fatto importante assai.

Ho poche ore per prepararmi ma per fortuna, penso, sono anni che mi preparo.

Ed essendo anni che mi preparo, vado per prima cosa a scovare due tra i quotidiani che ho conservato per non perdere la memoria. L’uno, il Financial Times, titola “Nuovi timori sul salvataggio greco”. L’altro, il Wall Street Journal, titola “La Grecia di fronte alla domanda di ulteriori tagli”. Il primo è del 15 giugno, il secondo del 27 giugno: 2011! Quattro anni: le stesse parole, le stesse ‘paure’, la stessa richiesta di ‘ulteriori tagli’. Non è cambiato niente. Questo ha prodotto l’élite politica europea in quattro anni. Incredibile. Ovviamente non chiediamo a nessuno di loro di capire l’economia, ci mancherebbe. Ma almeno di ascoltare chi l’economia l’ha studiata e la studia? Perché, mi chiedono studenti e persone oneste in genere, questa ossessione per l’austerità? Forse che la buona teoria economica non spiega da più di un secolo che quando si riduce la spesa si produce automaticamente una recessione?

Leggo per esempio da un pezzo del 28 maggio 2011:

“Queste istituzioni [FMI, BCE e Commissione Europea] hanno la responsabilità di aver lanciato l’economia greca in una recessione violenta, dalla quale il paese non potrà riprendersi, se lasciato a se stesso, che in tempi biblici. La logica che viene usata nell’affrontare la crisi ‘greca’ è risibile, e se la situazione non fosse drammatica si dovrebbe ridere”.

Ecco, sottoscrivo senza esitazione queste parole (erano le mie). Ma la soddisfazione per aver visto lungo è nulla rispetto allo sbalordimento derivante dall’aver visto passare quattro anni senza che un dubbio, una riconsiderazione, un minimo di voglia di chiedersi dove stavano sbagliando siano passati per la testa di questi signori. Che con il loro comportamento incoraggiano risultati elettorali quali quello britannico e quello polacco, le spinte nazionalistiche centrifughe rispetto al progetto europeo che, evidentemente, a loro modo di vedere avanzava troppo sicuro fino al 2004.

Che cosa, dunque, possiamo aspettarci da Dresda? Una tentazione forte è di adottare quelle che gli economisti chiamano ‘aspettative adattive’: si sono comportati così per (più di) quattro anni, la probabilità che continuino a comportarsi così è alta. Ma i tempi non sono più quelli del governo Samaras, quando le imposizioni della troika, durissime, inutili e non fondate sulla teoria economica, venivano accettate e subite senza discutere dal governo greco.

Per cominciare, avvelenato da una medicina sbagliata, l’austerità, il malato è allo stremo: i creditori hanno portato il debitore in punto di morte, e la probabilità che rivedano i propri soldi cade ogni giorno che passa. In secondo luogo, cresce nell’opinione pubblica internazionale la comprensione delle implicazioni geopolitiche di una crisi greca spinta alle estreme conseguenze dagli Schäuble e compagnia: non si tratta di ‘ricatto’ greco, si tratta di non essere stati classe dirigente, di non aver visto e considerato le implicazioni di lungo periodo del massacro di un paese membro dell’Unione. E questo da solo basta a chiedere che lascino le loro ricche posizioni di comando e vadano a casa (in Grecia ci sono già andati, in Spagna sono sulla strada buona….). Infine, torno a ripetere nonostante le parole piene di miele di tanti ‘analisti’, la non-soluzione di un problema che si poteva risolvere cinque anni fa a costi irrisori comporterà costi altissimi per tutti gli europei. Costi talmente alti che al loro confronto il ‘salvataggio greco’ è una bazzecola.

Che cosa ci aspettiamo, dunque? Nulla di buono. Ma una speranza ora c’è: e se la trattativa va in porto, che nessuno si confonda, per favore, il merito sarà stato dei sacrifici immensi del popolo greco e dei suoi governanti, Tsipras e Varoufakis anzitutto.

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