Che cosa ha deciso la BCE: gli effetti immediati e a lungo termine

Dunque, il consiglio direttivo della bce ha deliberato. Cosa ci aspettavamo? E che cosa ha deliberato, invece? E adesso, viste le decisioni e le prime reazioni dl mercato, cosa ci aspettiamo per il futuro?

Le aspettative sulle decisioni da annunciare il 3 dicembre

Un modo ragionevole di fare previsioni circa il comportamento delle autorità di politica economica è comparare gli obiettivi dichiarati e lo stato dei fatti. Gli obiettivi dichiarati della bce sono noti o, quantomeno, è noto quel che dice lo statuto: sappiamo infatti che il solo mandato legale della bce, nel senso che è il solo previsto dallo statuto, consiste nel mantenimento del tasso di inflazione al di sotto di, ma prossimo al, 2%, come recita la giaculatoria, mediante opportune azioni di politica monetaria. Lo stato dei fatti è altrettanto semplice da descrivere: sappiamo che da molto tempo ormai questo obiettivo viene clamorosamente mancato, e che anzi l’Area Euro è in deflazione (lowflation, dice chi sa le lingue): nel mese di ottobre i prezzi alla produzione industriale nell’AE sono diminuiti del 3,1% rispetto a un anno prima! Conclusione: le politiche adottate fino ad ora sono impotenti a riflazionare l’economia. Cosa ci aspettavamo, dunque? Ma che domanda! More of the same! Perché la logica imperante vuole che se la medicina non funziona, il problema è il dosaggio, non il principio attivo. E quindi ci aspettavamo (tutti o quasi) un ulteriore taglio al tasso di interesse sui depositi delle banche commerciali presso la bce, accompagnato da un potenziamento/allungamento del periodo di acquisto di buoni del tesoro dei paesi membri al di là dei 60 miliardi al mese e oltre settembre 2016.

Che cosa hanno effettivamente deciso

  1. che il tasso di interesse sui depositi presso la bce passi da negativo 0,20% a negativo 0,30%;
  2. che l’acquisto di titoli del debito pubblico al ritmo di 60 miliardi al mese, che originariamente si intendeva far durare fino a settembre 2016, viene esteso fino al marzo 2017 (in entrambi i casi sotto la condizione ‘ma anche più a lungo, se riteniamo che serva’);
  3. che tra tutte le obbligazioni che la bce ritiene di poter acquistare allo scopo di immettere liquidità nel sistema bancario, da oggi sono ammissibili anche quelle emesse dai governi regionali e locali dei paesi membri dell’Area;
  4. un paio di altre cose di importanza minore (in questo momento).

La direzione in cui vanno le decisioni prese è dunque quella che ci si attendeva. Ma, a guardare le decisioni dei mercati immediatamente dopo l’annuncio delle misure adottate, sembra esservi insoddisfazione. Guardiamo al mercato di interesse maggiore in questi casi, quello che reagisce per primo: il mercato dei cambi.

Effetti immediati

Poche ore prima dell’annuncio, i cambi di maggior interesse per gli italiani erano rispettivamente 1,056 dollari per 1 euro e 1,080 franchi svizzeri per 1 euro. Bene, circa 45 minuti dopo l’annuncio l’euro era apprezzato sul dollaro da 1,056 a 1,080, e apprezzato sul franco fino a 1,091. In chiusura di giornata servono 1,093 dollari per 1 euro e 1,090 franchi per 1 euro. In breve, l’espansione monetaria non ha affatto indotto, nell’immediato, quello che tutti (o quasi) si aspettavano, cioè il deprezzamento dell’euro. Reazione emotiva dei traders, qualcuno dirà; certo, ma si potrebbe anche pensare che le misure adottate non vengano ritenute potenti abbastanza da far continuare la festa sul mercato azionario e su quello obbligazionario. O la si può mettere così: visto, ha ragione Sdogati, i ‘mercati’ pensano che la dose sia troppo bassa, non gli passa proprio per la testa che il principio attivo non sia quello giusto!

E nel più lungo periodo?

Ora, in vista di un (largamente atteso) aumento del tasso di sconto da parte della Fed il prossimo mercoledì 16, sembra ragionevole avanzare l’ipotesi che il deprezzamento dell’euro riprenderà il suo corso e continuerà fino alla fine dell’inverno, ma sempre entro l’intervallo 1,04-1,09 dollari per 1 euro. Sempre tenendo presente, ovviamente, che gli sviluppi della crisi dell’economia europea non generino scatafasci imprevedibili.

C’è, infine, un secondo mercato su cui val la pena di interrogarsi: quello dei titoli del debito pubblico. Il 2 dicembre il rendimento di un biennale tedesco chiudeva la giornata negativo 0,443%, il biennale statunitense era positivo 0,935% (e il più alto dal 2010). Il 3 dicembre, in chiusura e quindi dopo svariate ore dall’annuncio, essi erano rispettivamente negativo 0,310% e positivo 0,959%. Rendimenti in aumento su entrambi i titoli, dunque, con quello tedesco che sale del 30% in un giorno. Sembra proprio che dopo la finta partenza di aprile-maggio scorsi ci si stia cominciando a sbarazzare davvero di obbligazioni. E se, come dice il popolo, tanto mi dà tanto, aspettiamo di vedere cosa succederà mercoledì 16.

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