Gli anni a venire

 Mala tempora currunt,

sed peiora parantur

Vorrei provare a fare alcune riflessioni su cosa dovremmo aspettarci dal prossimo paio d’anni (o forse più). E vorrei farlo ricordando il passato, perché la perdita della memoria è una tragedia immensa per i processi di apprendimento. Con la memoria si perde il senso dell’equilibrio, scompare l’origine degli assi cartesiani, non è più possibile comparare, distinguere ciò che è da ciò che non è, immaginare che forma potrebbe prendere il futuro. E allora sarà bene fare un esercizio che ci aiuti a capire ciò che avviene, e che potrebbe avvenire, alla luce di ciò che è avvenuto nel passato non troppo lontano. Ricordando sempre che la conoscenza del passato non basta certo prevedere il futuro, ma anche che la sua ignoranza è perdita di memoria e, dunque, condanna all’ignoranza. Cominciamo perciò dal passato.

Si tratta anzitutto di individuare i motori della crescita del quarto di secolo iniziato nel 1990, un quarto di secolo caratterizzato dalla ‘globalizzazione’. Non era la prima volta che se ne parlava, di globalizzazione, ma stavolta essa andava assumendo alcune forme caratteristiche distintive così riassumibili:

  1. Emergere di un modello di integrazione economica tra Stati uniti e Cina (e tra questa e i paesi suoi sub fornitori, Paesi del sud-est asiatico ma anche latino americani, Brasile in particolare, e africani);
  2. Emergere di un processo che avrebbe portato alla fine del modello del ‘made in’ e all’affermarsi di un modello di diffusione dei processi produttivi a livello globale (‘catene globali della produzione’ nel linguaggio degli economisti, ‘global value chains’ in quello del management);
  3. Accelerazione del progetto di Unione Europea e di Unione Economica e Monetaria.

1. Stati uniti e Cina

Oggi (2016) sembra ovvio che la crescita dell’economia cinese sia di importanza decisiva per tutta l’economia mondiale. Ma un quarto di secolo fa non lo era affatto. Allora la domanda non veniva dalla Cina né dai ‘BRIC’ (‘BRICS’ per chi volesse includere il Sud Africa), i quali erano ‘paesi in via di sviluppo’ in mezzo a tanti altri, e non ‘economie emergenti’: la domanda era quasi esclusivamente una questione ‘interna’ ai Paesi ad alto reddito pro capite, la cui gestione era ‘ovviamente’ cura dei governi nazionali (no, allora la spesa pubblica non era peccato come è oggi in Europa).

Poi gli Stati uniti scoprirono che l’economia cinese, adeguatamente aiutata da un processo di trasferimento tecnologico, poteva divenire il luogo di approvvigionamento per eccellenza di tutte quelle merci che per essere prodotte, almeno inizialmente, con processi ad alta intensità di lavoro non qualificato, non era più ragionevole importare dall’Europa, dove il costo del lavoro cominciava ad allontanarsi sensibilmente da quello prevalente nei ‘paesi in via di sviluppo’.  Nacque, e si irrobustì mese dopo mese, anno dopo anno, uno scambio internazionale Usa-Cina che avrebbe assunto presto la dimensione maggiore tra tutti gli scambi bilaterali al mondo. E, da non dimenticare, uno scambio che avrebbe portato negli Stati uniti, per decenni, importazioni a prezzi decrescenti, visto che il costo del lavoro in Cina aumentava più lentamente della produttività.

2. Le catene globali di produzione.

A voler caratterizzare la globalizzazione della fine del XX secolo sarebbero sufficienti, ai nostri scopi presenti, tre fenomeni che si erano venuti diffondendo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale: caduta dei costi unitari di trasporto; diffusione di internet e conseguente crollo dei costi di coordinamento dei processi produttivi globali; caduta delle protezioni tariffarie (dazi e simili) e delle restrizioni quantitative ai volumi di traffico internazionale. La ricerca di costi delle risorse, umane e non, sempre minori, e la contemporanea ricerca di domanda aggiuntiva a quella interna da parte dei paesi ad alto reddito pro capite, generava negli anni una progressiva frammentazione dei processi produttivi che coinvolgevano un numero crescente di unità produttive in un numero crescente di paesi. Un fenomeno, questo, che nel 2011 portò il presidente dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio a dichiarare che ormai praticamente nessuna merce avrebbe potuto più essere dichiarata ‘made in’ un solo paese.

3. Unione Europea ed Euro. 

A fronte dell’avvicinamento, politico e produttivo, tra Stati uniti e Cina, i gruppi dirigenti politici europei capirono che occorreva accelerare il processo di unificazione per dare all’Europa quella dimensione che la rendesse comparabile a Stati uniti e Cina, appunto. Del resto, lo aveva già detto Adam Smith nel 1776, no? La forza propulsiva del mondo, la causa della ricchezza delle nazioni, è la divisione del lavoro; e questa a sua volta è funzione della dimensione del mercato. E dunque, mercato unico europeo come strumento per la crescita della produttività e delle imprese europee. Non faceva, e non fa, una piega. Dunque, istituzione dell’Unione Europea il primo gennaio 1993, dell’Unione Economica e Monetaria il primo gennaio 1999, E allargamento ad est, come veniva chiamato allora, il primo maggio 2004. Oggi, ventotto Paesi membri dell’UE, diciannove membri dell’UEM.

4. La crisi del 2007

Allora, in sintesi, perché cresceva, l’economia mondiale? Per la combinazione di domanda interna ai paesi ad alto reddito pro capite proveniente (prevalentemente) da progresso tecnico negli Usa e (prevalentemente) da spesa pubblica in Europa, accompagnate da domanda crescente dei Paesi in via di sviluppo i quali, pian piano, venivano esprimendo una élite di economie emergenti. In questo quadro, la crescita dei pil nazionali tra il 1990 e il 2007 fu spettacolare (agli occhi di oggi; per quelli di allora era ‘normale’).

Con la crisi del credito del 2007 il meccanismo sintetizzato poco sopra comincia a perdere alcuni ingranaggi importanti. Le restrizioni creditizie, che le banche e gli intermediari finanziari dapprima impongono soltanto l’uno all’altro, vengono gradualmente estese al settore reale dell’economia. Nell’autunno 2008, con la decisione congiunta del governo e della banca centrale Usa di lascia fallire Lehman Brothers, la dimensione della crisi diviene chiara a tutti. Nel novembre 2008, a Washington D.C., viene presa la decisione di avviare una controffensiva congiunta contro la crisi incombente: al governo cinese viene demandato (chiesto?) uno sforzo di spesa in disavanzo per 576 miliardi dollari, il 16,1% del pil del paese. Uno stimolo inaudito, che costituisce il riconoscimento generale che è solo con uno stimolo fortissimo alla domanda globale che si può riuscire a contrastare la recessione imminente. Ma questo è anche il riconoscimento che la domanda cinese è ormai essenziale al funzionamento di tutte le economie, e prime tra tutte quelle ad alto reddito pro capite, che contano sulla domanda di importazioni da parte della Cina e dei paesi emergenti. Sarà poi il governo Obama a portare in Congresso, nel febbraio 2009, un disavanzo per maggiori uscite e minori entrate per un ammontare di 757 miliardi di dollari, pari al 5,6% del pil Usa. Stimoli attraverso spesa pubblica in disavanzo nelle economie emergenti, stimoli attraverso spesa pubblica e minori entrate negli Usa (dove ne adotteranno altri anche nel 2010). Zero o quasi in Europa, dove la scelta feroce dell’austerità è già maturata.

Eppure, nonostante questi stimoli, dal 2008 ad oggi non abbiamo visto in nessun paese al mondo, e ovviamente men che meno in Europa, i tassi di crescita cui eravamo abituati fino al 2007: nel 2015 il pil Usa cresce del 2% scarso, quello UE balla nell’indifferenza generale attorno a valori da stagnazione, da un anno almeno la crescita delle cosiddette economie emergenti è in forte rallentamento, e il motore del giocattolo che girava perché Cina e Brasile crescevano sembra in gravi difficoltà. Perché? La spiegazione immediata è quella che alcuni davano già nel 2008-2009: si tratta, scrivevamo parlando degli stimoli cinese e statunitense in particolare, di stimoli forti in prospettiva storica, ma molto probabilmente insufficienti vista la portata della recessione (che nel 2009 colpiva il Giappone con una caduta del pil del 5,3% rispetto al 2008, e l’Italia del 5,1%). Ma una cosa veniva sottovalutata (anche da chi scrive): e cioè che il grado di integrazione tra le economie, la forza delle relazioni globali, sia di domanda che produttive, era ed è tale che la crisi si sarebbe prima o poi trasmessa dalle economie ad alto reddito pro-capite alle economie emergenti. Le quali però, si pensava, sarebbero state capaci di sfuggire al loro destino ‘semplicemente’ riorientando il proprio modello di sviluppo da uno centrato sulle esportazioni ad uno centrato sulla domanda interna, un processo che avrebbe allo stesso tempo prodotto aumento di domanda di esportazioni dei paesi ad alto reddito pro capite. Il sole, ancora una volta, avrebbe dovuto sorgere ad oriente.

5. Una stagnazione secolare?

Il problema allora è: tutto qui? Si tratta di un ‘banale’ problema di domanda aggregata, congiunturalmente in diminuzione o in stagnazione simultaneamente in Paesi emergenti e Paesi ad alto reddito pro capite? Perché, se così fosse, la soluzione sarebbe nella domanda: basterebbe stimolare con maggiori deficit pubblici, stile 2008-2009 in Usa e Cina. L’Europa continuerebbe a rimanere fuori dal gioco, rifiutandosi di stimolare e sperando di vivere da parassita sulle espansioni altrui, e dunque raccattando soltanto le briciole di una eventuale ripresa dell’economia mondiale. Oppure esistono cause ancor più preoccupanti della situazione presente, fattori cioè che potrebbero fare pensare che questa stagnazione presente possa essere solo l’inizio, la prima manifestazione, di una stagnazione secolare? È possibile, cioè, pensare a cambiamenti strutturali dell’economia tali da aver alterato in maniera importante il modello di produzione e accumulazione della ricchezza cui il ventesimo secolo ci aveva abituato? La mia risposta al quesito è che si, il meccanismo è cambiato in maniera importante. Il lavoro di alcuni colleghi americani consente di parlare ormai di stagnazione secolare in termini non più vagamente ipotetici. Ma di questo vorrei parlare in un prossimo appuntamento. Perché ritengo che, secolare o no, questa stagnazione possa, e dunque vada, aggredita subito.

6. E allora?

Un meccanismo rotto, o zoppicante, va riparato o sostituito. Sempre che, ovviamente, si voglia crescita, occupazione, opportunità per i nostri giovani. Se si aderisce alla scuola di pensiero austera, e queste cose dunque non le si voglia, allora il meccanismo attuale va benissimo. Per capire se e come si possa tornare a crescere a livelli pre-2008 occorre chiedersi a quale leva ci si possa affidare. Io ne conosco solo quattro.

6.1 La spesa dei consumatori. È una spiegazione generalmente accettata del comportamento dei consumatori che essi spendono sulla base del proprio reddito disponibile e delle aspettative che hanno sul futuro in termini di probabilità di mantenere, o aumentare, quel reddito. Tutto ci dice che in un quadro di bassa crescita i consumatori tendono ad aumentare la quota del loro reddito disponibile che accantonano per esigenze eventuali future. Da essi, in altre parole, non ci si può aspettare la riscossa contro la stagnazione almeno fino a quando non avvenga qualcosa di storicamente rilevante che faccia loro cambiare le proprie aspettative di un futuro grigio a bassa crescita. Che poi la popolazione invecchi in tutti i paesi ad alto reddito pro capite non aiuta certo a prevedere un aumento di spesa per consumi, durevoli o meno, o per abitazioni: gli anziani non spendono, non tanto quanto i giovani. Manca dunque, rispetto agli anni pre-2007, la domanda dei consumatori.

6.2 La spesa delle imprese. Pensare che le imprese investano quando i tassi di interesse sono bassi è errato. Ovviamente alcune di esse, in particolare le piccole e le artigianali, preferiscono aspettare a finanziarsi quando i tassi sono bassi, ma il motivo principale per cui l’investimento viene attivato è l’aspettativa che la domanda per le merci di propria produzione riprenderà, se non immediatamente, in tempi prevedibili. E di questo non c’è segnale da anni. E infatti le imprese non investono. Da anni.

6.3 La domanda netta dall’estero. Si è argomentato sopra che questa difficilmente può essere il motore della ripresa, e i dati sulla contrazione degli scambi internazionali negli ultimi due anni confermano drammaticamente questa ipotesi.

6.4 La spesa pubblica. E anche questa componente della domanda aggregata manca oggi: manca completamente in Europa, che anzi ha operato una scelta decisamente recessiva; ma manca un po’ dovunque nel mondo. Eppure è proprio la spesa pubblica finanziata in disavanzo che potrebbe attivare sia la domanda aggiuntiva che le aspettative di un futuro migliore per l’occupazione, i consumi, gli investimenti, le esportazioni. E in assenza di questo tipo di stimolo, coordinato e di necessità imponente perché imponente è il danno che verrà da una stagnazione non sottomessa per tempo, potremmo veramente vedere diventare secolare una stagnazione che sarebbe stato possibile evitare. Delle necessarie, e parallele, politiche dell’offerta contro la stagnazione secolare dirò a breve.

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One thought on “Gli anni a venire

  1. Gentile prof Sdogati,
    Non conosco quale sia esattamente la visione del futuro che guida le scelte politiche di austerità in europa, nè quali siano gli scenari ipotetici teorizzati dai professori americani che lei cita, ma leggendo il suo articolo mi sono tornati alla mente una serie di quesiti che sempre mi pongo quando sento parlare del futuro dell’economia italiana e non solo.

    Lei scrive che la questione della crescita e quindi anche della ricchezza delle varie economie è sostanzialmente riconducibile al volume della domanda aggregata. E che quindi per aggredire una eventuale stagnazione economica occorre stimolare la domanda aggregata di modo che essa ritorni a crescere, e con essa il PIL.
    Secondo questa logica l’aumento del benessere collettivo viene identificato con la crescita del PIL, mentre una crescita bassa o nulla vengono identificati come un male.
    Io non discuto certo che, come le ho sentito dire, la disoccupazione e la recessione per gli effetti concreti con i quali si concretizzano al giorno d’oggi costituiscano un profondo dolore personale e familiare per la collettività, ma penso che cercare di ricreare al giorno d’oggi in italia, in europa, o negli stati uniti i tassi di crescita cui eravamo abituati fino al 2007 sarebbe anacronistico.
    Fisici ben più autorevoli di me hanno già evidenziato come un tasso di crescita costante porti ad un aumento esponenziale che è insostenibile nel lungo termine, in qualunque ambito.
    Ho studiato in diversi corsi che i prodotti/servizi hanno un ciclo di vita ben definito scandito dalle fasi di introduzione, crescita (nei quali si registra la crescita esponenziale), maturità e declino. Perchè questo stesso ragionamento che viene universalmente accettato come vero in letteratura, per quanto riguarda i singoli prodotti/servizi, non viene preso in considerazione molto banalmente anche per il PIL? Non è forse il PIL un valore aggregato relativo ad un grandissimo numero di quegli stessi prodotti/servizi? Non potrebbe semplicemente essere che le economie più mature stanno inevitabilmente entrando in un altra fase a cui tutte le economie (BRICS inclusi) sono prima o poi destinate? La stagnazione, prima o poi, non diventerà inevitabile?
    La crescita del numero di abitanti stessa (che certamente è un motore importante della crescita economica) non può sostenere i ritmi esponenziali all’infinito, ed il cambio di direzione da questo punto di vista è più palpabile già da ora… Guardando all’invecchiamento delle popolazioni in relazione al sistema pensionistico degli stati, o a certe storture a cui ha portato la ricerca della crescita a tutti i costi come l'”obsolescenza programmata” (che genera certamente crescita, ma anche benessere?) non riesco a togliermi dalla testa la sensazione che il vero ed inevitabile cambiamento di paradigma sarà questo passaggio da una fase all’altra. Queste mie ipotesi sono già state affrontate e dimostrate come false da qualcuno? E’ per questo che vengono tralasciate quando si dibatte di questi temi?
    La ringrazio in anticipo per l’attenzione e, se mi risponderà, per il tempo che mi avrà dedicato per cercare di sciogliere questi miei dubbi.

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