Sharing economy o gig economy? E’ in atto un cambiamento dirompente (‘disruptive’) del mercato del lavoro

precarious_cartoonPremessa
Che cosa è la sharing economy? Perché tantissimi ne parlano e, a sentire i media, tantissimi la praticano? Chi shares, e che cosa is being shared? Quali aspetti della vita sociale ne vengono influenzati? Chi ci guadagna, e chi ci perde? È davvero, come sostiene Jeremy Rifkin, un paradigma nuovo di potenza e di importanza comparabile al capitalismo (e al feudalesimo, aggiungo io)? In che cosa è diversa dal socialismo?

Con un pezzo del 12 novembre 2015 ponevo il problema di cosa stia a significare il termine ‘sharing economy’ o, in idioma natìo, economia della condivisione. Arrivai allora alla conclusione, preliminare e provvisoria, un sospetto o poco più, che le parole ‘sharing’ e condivisione’ siano probabilmente fuori luogo quando si parla di una buona parte delle attività che si fa ricadere sotto queste categorie: ad esempio, Airbnb non è condivisione, è subaffitto. In nero. Poi, il 23 dicembre 2015, tornai sull’argomento guardando al problema dal punto di vista delle trasformazioni indotte da alcune di queste fattispecie sul mercato del lavoro e sulle forme del lavoro, e scoprii che al diffondersi della sharing economy corrisponde il diffondersi della gig economy, laddove un ‘gig’ è un lavoro che, tanto per rimanere ambigui, è lavoro ‘atipico’. Infine, il 14 gennaio 2016 mi chiedevo se esistessero delle stime della diffusione dei lavori gig, almeno negli Stati uniti, e scoprivo che le stime variano enormemente tra uno studio e l’altro a seconda della definizione di gig adottata, dei metodi di campionatura, dell’area geografica di riferimento.

  1. A ‘Sharing’ Economy. Sharing What, Exactly?

Gli italiani. Solo una piccola frazione di questo popolo parla decentemente un’altra lingua oltre a quella madre, ma tutti sono bravissimi ad infilare in un discorso in italiano espressioni in un’altra lingua (quella del vincitore, prevalentemente). Quanto a capirne il significato….

Prendiamo questa storia della ‘sharing’ economy. Ciò che mi interessa prioritariamente è, come dice il titolo, che cosa esattamente venga shared. Non si tratta affatto di una questione di lana caprina, perché la parola sharing evoca una relazione di parità tra coloro che share. Ma non è così, lo so, perché il termine viene usato anche quando questa relazione di parità non c’è. Mi suona di buonismo eccessivo, questo termine ‘sharing’. E bisogna essere attenti, perché ciò che un termine evoca è altrettanto, e forse più, importante di quello che (apparentemente) dice. Quindi consulto un vocabolario di buon livello e leggo che si tratta di:

An economic system in which assets or services are shared between private individuals, either for free or for a fee, typically by means of the Internet: thanks to the sharing economy you can easily rent out your car, your apartment, your bike, even your wifi network.’

 Ora mi si permetta di rimarcare che la definizione parla di ‘assets…shared’. Ma quello che noi intendiamo comunemente è ben altro, giusto? Se io sono il proprietario di un appartamento di cui posso subaffittare delle stanze per un breve periodo di tempo (alla volta), in non sto sharing the asset, sto sharing the use of the asset. O no?  E sono due cose ben diverse, to share an asset and to share il suo uso, giusto? L’appartamento rimane di mia proprietà, tu mi paghi un affitto, usi le stanze pattuite, paghi e te ne vai (prima o poi arriveremo a discutere se io pago le tasse su questo reddito, ma per ora tralasciamo). E poi: si dice che la relazione può essere a titolo oneroso o a titolo gratuito: caspita, che termine ambiguo!

E se avessimo usato un termine italiano? Diceva Federico Rampini in un articolo del giugno 2015 che probabilmente in italiano il termine più prossimo all’inglese sharing è condivisione (che è lo stesso che ha usato il traduttore del libro di Rifkin). Guardo un buon vocabolario e leggo:

condivìdere v. tr. [comp. di con- e dividere] (coniug. come dividere). – Dividere, spartire insieme con altri: il patrimonio è stato condiviso equamente tra i fratelli. Anche, avere in comune con altri: c. l’appartamento; più spesso fig.: condivido pienamente la tua opinione; non condivideva le mie idee; condividono la passione per la montagna. Part. pass. condiviṡo, con valore verbale o di agg.: è un’opinione condivisa da molti; obiettivi, programmi largamente condivisi, che incontrano largo consenso.

Noto subito che il termine condivisione è ambiguo tanto quanto il termine sharing. Il primo esempio di uso del termine condivisione fa riferimento alla condivisione di un patrimonio, cioè esattamente gli assets di cui parlava la definizione inglese. Condividiamo la proprietà, tu ed io; se ti do in affitto una cosa, non la stiamo condividendo: o qualcuno mi vuol dire che centinaia di milioni di affittuari in giro per il mondo non sapevano di star condividendo l’appartamento in cui hanno vissuto e vivono? No, parole al minimo ambigue e al massimo completamente sbagliate, sharing e condivisione entrambe.

Siccome io non sopporto l’errore e ancor meno le ambiguità, userò l’espressione ‘affitto di breve termine’ per descrivere tutte le attività di affitto o di erogazione di servizio dietro corrispettivo, e la parola condivisione nei casi in cui vi sia accesso di più soggetti, paritario o meno, a un patrimonio/diritto di proprietà. La parola condivisione è (secondo me) adeguata quando si parla di diritti di proprietà condivisi da diverse persone, fisiche e giuridiche, ma non quando ciò che costituisce oggetto di ‘condivisione’ rimane di proprietà di una delle parti, mentre l’altra ne fa uso per un tempo limitato e dietro compenso pagato al proprietario. Compenso che, per semplicità e per il momento, sarà bene chiamare ‘canone di affitto’.

  1. ‘Sharing’ o ‘Gig’ Economy?

Ed ecco che leggendo di sharing economy scopro il concetto di gig economy. Che diavoleria è questa, mi sono chiesto? Ha a che vedere con lo sharing (condivisione)? E in caso affermativo, in che modo? Voglio dire, mostra un aspetto della sharing economy che chi scrive di sharing non vuole mostrare, o è un’altra cosa?

Scopro che l’espressione ‘gig economy’ sembra datare dal 2009 (fonte ballerina), ma è certo che assurge agli onori della cronaca nel luglio 2015 quando viene usata da nientemeno che una candidata alla Presidenza degli Stati Uniti, candidata la quale dice testualmente durante la presentazione del proprio programma economico:

“Molti americani stanno generando reddito aggiuntivo per sé stessi dando in affitto una stanza, allestendo un sito web, vendendo prodotti che essi concepiscono da soli a casa propria, o addirittura guidando la propria automobile. Questa economia, detta on-demand, o anche gig economy, sta creando economie importanti e scatenando innovazione. Ma essa sta anche sollevando quesiti importanti che vanno dalla protezione del posto di lavoro a che cosa vorrà dire, nel futuro, avere un buon posto di lavoro.” [Traduzione nostra]

 Mi colpisce subito la prima riga (subito per via che è la prima): affitto!! La stessa parola che ho usato io nel mio primo articolo quando, senza aver letto Hillary Clinton, sostenevo che affitto sia parola assai più adeguata di condivisione (sharing) in molte occasioni. E mi viene in mente quel giovane collega che, leggendo il primo pezzo, mi scrisse: perché non abbandonare l’espressione sharing economy, e proporre l’adozione di rent (affitto) economy? Poi, la terza riga: economia on demand. Per l’economista Keynesiano questo è un inutile arzigogolare, poiché tutte le economie girano grazie alla domanda: no domanda no produzione, no produzione no reddito. Ma forse si vuol dire qualcosa di diverso? Leggo, e scopro che è effettivamente così: on demand è espressione con la quale si vuol indicare l’erogazione di sforzo lavorativo, fisico o intellettuale, per scopi limitati e, soprattutto, per un periodo di tempo limitato. Esempi? Mille. Un cameriere lavora on demand se lavora solo quando viene chiamato; uno sviluppatore lavora se e per il tempo per cui serve, poi torna a casa sua (come il cameriere). Non sembra essere, in generale, un problema di classe, nel senso che non si tratta di lavori da poveri (o da ricchi): è una modalità che può riguardare chiunque, il lavoratore non qualificato come il temporary manager. In buona sostanza, si fa dei gigs, degli spells di lavoro, non si lavora entro il quadro cui il capitalismo, buono o cattivo che fosse, ci aveva abituato, e cioè regole, stabilità, sindacato all’occasione. Niente di tutto questo: da cui gig economy.

La parte finale della citazione da Clinton mi conferma che la mia diffidenza verso il buonismo implicito nella parola sharing/condivisione non era del tutto fuori luogo. Affittare una stanza non è condividere la propria casa; fare dei gigs, per quanto ben pagati, non è avere un lavoro salariato permanente né essere un imprenditore. Attenzione: non sto distinguendo tra ciò che è bene e ciò che è male: semplicemente, sto distinguendo. Per ora. Quello che mi impressiona è che l’apparente essere di sinistra di Rifkin e della sharing economy non è così entusiasticamente condiviso dalla candidata di sinistra alla Presidenza Usa. Interessante.

La sharing /condivisione economy sembra dover essere necessariamente anche una gig economy. Il fondamento comune sta nella soddisfazione di domanda in maniera socialmente destrutturata. Modello che oggi conta poco o nulla nel processo complessivo di produzione come lo misuriamo fino ad oggi, cioè in termini di pil, forse anche perché mi si dice che l’evasione sia forte nella gig economy, e dunque no contributo misurabile al pil stesso. Se diverrà un modo di produzione al pari di feudalesimo e capitalismo, lo vedremo.

  1. La ‘gig’ economy e l’occupazione senza crescita

Venerdi 8 gennaio 2016 il dipartimento del lavoro americano comunicava che nel mese di dicembre 2015 l’economia di quel Paese ha risucchiato nell’apparato produttivo 292.000 nuovi lavoratori precedentemente da esso esclusi. Un numero enorme, anche per un’economia tanto grande. Un numero che si ripeteva simile da mesi, e che sarebbe stato di dimensioni simili anche nei mesi a venire (per una media di 200.000 il mese nel primo trimestre del 2016). Questo dato stimola due riflessioni, una più ‘tradizionale’ e una meno.

La prima riflessione ha a che vedere con la politica monetaria Usa. È arcinoto che il 17 dicembre 2015 la Fed ha optato per l’aumento del tasso di sconto, il primo dopo quasi dieci anni. Ed è noto che questa decisione è stata giustificata con argomenti opinabili ma non campati in aria, primo tra tutti il fatto che un’economia in cui l’occupazione cresce tanto velocemente quando già il tasso di disoccupazione è la metà di quello europeo, potrebbe presto mostrare la tendenza ad un aumento dell’inflazione. E un aumento dei tassi di policy aiuterebbe a ‘raffreddare’ il processo nella misura in cui renderebbe un poco più costoso il credito al consumo e quello all’investimento. In breve: un aumento tanto rilevante del numero di occupati fa necessariamente aumentare la probabilità che in una delle prossime riunioni dei suoi organi decisionali la Fed decida di varare il secondo aumento.

La seconda considerazione, che pesa sulla prima, è questa. Ricordate quando all’inizio del decennio si parlava di ‘jobless recovery’, ripresa senza nuova occupazione? (Figura 1) Per inciso: sempre negli Usa, perché gli austeri europei erano a quel tempo al massimo (locale) del proprio splendore e godevano della seconda recessione che ci avevano imposto. Il pil cresceva, dunque, senza che il numero di posti di lavoro crescesse altrettanto. Bene, adesso mi chiedo: 200.000 nuovi posti di lavoro al mese!? Mentre le stime di crescita del pil Usa vengono riviste al ribasso giorno sì e giorno si da mesi!? Come la chiamiamo, questa situazione nuova, ‘occupazione senza crescita’? Non è mica cosa da poco, vedere il valore della produzione complessiva del paese che ristagna mentre l’occupazione aumenta!

E qui pongo un quesito che credo rilevante: e se una quota importante di questi nuovi posti di lavoro pagasse salari nettamente al disotto dello standard salariale pagato a lavoratori ‘tradizionali’, cioè quelli con un contratto, copertura sanitaria, sicurezza sociale, ecc.? Voglio dire: e se tra quei milioni di nuovi posti di lavoro creati dal 2010 negli Usa ce ne fossero tanti che alimentano la gig economy? Perché, vedete, se tanti di questi nuovi posti di lavoro fossero ‘gigs’, allora sarebbe oltremodo ragionevole presumere che la loro retribuzione sarà sub-standard, e che la loro spesa per consumi sarà sub-standard. In soldoni, come si dice: salari bassi, poca domanda aggregata aggiuntiva, bassa crescita del pil. Quadrerebbe: occupazione senza crescita.

2016 04 13 gdp vs empl USA 2000-2016

Il quesito allora è: ma quanti sono questi lavoratori della gig economy? Fortuna vuole (!) che anche stavolta la mania di contare e quantificare abbia preso il sopravvento sul pensare, e infatti ecco pronta una indagine sull’incidenza della economy on demand sull’occupazione totale. Recentissima, pubblicata all’inizio del 2016, che vi invito quantomeno a scorrere e possibilmente a leggere. I risultati sono strabilianti.

In breve, la società di pubbliche relazioni Burson-Marsteller, l’Istituto Aspen (un ‘think thank’, non so cosa voglia dire la parola) e Time magazine hanno condotto un’indagine campionaria dalla quale si può estrapolare che 45 milioni di americani dichiarano di aver lavorato, o comunque di aver offerto servizi nella cosiddetta economia su domanda, e che di questi ben 14,4 milioni di persone hanno derivato almeno il 40% del proprio reddito erogando gigs, o dichiarano che essi sono la loro principale fonte di reddito o, ancora, che non possono trovare un lavoro ‘tradizionale’.

 

Inutile dire che questi numeri hanno scatenato un gran dibattito perché ritenuti incredibilmente alti. Tra i fortemente scettici Alan Krueger, a Princeton, che pochi mesi prima aveva stimato che la popolazione coinvolta nella gig economy fosse dell’ordine dello 0,4%; McKinsey, che nel giugno scorso aveva prodotto una stima dell’1% e forse meno della popolazione attiva totale; Larry Mishel, presidente dell’Economic Policy Institute, per il quale questi risultati sono al limite del ridicolo.

Di chi fidarsi? Di nessuno, ovviamente. E perdonando loro perché non sanno di cosa parlano, e sicuramente non parlano della stessa cosa, cioè non usano una definizione comune. Il che non deve farci dismettere il problema, tutt’altro: la crescita della gig economy influenzerà anche le scelte e gli effetti di politica monetaria.

  1. Gig Economy, lavoro precario o Alternative Work Arrangements?

Finalmente, il 29 marzo 2016 viene pubblicato un lavoro di ricerca su questi temi condotto da due accademici assai noti, Lawrence Katz di Harvard e Alan Krueger di Princeton. Entrambi garanzia di rigore, accuratezza, scarso grado di ideologizzazione della ricerca. E poi il lavoro viene pubblicato nella serie working papers del National Bureau of Economic Research, un’altra garanzia. Parliamone.

L’obiettivo del lavoro di Katz e Krueger è essenzialmente di documentare “La crescita e la natura delle modalità alternative del lavoro tra il 1995 e il 2015 negli Stati Uniti”. A questo scopo gli autori hanno condotto, nella seconda parte del 2015, una serie di interviste secondo una versione della Contingent Worker Survey come parte della RAND American Life Panel. Sono identificati come lavoratori impegnati in attività erogate in forme alternative di lavoro:

  1. lavoratori che accedono a lavori temporanei attraverso agenzie per il lavoro temporaneo
  2. lavoratori su chiamata
  3. lavoratori a contratto
  4. lavoratori indipendenti o freelancers.

Queste definizioni sono tanto sintetiche quanto ambigue, ma ciò che a noi interessa in queste fasi preliminari di indagine sul fenomeno è che l’ambiguità sia permanente nel tempo e che non cambi natura. Bene, se così è, ciò che a noi interessa è soltanto che tale gruppo di lavoratori contava per il 10,1% della forza lavoro occupata nel febbraio 2005, e per il 15,8% verso la fine del 2015. Il quale è un dato impressionante: erano 14,2 milioni nel 2005 e 23,6 milioni nel novembre 2015, o 1 su 10 nel 2005 1 su 6 dopo soli dieci anni.

Al macroeconomista che, come me, non sia specialista di questioni del mercato del lavoro, viene ‘naturale’ chiedersi come mai questa crescita tanto accentuata. Che sia un effetto, mi chiedo, della Grande Recessione generata dalla crisi del credito del 2007-2008? Che questa crisi abbia indotto un mutamento strutturale (parola che a noi piace molto) nel ‘modo di essere’ del mercato del lavoro? Per rifarmi al quesito che ponevo poco sopra: ma questa crescita di posti di lavoro negli Usa, è crescita di posti di lavoro come il capitalismo del XX secolo ci aveva abituato a capirli, cioè a tempo pieno, protetti da garanzie previdenziali e assicurative, rappresentati dalle organizzazioni sindacali? Stando all’evidenza prodotta da Katz e Krueger verrebbe proprio da rispondere negativamente.

Il secondo risultato della ricerca che mi preme mettere in evidenza è che, contrariamente a quanto sostiene l’aneddotica, la crescita del fenomeno è dovuta più alle attività non intermediate attraverso la rete che a quelle intermediate attraverso la rete. Ad esempio (cito letteralmente dal sommario):

Nel 2015, lavoratori che forniscono servizi attraverso intermediari online quali Uber o Task Rabbit, rappresentano [solo, ndr] lo 0,5% del totale. E dei lavoratori che vendono merci o servizi direttamente ai loro clienti, due terzi dichiarano di trovare clienti attraverso intermediari ‘tradizionali’, non in rete, contro un terzo che lo trova attraverso intermediari in rete.

Questo secondo risultato rafforza l’ipotesi che non sia stata tanto, o principalmente, la tecnologia a produrre un aumento tanto marcato dei lavoratori ‘atipici’ negli Stati uniti, quanto l’estensione e la gravità della crisi che, alla fine del 2015, compiva sette anni (o otto, a seconda di come piaccia contare).

Ci troviamo dunque di fronte ad una trasformazione secolare del modo di funzionare del mercato del lavoro? Siamo stati leggerini, finora, nel parlare di ‘gig economy’ o ‘sharing economy’, senza vedere le radici e le implicazioni profonde di quei fenomeni? Di più: è ora di ripensare la forma dell’impresa come l’abbiamo capita nell’ultimo secolo, da Coase (1937) in avanti? Ha senso l’espressione (tutta italiana) ‘fare impresa’, o non dovremmo pensare all’impresa in disfacimento?

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