C’erano una volta i comunisti

Non scherzo, c’erano davvero, qualcuno me ne sarà testimone. E tra le tante proposte assurde e idee balzane, ad un certo punto alcuni di questi proposero una pensata che sintetizzarono così: lavorare meno, lavorare tutti. L’assurdità della proposta fu ovvia a tutte le persone di buon senso, e certo lo è ancora. Lavorare tutti? Furono  milioni a pensare: anche io che non mai lavorato un giorno in vita mia? E perché dovrei se ho vissuto tanto bene finora senza farlo? Comunisti, che vogliono impormi di lavorare quando il libero mercato mi consente di non farlo! Altri, preoccupati dei destini della produttività aziendale, replicarono invece che i costi necessari a realizzare il cambiamento sarebbero stati insopportabili per l’impresa, che così avrebbe perso di competitività (ovviamente senza sapere cosa sia) e sarebbe andata in malora.

Proposta di comunisti (alcuni dei quali recentemente scopertisi democristiani). Ma proposta comunista? In un paese in cui tutto deve essere quasi per forza ideologizzato, nel quale la dietrologia impera e di conseguenza nulla cambia ma il furore del chiacchiericcio è infernale, la domanda non è banale. Che cosa c’è di comunista nell’idea di ridurre il tempo di lavoro individuale? Un effetto di ciò potrebbe ben essere l’allargamento della base lavorativa, dell’occupazione cioè, di quella che il capitalismo ci ha abituato a definire tale, quella senza aggettivi qualificativi tanto viscidi quanto rivelatori: a contratto, a tempo determinato, a progetto, atipica, in nero, su chiamata, vouchers, e avanti così. Gli effetti sull’organizzazione sociale sarebbero straordinariamente positivi: disoccupazione giovanile in caduta, il lavoro che eserciterebbe su numeri crescenti di giovani la funzione educativa che gli dovrebbe essere propria, strumento di socializzazione e di responsabilizzazione, altro che le balle governative sulle due settimane di tirocinio sul lavoro per gli studenti delle scuole medie!

E poi, dal lato dell’impresa, dove sarebbe la perdita di produttività (sempre assumendo che si sappia di cosa si parla)? Se la produttività del lavoro è, come è, il risultato dello sforzo dell’unità di lavoro erogato nell’unità di tempo con l’aiuto di capitale fisico in quantità data e di qualità data, in quale senso la produttività di un lavoratore che lavora per otto ore dovrebbe essere inferiore a quella di due lavoratori che lavorassero quattro ore ciascuno? Dice: i costi di amministrazione di una forza lavoro più estesa aumenterebbero. Al che rispondo: ci sono i fogli elettronici, che gestiscono paghe e contributi di 1000 o di 5000 dipendenti a pari costo.

Mi guardo attorno, per capire, e mi rendo conto che conosco una varietà di olandesi (residenti in Olanda, non necessariamente nati in quel Paese) che da anni praticano la settimana lavorativa di quattro giorni. Non ho mai pensato di informarmi sugli aspetti giuridici della cosa, vale a dire se siano programmi pilota allo studio del governo di quel Paese e delle parti sociali, o se si tratti di un sistema già diffuso a tutta l’economia o soltanto ad alcuni settori produttivi. Come che sia, i comunisti olandesi la stanno avendo vinta, sembrerebbe.

Poi, il 20 maggio di quest’anno, il New York Times mi annuncia che “In Svezia un esperimento traduce giornate lavorative più brevi in maggiori guadagni”. http://nyti.ms/1OTAPvG Intrigante, di quali guadagni si parla? In quale settore di attività viene condotto l’esperimento, una sezione del partito comunista svedese? L’articolo comincia parlando di un signore sfinito  dai turni di otto ore in una struttura per anziani affetti da Alzheimer ed altre piacevolezze simili. Adesso il suddetto signore lavora sei ore e, guarda caso, è contento perché arriva a casa non dissanguato e può stare con i figli.

Basterebbe questo riferimento ai figli per farmi pensare che i valori della famiglia, spesso al centro degli interessi dei conservatori di tutto il mondo, facciano fare loro un pensierino sulla cosa. No. Dice Maria Rydén, vicesindaco di Gothenburg citando gli alti costi per il contribuente (??): “Non possiamo pagare gente per non lavorare”. Vision, credo si chiami in inglese.

E le startups? Parla Maria Brath, nella cui startup da tre anni si lavora sei ore al giorno: “Pensavamo che con una giornata lavorativa più corta avremmo dovuto assumere più persone, ma non è stato così perché tutti lavorano in maniera più efficiente”. Ma guarda un po’! la produttività oraria aumenta al cadere dello sforzo lavorativo!

Leggetelo, ne vale la pena. E non abbiate paura, non è un’idea comunista: è semplicemente la direzione in cui dobbiamo andare, con più tempo per la vita privata, meno ore lavorate ma con intelligenza crescente, costi di lungo periodo per la cura di persone sfinite da decenni di lavoro che potrebbe essere più leggero, in caduta. E tante altre implicazioni positive, talmente ovvie che mi vergogno ad elencarle. Ma cosa vogliamo, dopotutto si opponevano anche alla abolizione del lavoro minorile, no?

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