Brexit: può il tasso di cambio bastare a correggere gli ‘shock’ della Brexit?

di Daniele Langiu

Il 13 ottobre scorso il Professore Sdogati e io abbiamo scritto delle politiche del lavoro del governo UK e del primo effetto registrato sul mercato dei cambi: un evidente deprezzamento della sterlina rispetto al dollaro (da inizio anno la sterlina è diventata la seconda peggior valuta mondiale in termini di deprezzamento rispetto al dollaro). Avevamo inoltre riportato che qualcosa aveva cominciato a muoversi sul fronte dei prezzi: i grandi fornitori internazionali dei supermercati alimentari britannici hanno iniziato a chiedere aumenti sostanziali dei prezzi per neutralizzare, almeno in parte, il deprezzamento della sterlina. È del 24 ottobre scorso, la notizia che anche alcune società tecnologiche hanno deciso di aumentare i prezzi dei servizi che offrono, a fronte del forte deprezzamento della sterlina; il Financial Times riporta che Dell e Apple hanno confermato un aumento dei prezzi del 10%, che è stato trasferito ai distributori di prodotti elettronici. Aspetto interessante è che i direttori delle società tecnologiche si sono ‘lamentati’ dell’aumento dei costi lungo la ‘supply chain’.

In questo articolo voglio mostrare quanto le imprese del Regno Unito ‘partecipino’ alle catene globali di produzione e, quindi, siano esposte anche agli effetti negativi del deprezzamento della sterlina, cioè all’aumento dei prezzi di materie prime e semilavorati importati.

1. Un breve accenno al nuovo modo di organizzare la produzione

È ormai generalmente accettato nella letteratura economica che l’ondata di globalizzazione cresciuta nell’ultimo decennio del XX secolo, ha trovato le sue radici in tre sviluppi, le cui origini risalgono a subito dopo la fine della seconda guerra mondiale: calo dei costi di trasporto; riduzione delle protezioni tariffarie che impedivano la libera circolazione delle merci e dei capitali; l’avvento di Internet, la principale fonte di risparmio sui costi di coordinamento dei processi di acquisto, produzione e vendita a livello globale. L’incessante ricerca di costi di produzione sempre più bassi, di competenze/risorse ‘specifiche del paese’ e la parallela ricerca di domanda per i propri prodotti e servizi hanno portato le imprese alla graduale frammentazione del processo produttivo. L’estensione della nuova organizzazione globale di produzione è tale che nel 2011 il presidente della Organizzazione Mondiale del Commercio ha dichiarato pubblicamente che da allora sarebbe difficile associare ad un singolo bene, persino l’abbigliamento, il marchio “made in” (un solo paese).

2. Il coinvolgimento delle imprese del Regno Unito nelle catene globali di produzione

Ma ritorniamo alla domanda di quanto le imprese del Regno Unito abbiano deciso di partecipare alle catene globali di produzione. In Figura 1, è riportato il dato più recente riguardante il contenuto di valore aggiunto prodotto all’estero delle esportazioni del Regno Unito. Questo valore mostra, in percentuale, quanto del valore delle esportazioni viene aggiunto da paesi esteri al Regno Unito prima di essere esportato dal Regno Unito; in altre parole, misura la quota la quota di valore aggiunto all’estero contenuta nelle esportazioni UK. Notiamo subito che il 35,8% del Regno Unito è superiore a quello di altri paesi, a mostrare che il settore manifatturiero del Regno Unito partecipa attivamente nelle catene globali di produzione (il 35,8% del valore delle esportazioni UK è aggiunto all’estero). Questo dato conferma che le imprese operanti nel Regno Unito che pagano le importazioni in sterline vedranno aumentare i prezzi all’importazione dei semilavorati necessari alle loro attività.

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3. L’effetto del deprezzamento della sterlina sul livello dei prezzi nel Regno Unito

Ma qual è l’effetto del deprezzamento sui prezzi nel Regno Unito? L’istituto nazionale di statistica del Regno Unito ha pubblicato recentemente un supplemento alla consueta analisi sull’andamento dei prezzi al consumo e dei prezzi alla produzione (analisi che si può trovare a questo link).

Da questa analisi emergono due considerazioni principali.

La prima considerazione parte dall’analisi dei dati in Figura 2, in cui sono riportate la variazione del livello annuale dei prezzi alla produzione e il contributo a tale variazione di vari input produttivi (petrolio, metalli importati, materiali chimici importati, …). Fino maggio 2016, a causa soprattutto delle pressioni ‘deflazionistiche’ del prezzo del petrolio (barre arancioni), i prezzi degli input alla produzione sono sempre diminuiti. Da luglio 2016, invece, l’Ufficio Nazionale di Statistica registra un’inversione. A settembre 2016, i prezzi degli input sono aumentati del 7,2% nell’anno, a fronte di un aumento del 7,8% nel corso dell’anno ad agosto 2016. Settembre è, quindi, il terzo mese consecutivo di inflazione dei prezzi alla produzione. E a cosa sarebbe dovuto questo aumento?  In parte può essere attribuito al deprezzamento della sterlina (si noterà che il contributo delle voci di input importate è maggiore del contributo delle voci di input nazionali). Quindi, almeno in parte, il deprezzamento della sterlina ha aumentato l’inflazione in UK.

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Seconda considerazione. La Figura 3 mostra il contributo alla variazione dell’inflazione trasmessa ai consumatori in funzione del contenuto di importazione (0-10% sono i prodotti che contengono meno prodotti ‘importati’, e 40%+ sono i prodotti che contengono più prodotti importati). Da questo grafico, si evince che a valle del referendum del 23 giugno, i prezzi al consumatore siano aumentati, ma che questa variazione sia causata dalla ‘componente’ che contiene meno import. Probabilmente, è ancora troppo presto, per osservare inflazione sui prezzi al consumatore causata da un aumento dei prezzi degli input importati.

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Considerando l’aumento dei prezzi alla produzione ma non quello registrato dei prezzi al consumo nel Regno Unito le imprese potrebbero dover affrontare una riduzione della marginalità (differenza tra prezzo di vendita e costi di produzione) se, a parità di altri costi di produzione, il prezzo degli input produttivi importati dovesse ulteriormente aumentare.

Dalle considerazioni fatte, emergono due domande:

  1. Quanto a lungo le imprese del Regno Unito riusciranno a mantenere invariati i prezzi al consumo sul mercato nazionale a seguito dell’aumento dei costi di produzione?
  2. E se fossero i prezzi alle esportazioni ad aumentare per compensare la perdita di marginalità sul mercato interno?

Quanto alla prima domanda, Robert Skidelsky (Professore Emerito di Politica Economica all’università di Warwick) ha iniziato a studiare se sia possibile sostituire parte degli input produttivi importati con input produttivi prodotti internamente nel Regno Unito. Questo significa ‘ricostruire’ un processo produttivo ormai ‘frammentato’. Possibile? Sì. Probabile? No.

Alla seconda domanda, rispondiamo presentando la Figura 4, in cui sono riportati i prezzi all’importazione e all’esportazione. I prezzi si muovono nella stessa direzione e con la medesima intensità di variazione. Sembra, quindi, che il deprezzamento non abbia contribuito a migliorare la competitività di prezzo delle imprese del Regno Unito che aumenterebbe, invece, come la teoria insegna, il volume di esportazioni.

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Considerazioni istruttive, spero, in particolare per coloro che vanno blaterando dei grandi vantaggi di cui godrebbe il nostro paese uscendo dall’area Euro…

Ne riparleremo ancora….

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