L’effetto dei dazi imposti dall’amministrazione Trump sul saldo di bilancia commerciale USA sarà basso, bassissimo, pressoché nullo

Daniele Langiu

Fabio Sdogati

“[The US is] running against the trend of the times and are not moving in the right direction. Nowadays we live in a globalised world. We are not doing 19th century trade”

Wang Yi, China’s Foreign Minister, Asean Foreign Ministers’ meetings, 2th August 2018

Introduzione

Da inizio anno l’amministrazione Trump ha mostrato di voler concretizzare le dichiarazioni di imposizioni di dazi sulle esportazioni cinesi fatte durante la campagna presidenziale del 2016. Se qualcuno ha ritenuto o ritenga che le dichiarazioni fatte durante la campagna presidenziale avessero solo lo scopo di attrarre elettori ma che, poi, non si sarebbero concretizzate, si è ricreduto o dovrebbe ricredersi a fronte dei dazi imposti ai vari partner commerciali (Cina, Canada, Unione Europea e Messico, in primis) e delle forti dichiarazioni  di Trump, come ad esempio, la scelta di chiamare l’Unione Europea nemico degli Stati Uniti nell’ambito del commercio bilaterale. Come dicevamo, alle parole hanno fatto seguito le azioni. Nel gennaio 2018, Trump ha  imposto dazi su pannelli solari e lavatrici importati; a marzo ha imposto dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio; a giugno, ha esteso i dazi su acciaio e alluminio anche per le importazioni da Unione Europea, Canada e Messico. Cina, Unione Europea e Canada hanno reagito imponendo a loro volta dei dazi sui prodotti degli Stati Uniti in ritorsione alle scelte protezionistiche dell’amministrazione Trump. E le azioni non sembrano essere finite: da annunci di Trump di imporre tariffe su 200 miliardi di $ di importazioni cinesi, all’aumentare la tariffa sulle importazioni cinesi già sotto un dazio del 10 al 25%, ai possibili dazi sulle importazioni dal settore automobilistico dell’Unione Europea.

Dato questo scenario, una guerra commerciale sembra probabile. Meglio: Trump potrebbe volere una guerra commerciale, ma non può averla senza una controparte che reagisca. Una guerra commerciale richiede che altre economie reagiscano. E finora questo sembra essere il caso. Le posizioni, però, sono variegate. C’è chi afferma che si tratti di semplici schermaglie commerciali e c’è chi sostiene che in prospettiva si paventa una vera e propria guerra commerciale che potrebbe ridurre l’efficacia del modello di integrazione economica che abbiamo imparato a conoscere dalla metà del secolo scorso. Se volessimo appoggiarci al valore dei dati, quelli più recenti non possono ancora mostrare la rilevanza del fenomeno. A luglio, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che l’aumento dei dazi registrato finora possa ridurre la crescita economica dello 0,5% entro il 2020 (circa 430 miliardi di $ di PIL potenziale perso entro il 2020). Se, invece, facciamo leva sulla teoria economica, la teoria del commercio internazionale dimostra in maniera inequivocabile che un aumento dei dazi, nel complesso, danneggia sia l’economia che li impone che l’economia che li subisce.

Ma perché Trump impone dazi? Perché si aspetta una riduzione delle importazioni e, a parità di esportazioni, una riduzione del deficit commerciale degli Stati Uniti? Se l’obiettivo è ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti, a patto che per gli Stati Uniti sia un problema, l’aumento dei dazi, a parità di altre condizioni, non avrà efficacia. La tesi che sosterremmo nell’articolo, infatti, è che la visione mercantilistica del commercio internazionale di Trump non avrà l’effetto desiderato di riequilibrare le componenti della bilancia dei pagamenti attraverso la riduzione del saldo di bilancia commerciale statunitense. Mostreremo, infatti, che la necessità crescente dell’economia statunitense di finanziarsi dall’estero renderà inefficaci i dazi imposti da Trump.

1. I canali di trasmissione dell’aumento dei dazi sull’economia reale

Le origini dell’ondata di globalizzazione cresciuta nell’ultimo decennio del XX secolo, risalgono al secondo dopoguerra: calo dei costi di trasporto; riduzione delle protezioni tariffarie che impedivano la libera circolazione delle merci e dei capitali; avvento di tecnologie di comunicazione che hanno permesso di abbattere i costi di coordinamento delle attività della catena del valore. L’incessante ricerca di massimizzazione dei profitti globali ha spinto le imprese ad intervenire sul proprio processo produttivo frammentando le proprie attività alla ricerca di competenze e risorse ‘specifiche’ dei paesi coinvolti nel processo di frammentazione alla ricerca di minori costi per unità di prodotto. L’emergere delle catene globali del valore (o di produzione) ha portato con sé un aumento dello scambio di prodotti intermedi e un aumento degli investimenti diretti da parte delle imprese sempre più globalmente integrate.

E le catene globali di produzione di molte imprese globali passano attraverso la Cina. Le società americane potrebbero finire per sentire gli effetti di una guerra commerciale più acutamente dei propri concorrenti cinesi. Ad esempio, una recente ricerca pubblicata dal Peterson Institute for International Economics mostra che nel settore dei prodotti informatici ed elettronici le multinazionali non cinesi che operano in Cina forniscono l’87% dei prodotti che saranno interessati dalle tariffe, mentre le aziende cinesi spediscono solo 13%. Uno studio del 2011 della Federal Reserve Bank di San Francisco ha mostrato che, per ogni dollaro speso per un articolo etichettato come “Made in China”, 55 centesimi vengono spesi per l’acquisto di servizi negli Stati Uniti.

Consci di questo contesto produttivo si possono fin da subito identificare i canali di trasmissione attraverso cui un aumento dei dazi su beni intermedi o prodotti importati fa sentire i suoi effetti sull’economia reale:

  1. Aumento dei costi diretti di produzione per le imprese che usano il bene intermedio importato nel proprio processo produttivo
  2. Aumento del prezzo del prodotto nazionale al di sopra del prezzo di libero scambio internazionale (secondo quanto abbiamo descritto in un articolo precedente)
  3. Svantaggio degli esportatori statunitensi se altri paesi impongono dazi sui prodotti importati dagli Stati Uniti o se quei paesi perseguono una strategia di liberalizzazione degli scambi tra loro
  4. Scelte di localizzazione della produzione (e quindi investimenti diretti esteri) delle imprese per non trovarsi nel mezzo di una guerra commerciale

In alcuni casi, possiamo già osservare questi canali all’’opera. Le imprese americane che usano acciaio e alluminio come input produttivo stanno chiedendo all’amministrazione Trump l’esenzione dai dazi sull’importazione (da maggio ad oggi, sono circa 20.000 le richieste di esenzione compilate) per evitare l’aumento dei costi di produzione, come sta avvenendo per la Mid-Continent Nail, più grande azienda produttrice di chiodi degli Stati Uniti. La BMW ha annunciato che aumenterà i prezzi dei suoi modelli SUV X5 e X6 in Cina del 4% e del 7%, rispettivamente, trasferendo ai consumatori i dazi imposti dalla Cina sulle importazioni USA. L’unica altra casa automobilistica ad aumentare i prezzi in Cina finora è stata Tesla. A luglio, i prezzi sulle sue auto Model S e X sul mercato cinese sono aumentati di circa il 20% – tra 22,600 e $ 37,600 per auto – a causa dell’aumento delle tariffe. La Harley-Davidson prevede, invece di spostare una parte della produzione delle sue moto fuori dagli Stati Uniti in risposta alle ritorsioni tariffarie dell’Unione Europea. Ogni moto costerà in media $ 2,200 in più dopo che l’Unione Europea ha alzato dal 6% al 31% la sua tariffa sulle moto importate dagli Stati Uniti. Ad oggi, sei diversi partner commerciali stanno colpendo le esportazioni agricole statunitensi in ritorsione contro dazi imposti dagli Usa per un totale di 27 miliardi di dollari. Da ultimo, l’amministrazione Trump ha quindi introdotto dei sussidi per supportare agricoltori americani di germogli di soia che nel 2017 hanno esportato 21,7 miliardi di dollari americani. La guerra commerciale sta quindi determinando anche un aumento della spesa di fondi federali per proteggere gli esportatori colpiti dalle misure di ritorsione adottate dai governi dei paesi colpiti dai dazi usa.

2. Perché l’aumento dei dazi non ridurrà il deficit commerciale statunitense

Avendo elencato i fattori che potranno danneggiare le imprese e i consumatori in seguito ad una guerra commerciale, si tratta ora di spiegare la nostra tesi secondo cui i dazi non ridurranno il deficit commerciale statunitense. Le nostre considerazioni si basano sull’ipotesi che il saldo di bilancia commerciale di un paese sia determinato da variabili macroeconomiche. In particolare, faremo leva sull’ipotesi dei “deficit gemelli” che sostiene l’esistenza di una forte relazione causale tra il saldo di conto corrente, che comprende anche il saldo di bilancia commerciale, e il saldo di bilancio di un governo.

L’argomentazione non è complessa… La bilancia dei pagamenti di un’economia deve essere sempre in equilibrio: se il paese spende più di quanto produce, e cioè registra un disavanzo di conto corrente, dovrà trovare uno o più paesi disposti a finanziare questo disavanzo prestandogli del capitale. Quindi, nel caso in cui un paese abbia un disavanzo di conto corrente con il resto del mondo, dovrà ricevere in ingresso un afflusso di capitali di pari importo al disavanzo commerciale attraverso cui possa pagare il disavanzo. L’economia si sta indebitando con chi è disposto a prestare capitali; prestiti che possono avere finalità di investimenti in attività produttive, acquisto di attività finanziarie, quali azioni e obbligazioni di imprese o acquisto di titoli di debito pubblico del governo. Guardando questa relazione sotto un’altra prospettiva, se i risparmi nazionali, somma di risparmi privati e pubblici, non sono sufficienti a finanziare gli investimenti del paese, il paese dovrà importare capitali e, quindi, avere un deficit commerciale.

Torniamo al caso statunitense e verifichiamo se gli Stati Uniti abbiano bisogno di un afflusso di capitali per finanziare i propri investimenti. Se così fosse, e a meno di possibili recessioni, dovremo attenderci per gli anni a venire il permanere di un deficit commerciale.

Osservando la differenza tra risparmi e investimenti dell’economia statunitense, vediamo l’ammontare di capitali che l’economia statunitense ha dovuto importare dall’estero (Figura 1). L’economia statunitense ha mantenuto una posizione debitoria nei confronti del resto del mondo sin dai primi anni ottanta e ha avuto necessità di attrarre capitali per poter finanziare gli investimenti nazionali. In particolare, dalla metà degli anni novanta gli Stati Uniti hanno dovuto ricevere un afflusso di capitali crescente fino alla metà del 2006. Negli ultimi decenni, l’indebitamento netto è rimasto pressoché costante tra i 400 e i 500 miliardi di dollari all’anno.

2018 08 07 Figura 1

Questa posizione non sembra destinata a cambiare dato che il risparmio del governo federale statunitense diminuirà nei prossimi anni. A dicembre 2017, infatti, l’amministrazione Trump ha approvato una riduzione delle tasse che secondo le stime del Congressional Budget Office, agenzia federale statunitense incaricata di fornire dati economici al Congresso, aumenterà il disavanzo fiscale del governo (Figura 2). Nelle proiezioni del CBO, i disavanzi di bilancio continuano ad aumentare dopo il 2018, passando dal 4,2% del PIL del 2017 al 5,1% nel 2022. Tra 2018 e 2028, il deficit supererà la media dei deficit del governo statunitense negli ultimi 50 anni.

2018 08 07 Figura 2

Se inseriamo l’andamento del deficit di bilancio e di conto corrente degli Stati Uniti in una prospettiva storica, ci sono stati nell’ultimo mezzo secolo due periodi particolarmente rilevanti in cui è stata adottata una politica fiscale espansiva: le riduzioni delle tasse nell’era di Reagan nel 1981-85 e l’era di George W. Bush nel 2001-2004, quando le tasse furono ridotte e la spesa per la difesa aumentata. In entrambi i casi, all’aumento del deficit fiscale è corrisposto un aumento del deficit di conto corrente. Certo, non è sempre necessario che i due deficit vadano nella medesima direzione: come si può osservare nei primi anni ’90, la cosiddetta era Clinton, e nel periodo della Grande Recessione, i due deficit si sono mossi in direzioni opposte. La causa? il saldo di bilancio dei privati, cioè imprese e consumatori, è aumentato.

2018 08 07 Figura 3

L’”era Trump” vedrà l’ampliarsi di entrambi i deficit di conto corrente e del bilancio di governo? Viste le stime del Congressional Budget Office (Figura 2) e la riduzione rilevante negli ultimi trimestri del prestito netto dei privati (Figura 1), possiamo dire che entrambi i deficit si amplieranno. Le manovre protezionistiche di Trump, quindi, anche se potrebbero contribuire a ridurre il deficit unilaterale con un paese (Cina?), non permetteranno di ridurre il deficit multilaterale statunitense dato che l’economia ha bisogno di attrarre capitali per finanziare la quota parte di investimenti nazionali che i risparmi nazionali non possono coprire.

Conclusioni

Sotto il titolo dell’articolo abbiamo voluto riportare una frase del ministero degli esteri cinese in merito ai più recenti annunci protezionisti di Trump. Il messaggio è molto chiaro e molto forte: le scelte di aumentare i dazi non sono in linea con il modello economico del ventunesimo secolo. Non si può ignorare che dagli anni ’80 del ventesimo secolo i paesi sono divenuti sempre più economicamente interconnessi grazie al crescente facilità con cui prodotti, capitale e lavoro hanno attraversato i confini dei paesi.

La visione mercantilistica del commercio internazionale secondo cui “è bene” creare surplus commerciale ed “è male” creare deficit commerciale stona con il valore che ciascuna economia può ottenere anche da un deficit commerciale. Come abbiamo visto, infatti, ad un deficit commerciale deve corrispondere un afflusso di capitali dall’estero. Se i capitali fossero investimenti diretti esteri con un certo rendimento (presumibilmente positivo), un deficit commerciale “oggi” può determinare una crescita dell’economia “domani” (come mostra il bollettino di luglio 2018 della Banca Centrale Europea, nel caso degli investimenti diretti esteri). Prendendo a prestito un eccellente articolo di Maurizio Sgroi: “L’idea che si possa sanzionare il commercio senza mutare la delicata filigrana finanziaria tessuta intorno al mondo, e di conseguenza gli investimenti esteri che ne conseguono, è alquanto ingenua, ma purtroppo diffusa. Favorire il proprio commercio internazionale, utilizzando le leve dei vantaggi competitivi che l’internazionalizzazione porta con sé, è una delle tante ragioni che spingono le multinazionali a fare investimenti in altri paesi. Nel momento in cui gli stati iniziano a guerreggiare con i dazi, questo incentivo viene meno. Molti di temperamento autarchico argomenteranno che si può vivere benissimo ognuno a casa propria anche senza scambiarsi nulla, né beni né capitali. Ma bisognerebbe anche domandarsi se ciò sia coerente con la storia e con onestà intellettuale se la circostanza che gli IDE siano cresciuti dal 22 al 35% del Pil fra il 2000 e il 2016 abbia giovato o no all’aumento del benessere globale.

La tesi che abbiamo sostenuto è che la necessità crescente dell’economia statunitense di finanziarsi dall’estero renderà inefficaci i dazi imposti da Trump e finalizzati a riequilibrare la bilancia dei pagamenti statunitense attraverso una riduzione del deficit commerciale. Abbiamo provato a delineare e ad argomentare a favore di questa tesi facendo leva sia sul buon senso sia sulla buona teoria economica. Ovviamente, si pongono altri quesiti. La guerra commerciale scatenata da Trump non avrà gli effetti desiderati sul saldo di bilancia commerciale, ma quali saranno gli effetti sul dollaro? Sul tasso di interesse statunitense? E la FED, a sua volta, come reagirà?

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