Alcuni commenti ai dati pubblicati da Banca d’Italia sull’economia italiana e le previsioni di crescita del Pil

2020 12 20

Daniele Langiu, daniele.langiu@gmail.com

Fabio Sdogati, sdogati@mip.polimi.it

Mai come nei periodi di forti crisi economiche, si presta attenzione alle previsioni di crescita del Pil da parte delle istituzioni nazionali ed internazionali. Si è spesso attenti alla variazione percentuale anno-su-anno del prodotto interno lordo che può dare una rappresentazione positiva o negativa dei trimestri e degli anni a venire. Ovviamente, una percentuale da sola non basta a descrivere e analizzare la complessità della struttura sociale ed economica di un paese. In realtà, sono molte le variabili che andrebbero considerate per offrire delle risposte alla domanda ‘Quale sarà lo stato dell’economia italiana (o di un altro paese) nel 2021?’. In questo articolo, proviamo a rispondere presentando e commentando alcuni dati che Banca d’Italia ha pubblicato lo scorso 10 dicembre e che mostrano l’andamento di alcune variabili economiche e finanziarie dell’economia italiana; per chi fosse interessato, tutti i dati e i relativi grafici sono disponibili a questa pagina.

Figura 1 riporta le variazioni percentuali del Pil italiano trimestre-su-trimestre. La figura è composta da due grafici volutamente separati per meglio mostrare l’andamento nel periodo 2010-2019 rispetto a quello registrato nell’anno 2020. Questo grafico mostra uno scenario di stagnazione economica che si è protratto lungo tutto l’ultimo decennio. La crisi economica dovuta alla crisi sanitaria ha provocato la recessione nei primi due trimestri del 2020. La crescita registrata nel terzo trimestre sul trimestre precedente è straordinaria, tanto quanto è stata eccezionale la riduzione del Pil nel primo e, soprattutto, nel secondo trimestre 2020, quello su cui è calcolato il tasso di crescita nel terzo.

Le proiezioni macroeconomiche per l’economia italiana pubblicate da Banca d’Italia l’11 dicembre mostrano che “[…] lo scenario di base prefigura, dopo una contrazione del PIL in Italia del 9,0 per cento quest’anno, una ripresa nel prossimo triennio (3,5 per cento nella media del 2021, 3,8 nel 2022 e 2,3 nel 2023; Tav. 1 e Fig. 1). In termini congiunturali, il prodotto si ridurrebbe nel trimestre in corso e rimarrebbe debole all’inizio del 2021, per poi tornare a espandersi a ritmi significativi nella parte centrale del prossimo anno, grazie all’ipotizzato miglioramento del quadro sanitario e all’effetto delle misure di politica economica.”. Il decennio perduto della crescita del Pil è dovuto sia al crollo degli investimenti e alla loro lentissima ripresa, che alla stagnazione dei consumi delle famiglie: soltanto nel 2018 consumi ed investimenti fissi al netto delle costruzioni sarebbero tornati ai livelli del 2007.

Variabile centrale per spiegare l’andamento dei consumi è il reddito disponibile, il cui livello a fine 2019 era ancora inferiore al livello registrato nel 2010; e la dinamica del primo semestre 2020 ha mostrato un notevole peggioramento. Se a questo si aggiunge l’aumento del risparmio, la ripresa dei consumi delle famiglie potrebbe essere ancor più graduale rispetto a quella del prodotto.

La domanda estera, invece, ha trainato la ripresa dopo la Grande Recessione 2008-2009, anche se fino al quarto trimestre 2014 il valore delle esportazioni è stato inferiore rispetto a quello del 2007. L’aumento delle esportazioni è stato guidato più dagli scambi con i paesi extra-Ue che dagli scambi con i paesi dell’Unione europea (Figura 4). L’andamento delle esportazioni verso i paesi extra-Ue è crescente ed è sempre superiore a quella degli scambi con i paesi membri dell’Ue almeno fino a febbraio 2020. Difficile prevedere se la sovrapposizione delle due curve negli ultimi mesi sia il segnale di qualche cambiamento rispetto a quanto registrato nell’ultimo decennio.

Il contributo della domanda estera fa sì che la posizione dell’Italia negli scambi con l’estero registri un surplus del saldo di conto corrente sin dal primo trimestre 2013 (Figura 5): a mostrare che, da un punto di vista macroeconomico, l’Italia ha consumato meno di quanto abbia prodotto.

Un grafico altrettanto importante è mostrato in Figura 6. Dal 2014 il numero di occupati è progressivamente aumentato fino a luglio 2019, per poi ridursi nel secondo semestre dell’anno e ad ottobre 2020 si è assestato a 22,8 milioni di persone. Il tasso di partecipazione ha seguito un andamento simile a quello dell’occupazione.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, Banca d’Italia valuta “[…] che il numero di ore lavorate diminuisca quest’anno di quasi il 13 per cento; tornerebbe a crescere nel corso del prossimo triennio, recuperando gran parte della caduta entro il 2023. La diminuzione del numero di occupati quest’anno sarebbe stata limitata all’1,8 per cento, grazie all’esteso ricorso alla Cassa integrazione guadagni (CIG); dopo una riduzione nel 2021, che riflette l’effetto ritardato della crisi pandemica, gli occupati tornerebbero ad aumentare nel 2022 e nel 2023.”.

Dal nostro punto di vista, la riduzione dell’inflazione (Figura 7) è sintomo di una capacità inutilizzata dovuta alla carenza di domanda privata.

Sempre Banca d’Italia stima che “I prezzi al consumo diminuirebbero lievemente quest’anno, principalmente per effetto della caduta di oltre il 30 per cento delle quotazioni del petrolio; l’inflazione rimarrebbe molto bassa nel 2021, risentendo degli ampi margini di capacità inutilizzata che frenerebbero gli aumenti salariali e si tradurrebbero in politiche di prezzo prudenti delle imprese; salirebbe poi gradualmente, portandosi all’1,2 per cento nel 2023.”. A partire dalle proprie proiezioni macroeconomiche di dicembre 2020, Banca d’Italia traccia uno scenario macroeconomico che nel 2021 ritiene sarà fortemente influenzato dall’evoluzione dello scenario sanitario nei prossimi mesi (Tabella 1). Per tale motivo, “Rispetto allo scenario di base pubblicato nel Bollettino economico di luglio, la revisione al rialzo nel 2020 riflette l’andamento particolarmente favorevole registrato nel terzo trimestre, mentre nel successivo biennio la ripresa è spostata in avanti di alcuni mesi. Il più contenuto dato medio annuo del 2021 risente dell’effetto trascinamento della flessione del prodotto nella parte finale del 2020; la crescita è più rapida dal secondo trimestre in poi e significativamente più forte nel 2022.

A dieci mesi circa dal manifestarsi della pandemia, le previsioni di crescita di Banca d’Italia mostrano un cauto ottimismo per 2021 e 2022. Ma la ‘seconda ondata’ della pandemia da Covid-19, in corso in questo autunno, sta mostrando i suoi effetti sull’attività economica: l’indice di ripresa dell’attività economica nell’Unione economica e monetaria calcolato da Oxford Economics mostra un rallentamento sia della componente di produzione sia della componente di consumi durante i mesi di ottobre e novembre (Figura 8). Il Pil del quarto trimestre, quindi, risentirà nuovamente dalla crisi economica dovuta alla ‘seconda ondata’ della pandemia.

Anche l’indice dei direttori degli acquisti del settore manifatturiero italiano (Figura 9) fa registrare un peggioramento delle aspettative di crescita degli ordinativi nel dicembre 2020, dopo mesi di espansione da agosto scorso.

Anche Banca d’Italia ipotizza degli scenari alternativi meno favorevoli rispetto allo scenario base illustrato sopra:

  1. Scenario 1: Banca d’Italia ipotizza un andamento stagnante della domanda estera nel 2021 e una crescita graduale nel biennio successivo.
  2. Scenario 2: Banca d’Italia ipotizza misure di contenimento a inizio 2021 di intensità analoga a quanto osservato nella primavera del 2020 e un rientro graduale nel corso dell’anno;
  3. Scenario 3: Banca d’Italia ipotizza un irrigidimento delle condizioni del credito pari a quanto osservato durante la crisi finanziaria globale iniziata nel 2007.

Il protrarsi della pandemia (scenario 2) è quello che ridurrebbe maggiormente le previsioni di crescita del Pil (Figura 10) sia nel 2021 sia nel 2022.

È di questi giorni, la notizia delle difficoltà che incontrano le grandi case farmaceutiche a distribuire il vaccino, ritardandone dunque la disponibilità e il probabile protrarsi, quindi, della crisi da pandemia.

Si ricorderà che a marzo il dibattito era tra chi prevedeva una ripresa a V e chi, come noi, parlava invece di una ripresa ad L. Fermo restando che l’uso delle lettere per stilizzare un fenomeno complesso come una crisi economica e la successiva dinamica è, per l’appunto, una stilizzazione, a maggio circa si è cominciato a parlare di una ‘swoosh recovery’, una rappresentazione ritenuta evidentemente più realistica tanto della V che della L.

Anche a fronte dei dati pubblicati da Banca d’Italia, ribadiamo che la difficoltà a risolvere la crisi sanitaria sia la prima responsabile del protrarsi della crisi economica. E ribadiamo che è altrettanto importante che i governi si dotino delle risorse economiche e delle competenze necessarie per permettere alle economie di uscire da uno scenario di stagnazione secolare. In tal senso, un segnale importante per l’Italia e per gli altri paesi dell’Unione europea è dato dall’accordo raggiunto tra Parlamento europeo e Stati membri con il sostegno della Commissione Europea di un pacchetto pari a 1,8 trilioni di euro, di cui 750 miliardi fanno parte dello stimolo fiscale “NextGenerationEU”. L’obiettivo è ambizioso e importante perché la Commissione europea raccoglierà il budget per gli stati membri e perché, stando alle parole della stessa Commissione, il pacchetto dovrà aiutare la ricostruzione di un’Europa più verde, più digitale e più resiliente, più adatta alle sfide attuali e future.

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