Inflazione risalirà solo gradualmente in Europa: il divario tra domanda aggregata e pil potenziale sarà ancora ampio

21 02 07

Daniele Langiu, daniele.langiu@gmail.com

Fabio Sdogati, sdogati@mip.polimi.it

Il Fondo Monetario Internazionale, all’interno del proprio aggiornamento sulle previsioni di crescita dell’economia, pone un’attenzione forte sul divario tra pil reale e pil potenziale per motivare che l’inflazione rimarrà stabile: per i paesi ad alto reddito pro-capite  non raggiungerà il 2% tra 2021 e 2022, per le economie emergenti e in via di sviluppo rimarrà sotto gli standard storici (Figura 1 e Figura 2): “Even with the anticipated recovery in 2021–22, output gaps are not expected to close until after 2022. Consistent with persistent negative output gaps, inflation is expected to remain subdued during 2021–22. In advanced economies it is projected to remain generally below central bank targets at 1.5 percent. Among emerging market and developing economies inflation is projected just over 4 percent, which is lower than the historical average of the group.” (Fondo Monetario Internazionale, World Economic Outlook, January 2021 Update).

Sono interessanti alcuni grafici ripresi dai tweet di Robin Brooks, Chief Economist presso l’IIF. Ad esempio, il grafico sottostante mette in relazione il divario tra pil reale e pil potenziale (output gap) e l’inflazione dell’Eurozona e su questa relazione viene costruita la curva di Philips. Brooks suggerisce che il fatto che la Bce non sia riuscita a far tornare l’inflazione attorno al 2% sia dovuto ad un output gap maggiore rispetto a quello stimato dal Fondo Monetario Internazionale.

Dai dati della Commissione europea, aggiornati al 5 novembre 2020, si evince che per il 2020 e il 2021 tutti i paesi dell’Unione europea saranno lontani, alcuni molto, dal proprio pil potenziale e per il 2022, solo Polonia, Repubblica ceca, Romania e Ungheria lo supereranno (Figura 3). Il lettore interessato alla posizione di ciascun paese nel grafico di figura 3 può fare riferimento alle Figure 3.a, 3.b e 3.c in appendice all’articolo.

La stima del pil potenziale si basa sulla dotazione di fattori produttivi disponibili (capitale e lavoro); per sua natura, quindi, il pil potenziale non è immutabile nel tempo. Lo shock economico dovuto al Covid-19 e la lenta ripresa potrebbero ridurre il pil potenziale. Quale potrebbe essere l’effetto sull’inflazione di una riduzione del pil potenziale? Molto probabile che sia deflattivo: i fattori produttivi non rappresentano solo offerta, ma vengono remunerati e contribuiscono con spesa per investimenti e per consumi alla crescita del pil.

Altrettanto rilevanti sono le differenze di inflazione stimate all’interno dell’Unione economica e monetaria: le scelte di politica monetaria, per sua natura unica per tutti i paesi dell’Uem, e di politica fiscale, che si può definire comune sia per l’adozione del Next Generation Eu Fund sia per la temporanea interruzione dei vincoli dello Stability and Growth Pact; al momento non sembrano considerare trascurabili le differenze tra i paesi. Tuttavia, in Germania l’inflazione dei prezzi al consumo è aumentata da meno 0,7 per cento in dicembre a 1,6 per cento in gennaio (Figura 4, fonte: Financial Times). Nonostante l’aumento sia dovuto a fattori congiunturali e non ad una ripresa sostenuta della domanda, ci si può chiedere se questo potrà presto o tardi mettere in discussione la politica monetaria espansiva della Bce.

L’aumento delle tariffe di spedizione dei container (Figura 5) da e verso la Cina e l’Est asiatico non passa inosservato: fino a quando il costo di importare o esportare le merci verrà assorbito dalle imprese appartenenti alla filiera di produzione e quando verrà trasferito sui clienti finali?

Dal Financial Times, leggiamo che ”[…] la Commissione europea era a conoscenza di grandi aumenti di prezzo nei mercati dei trasporti marittimi di container, sia sulle rotte da e verso l’Ue che in altre parti del mondo. […] Nella situazione attuale, molti fattori potrebbero essere all’origine degli aumenti dei prezzi, come la domanda elevata fluttuante, la congestione portuale e la carenza di container, in mercati che sono intrecciati a livello mondiale”. Dalle prossime stime sull’inflazione pubblicate dalla Commissione europea, potremo vedere se l’aumento del costo di trasporto inciderà sull’inflazione nei paesi dell’Unione europea.

Come Bloombger ha riportato ad inizio febbraio, i prezzi al consumo sono aumentati dello 0,9% anno-su-anno, più di quanto previsto da alcuni economisti. Escludendo i prezzi di componenti volatili dell’indice come cibo ed energia, l’inflazione è aumentata dell’1,4%, tasso più alto in più di cinque anni (Figura 6). Nell’articolo citato, Bloomberg riporta la posizione di Isabel Schnabel, membro del board esecutivo della BCE che “[…] ha messo in guardia dal confondere i picchi a breve termine dei prezzi per pressioni inflazionistiche sostenute, sostenendo che la domanda rimarrà debole nei mesi a venire.” [traduzione, DL e FS].

È bene tuttavia evidenziare che sebbene si tratti di aumenti temporanei, l’inflazione di alcune categorie merceologiche genera particolare attenzione; tra questi le materie prime alimentari. Si veda ad esempio, il grafico in Figura 7: l’Indice dei prezzi degli alimenti della FAO, che tiene traccia delle variazioni mensili dei prezzi internazionali dei prodotti alimentari ha registrato una media di 113,3 punti a gennaio, segnando un aumento del 4,3% da dicembre 2020 e raggiungendo il livello più alto da luglio 2014.

Un’ultima nota sull’inflazione al consumo in Italia (Figura 8), la riprendiamo dal recente aggiornamento delle “Proiezioni macroeconomiche per l’Italia” pubblicato il 19 gennaio da Banca d’Italia. In merito all’inflazione si legge: “L’inflazione rimarrebbe al di sotto dell’1 per cento quest’anno e il prossimo, risentendo degli ampi margini di capacità inutilizzata che frenerebbero gli aumenti salariali e le politiche di prezzo delle imprese; salirebbe all’1,1 per cento nel 2023. La componente di fondo rifletterebbe la debolezza della domanda, rimanendo su valori in media inferiori allo 0,5 per cento nel biennio 2021-22 e avvicinandosi all’1,0 per cento solo nell’ultimo anno dell’orizzonte previsivo”.

Potranno i risparmi dei consumatori, il cui aumento è stato registrato in molti paesi dell’Europa, trasformarsi in consumi e contribuire, insieme ai piani di stimolo fiscale dei governi a colmare l’output gap e spingere i prezzi al rialzo? E le frizioni dal lato dell’offerta come ad esempio l’aumento dei costi di spedizione di container o la difficoltà di approvvigionamento di componenti (si veda ad esempio, la difficoltà di approvvigionamento dei chip nel settore automobilistico) potranno far aumentare l’inflazione?

L’aggiornamento del Fondo monetario internazionale pubblicato a gennaio 2021 mostra un’inflazione in aumento nel 2021 e 2022 per i paesi ad alto reddito pro-capite: poco superiore al 2% per gli Usa e ampiamente sotto il 2% per l’Uem (Figura 9).

Negli Usa, in particolare, la discussione non è sugli effetti dell’aumento della domanda privata sull’inflazione; l’attenzione è posta su quali saranno gli effetti del piano di spesa pubblica da $1.9 trilioni annunciato dal Presidente Biden. Il Professor Summers, che è stato Direttore del Consiglio Economico Nazionale statunitense durante il primo mandato della Presidenza di Obama, ha evidenziato che il piano Biden potrebbe “surriscaldare” l’economia e suggerisce una diversa entità e composizione del piano di spesa, sempre espansiva. Jordan Weismann e il Professor Krugman offrono delle lucide considerazioni in merito alla posizione di Summers: entrambi non credono nel rischio di iperinflazione.

Potremmo provare a riassumere quanto segue sulle prospettive di inflazione:

  1. Dalla Grande Recessione iniziata nel 2008 fa registrare, molti paesi ad alto reddito pro-capite registrano una carenza di domanda aggregata e rischio di deflazione;
  2. L’output gap è generalmente molto ampio e quindi non prospettiamo che assisteremo ad un aumento generalizzato dei prezzi;
  3. L’aumento della domanda e la riduzione dell’offerta di alcune categorie merceologiche potranno farne aumentare il prezzo, ma difficilmente si assisterà all’aumento generalizzato dei prezzi causato da effetti microeconomici;
  4. La politica espansiva di governi e banche centrali potrebbe colmare l’output gap e spingere al rialzo i prezzi; ma l’effetto potrebbe non essere duraturo;
  5. Almeno fino al 2022, per i paesi ad alto reddito pro-capite, il Fmi (e non solo) non prevede un rischio di aumento dell’inflazione sopra livelli ritenuti accettabili.

Appendice

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