Inflazione permanente in arrivo? Davvero? Dovremmo chiederci anche che cosa stia succedendo all’offerta di lavoro?

21 11 08

Fabio Sdogati

“Inflation will likely subside in 2022 but remain above the FED’s 2 percent target.

Supply disruptions, pent up demand, and higher household savings have pushed inflation to its highest rate since the early 1990s. But PIIE’s Karen Dynan argues inflation and wage growth data do not suggest the spike will endure, and high inflation will not persist beyond 2022.”

Fonte: Peterson Institute for International Economics 21 10 20

Lo stato del dibattito sull’inflazione

Chi ha poca familiarità con lo studio dell’economia, così come chi ne ha ma solo con l’economia neoclassica (o di piena occupazione, o ‘mainstream’ come dicono quelli che sanno le lingue) tende a ritenere che l’inflazione sia “sempre e dovunque un fenomeno monetario”, il quale è un modo roboante per dire che la causa dell’inflazione è da cercarsi “sempre e dovunque” nelle espansioni monetarie condotte dalle Banche centrali. Look no further. Come sa chi mi ha letto in passato, ritengo che questa sia una proposizione teoricamente molto debole, politicamente motivata: come si fa a sostenere una tesi simile oggi, dopo quattordici (14) anni di espansioni monetarie in Giappone, Europa e Stati uniti, le quali non hanno sortito l’effetto desiderato di produrre un tasso di inflazione annuo di un miserabile 2%?

Fortunatamente, proprio l’evidenza accumulata negli ultimi 14 anni, dalla grande Crisi Finanziaria in poi, ha prodotto linee di pensiero meno ideologiche e nuove generazioni di economisti meno succubi dei loro predecessori ai dictat della scuola del libero-mercato-aggiusta-tutto, contraria alla politica economica a scopi anticiclici per motivi squisitamente politici per quanto ben camuffati da principi economici. La citazione che ho posto all’inizio dell’articolo mostra bene che cosa io intenda: il Peterson Institute for International Economics (PIIE) include tra le cause potenziali di inflazione: 1. le oramai note ‘supply disruptions’, 2. l’aumento della domanda di beni di consumo seguito alla fase acuta della pandemia, 3. la disponibilità di risparmi privati più alta di quanto sia mai stata osservata, risparmi accumulati durante tutto il 2020; ma, sorpresa sorpresa, il PIIE non accenna alla politica monetaria come causa di inflazione in questa fase storica. Possiamo dire che l’enfasi del titolo dell’articolo è su ragioni ‘reali’ dell’eventuale inflazione, non su ragione monetarie. Il che è bene, se vogliamo provare a capire che cosa ci aspetta in termini di dinamica dei prezzi.

Noto tuttavia che il sottotitolo dell’articolo non cita però neanche una potenziale causa reale di inflazione che ritengo degna di attenzione: il contrarsi dell’offerta di lavoro. Parlare di riduzione dell’offerta di lavoro non è facile, poiché tale attitudine sembra cozzare contro un’etica del lavoro la quale prevede che il lavoro è una benedizione, e rifiutarlo è peccato. Eppure, sta emergendo una certa quantità di evidenza, non solo di origine aneddotica, circa il fatto che il fenomeno riguarda lavoratori autonomi e dipendenti, in diversi paesi, in diverse coorti salariali e diverse classi di età, di generi diversi. 

In questa sede intendo cominciare a riflettere su questa proposizione: generazione dopo generazione la tendenza generale dell’offerta di lavoro è di rivalutare sistematicamente i benefici relativi del lavoro e del tempo libero. In questa fase, l’aneddotica e una certa quantità di evidenza empirica sembrano indicare che la rivalutazione vada nel senso di una rivalutazione del tempo libero, a parità di condizioni di lavoro.

Il fenomeno, diffuso a livello internazionale quantomeno nei paesi ad alto reddito pro capite, è stato identificato con l’espressioneThe great resignation, cioè l’emergere di una tendenza a lasciare il posto di lavoro abnorme rispetto agli standard storici di ciascun paese. Che questo sia un fenomeno permanente o transitorio, che abbia connotazioni di genere o meno, che sia stato generato ex novo o semplicemente esacerbato dalla pandemia, sono tutte questioni importanti che però vorrei lasciare per i prossimi appuntamenti.

Parentesi: povertà intellettuale della discussione italiana sugli effetti del reddito di cittadinanza 

In Italia la problematica è stata e viene tuttora affrontata, sulla stampa quotidiana e sui cosiddetti socials, nel vuoto totale di evidenza empirica circa l’evoluzione dell’offerta di lavoro prima del 2020, nel 2020 e post-2020. La discussione circa le cause dell’evoluzione dell’offerta di lavoro è stata diretta immediatamente verso il reddito di cittadinanza come causa scatenante della riduzione apparente (apparente perché, appunto, non documentata dati alla mano) dell’offerta. L’argomentazione dominante nei media  a sostegno di questa tesi è che il reddito di cittadinanza ha finanziato lo spostato delle preferenze di chi lavora dal lavoro al tempo libero. 

Un’osservazione prima di lasciare la parentesi italiana e tornare al caso generale. Se la tesi  è che sia il reddito di cittadinanza a inaridire l’offerta di lavoro, allora sarà anche vero che questo può avvenire per lavoratori dipendenti la cui alternativa lavorativa prevede salari comparabili al reddito di cittadinanza, cioè salari miserabili, e non dovrebbe riguardare lavoratori dipendenti con salari superiori al reddito di cittadinanza. Ma non sembra sia questo il caso.

La rilevanza del problema

La ragione per cui fenomeni generalizzati di dimissioni dal proprio posto di lavoro sono interessanti è che essi possono ammontare ad uno spostamento sensibile della curva di offerta di lavoro verso l’interno e verso l’alto (o verso l’interno tout court se si ritiene che la curva suddetta sia verticale, cioè del tutto inelastica rispetto al salario). L’abbandono genera difficoltà anche gravi per l’impresa che intenda rimpiazzare il lavoratore dimissionario, in particolare qualora questi sia portatore di capacità, abilità ed esperienza non disponibili in abbondanza sul mercato del lavoro. Ma ciò equivale a dire che il sistema è prossimo alla piena occupazione, e che il lavoratore richiesto vada ‘strappato’ alle imprese concorrenti mediante l’offerta di un salario maggiore di quello percepito nella situazione abbandonata, e/o di condizioni di lavoro migliori di quelle di cui il candidato godeva nella sua situazione occupazionale precedente. 

Ciò che sorprende è che segni di aumenti salariali non sembrano evidenti e generalizzati: perfino Lawrence Summers, dichiaratamente e da oltre un anno timoroso di una fiammata di inflazione forte anche se tendente a stabilizzarsi su valori non iperinflazionistici, a proposito di aumenti salariali legati all’inflazione cita a sostegno della propria tesi soltanto il nuovo contratto dei lavoratori della John Deere o, meglio, la Cost of Living Adjustment Clause (COLA) appena contrattata a livello aziendale; mentre dalla Germania arrivano informazioni circa un tasso di inflazione addirittura in riduzione rispetto a quello prevalente durante l’estate (di nuovo: per oggi non intendo esibire evidenza empirica, chiedo al lettore interessato di procedere autonomamente ad una ricerca sul tema).  

Ci sono in teoria due modi di rispondere a questo paradosso di imprese che non stanno facendosi concorrenza per assumere lavoratori che rimpiazzino quelli che si stanno ritirando: il primo è che vi sia carenza protratta di domanda di merci e servizi, così che la decisione di mantenere i livelli di occupazione ‘tradizionali’ non sarebbe efficiente e la riduzione della domanda di lavoro, razionale; il secondo è che esse stiano operando un sensibile recupero di efficienza attraverso ristrutturazioni organizzative e/o mediante sostituzione di capitale a lavoro. Una trasformazione della tecnologia più intensiva nell’uso di capitale e meno intensiva nell’uso di lavoro è ovviamente possibile e, a lungo andare, probabilmente necessaria se il fenomeno degli abbandoni  persiste ed interessa porzioni consistenti di lavoratori. Ma tale trasformazione prende tempo e soprattutto richiede investimenti che, sappiamo bene, non sono attività assai praticata dalle imprese e dai governi in era di stagnazione secolare. 

In fine, il quesito è: quanto è rilevante il fenomeno della contrazione dell’offerta di lavoro? Lo è abbastanza da far prevedere un aumento del potere contrattuale dei lavoratori rispetto alle imprese e, dunque, aumenti salariali che le imprese consentiranno soltanto se potranno rivalersi attraverso l’aumento dei prezzi sul mercato finale dei propri prodotti, cioè producendo inflazione dei prezzi al consumo? Lo è abbastanza da attivare un processo di sostituzione di lavoro con capitale?

Post scriptum

Finito di scriverlo, ho lasciato questo pezzo ‘decantare’ prima di pubblicarlo. Nel frattempo, Paul Krugman ha pubblicato  sul New York Times del 5 novembre un pezzo dal titolo Is the Great Resignation a Great Rethink?https://www.nytimes.com/2021/11/05/opinion/great-resignation-quit-job.html?referringSource=articleShare

(Per mancanza di tempo) non ho aggiornato il pezzo per tenere conto della riflessione di Krugman e, salva la correzione di errori ortografici, l’ho lasciato in versione pre-Krugman. Ho tuttavia lasciato l’8 novembre come data di pubblicazione, perché quella è.

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