Prospettive della ripresa dell’economia italiana a quasi due anni da un evento sconvolgente

Daniele Langiu e Fabio Sdogati

daniele.langiu@gmail.com, fabio.sdogati@mip.polimi.it

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Premessa

Ci sorprende la sorpresa di cui alcuni fanno mostra di fronte alle caratteristiche della ripresa economica che, pur con intensità e problematiche diverse, molte economie nazionali stanno sperimentando. Siamo sorpresi perché sembra quasi che il 2020 sia stato un anno ‘normale’, caratterizzato da una recessione ‘normale’, dalla quale ci si attende di rientrare in modo ‘normale’. E invece non è così: il 2020 è stato un anno straordinario, gli effetti della pandemia su domanda e offerta di beni di consumo e di investimento sono stati senza precedenti, e le difficoltà della logistica internazionale sono enormi a causa di ciò; le reazioni delle autorità di politica monetaria e fiscale sono state spesso, particolarmente nel caso dell’Ue, ortogonali a quelle che caratterizzarono il periodo della Grande Recessione 2007-2011; e ci sorprende la sorpresa davanti ai movimenti dei prezzi, un fatto che non vogliamo sminuire ma che a noi sembra fisiologico quando la struttura produttiva e distributiva mondiale subisce uno stravolgimento come quello che abbiamo vissuto nel 2020. Si tratta dunque anzitutto di valutare e ‘assorbire’ la dimensione dello sconvolgimento portato dalla pandemia, e quindi di valutare se e quanto le caratteristiche della ripresa in atto siano ‘coerenti’ con quello sconvolgimento.

Introduzione

Obiettivo di questo articolo è verificare quale sia lo stato della ripresa economica italiana e offrire uno sguardo sugli scenari evolutivi nei prossimi anni. Un compito oneroso per un articolo breve, il che richiede che gli indicatori utilizzati nell’analisi siano accuratamente specificati, pochi, e i relativi dati facilmente reperibili.

A ciascuno di questi ‘indicatori’ dedichiamo un paragrafo. Il primo riporta in maniera sintetica il lavoro che siamo venuti facendo nello scorso biennio sulle caratteristiche della recessione da pandemia che ha segnato il 2020. Qui l’attenzione è sulla comparazione tra traiettorie di crescita dell’Italia e quelle di alcune economie nazionali ‘simili’, quelle di Francia e Germania; allo stesso tempo, confrontiamo le previsioni che si facevano circa l’uscita dalla crisi ad ottobre 2020 con quelle recenti dell’ottobre 2021. Qui lo scopo è mostrare quanto la ripresa sia stata più rapida del previsto, ma anche far vedere che non tutti i paesi sono ancora tornati al livello di produzione del 2019.  

 Il secondo paragrafo discute dell’andamento dei prezzi osservati e di quelli previsti. Si tratta di un tema di grande attualità, nella cui discussione si scontrano approccio ‘strutturale’ da un lato e approccio monetario dall’altro. La nostra tesi è che l’aumento osservato dei prezzi è coerente con lo sconvolgimento strutturale causato dalla pandemia, che le spiegazioni monetariste sono sostanzialmente inadeguate, e che il fenomeno è più nord-americano, cioè di un’economia che sta approssimando la piena occupazione, che europeo, cioè di un’economia complessivamente ben lontana dal pieno impiego delle proprie risorse. 

Il terzo paragrafo presenta qualche evidenza circa le difficoltà causate dagli squilibri domanda-offerta indotti dalla pandemia sul sistema logistica internazionale, nel tentativo di stimare quale possa essere il peso di tali difficoltà sulla dinamica dei prezzi di materie prime e prezzi al consumo. Il quarto paragrafo riassume le reazioni di politica economica, con lo scopo precipuo di mostrare che le notevoli differenze con quelle adottate post-2007 sono la causa della uscita dalla crisi ‘più rapida del previsto’. Il quinto paragrafo discute rapidamente degli effetti della pandemia sull’occupazione aggregata e sull’offerta di lavoro, e discute di quella riduzione dell’offerta di lavoro che abbiamo chiamato altrove Il Grande Ripensamento.

Il sesto paragrafo conclude, mettendo in evidenza i risultati salienti dell’analisi.

1. Lo shock del 2020 e le traiettorie di ripresa economica

Il 2020 è stato un anno senza precedenti nella storia economica. Per capire quanto gravemente la recessione abbia colpito sostanzialmente tutte le economie nazionali, possiamo usare Figura 1 e Figura 2. La variazione del Pil reale tra 2019 e 2020 è stata molto negativa sia per i paesi ad alto reddito pro capite sia per le economie emergenti e in via di sviluppo; solo pochi paesi hanno visto aumentare il proprio Pil reale. Figura 2 trasmette un messaggio ancor più forte: mai negli ultimi 150 anni, quasi il 95% delle economie mondiali ha registrato una contrazione del pil reale pro capite.

La contrazione economica senza precedenti è stata seguita da una rapida ripresa che, stando alle previsioni più recenti pubblicate dal Fondo monetario internazionale (FMI) ad ottobre 2021, permetterà alle economie di Francia, Germania e Italia di tornare al livello di Pil pre-pandemia a fine 2022 (Figura 3). Da notare anche che in solo un anno, tra ottobre 2020 e ottobre 2021, le previsioni di crescita economica pubblicate dal FMI sono così migliorate da prevedere che il Pil italiano ritorni al livello pre-pandemia in anticipo di almeno 4-5 anni rispetto alle previsioni del FMI pubblicate ad ottobre 2020. Merito sicuramente dei vaccini e delle altre misure di sanità pubblica che hanno consentito di riprendere l’attività economica, in sicurezza, in anticipo rispetto alle previsioni e delle politiche economiche, monetarie e fiscali, fortemente espansive.

Le previsioni più recenti per l’economia italiana, pubblicate da Banca d’Italia il 17 dicembre scorso, forniscono uno scenario di crescita migliorativo per il 2021 rispetto a quanto pubblicato a luglio di quest’anno: sono soprattutto i consumi delle famiglie e gli investimenti fissi lordi a guidare il miglioramento delle previsioni di crescita, nonostante una riduzione dei consumi collettivi (Figura 4). Per il 2022, invece, Banca d’Italia rivede al ribasso le stime di crescita del pil rispetto a quelle di luglio: il tasso di crescita previsto a dicembre 2021 per investimenti fissi, consumi delle famiglie ed esportazioni è inferiore rispetto a quanto previsto a luglio 2021.

Come indicato da Banca d’Italia: “La crescita dei consumi delle famiglie, elevata quest’anno, rimarrebbe robusta anche il prossimo e proseguirebbe nel biennio successivo, grazie alle misure di stimolo, al miglioramento della situazione occupazionale e alla graduale riduzione dell’incertezza connessa all’evoluzione della pandemia, che determinerebbe un ritorno della propensione al risparmio verso i più contenuti livelli precedenti la crisi pandemica. Gli investimenti, dopo il forte rialzo di quest’anno, continuerebbero a espandersi in misura sostenuta, sospinti dagli interventi delineati nel PNRR e dalle favorevoli condizioni di finanziamento. Le esportazioni aumenterebbero a ritmi lievemente superiori a quelli della domanda estera, sostenute dai guadagni di competitività e dal recupero degli scambi di servizi, che rifletterebbe la graduale normalizzazione dei flussi turistici internazionali”.

2. L’andamento dell’inflazione dei prezzi al consumo

Nei nostri recenti contributi abbiamo scritto di inflazione dei prezzi al consumo. L’inflazione varia da categoria merceologica a categoria merceologica, da paese a paese, ma l’inflazione nel 2021 è stata registrata a tassi mai visti negli anni recenti o, come per gli Usa, nei decenni più recenti (Figura 5) in molti paesi. Moltissimi tendono a schierarsi a favore di una di due posizioni: vi sono coloro che ritengono che le radici profonde dell’aumento osservato dei prezzi stiano nell’eccesso di domanda generato dai programmi di supporto a famiglie e imprese durante la pandemia e, in generale, nella supposta troppo abbondante liquidità immessa a tale scopo nel sistema bancario dalle Banche Centrali. Vi sono poi invece coloro che, come chi scrive, credono che i problemi siano sorti a causa di uno shock reale all’economia, non uno shock monetario, e che trovano pertanto utile analizzare in primo luogo le forme e il susseguirsi degli shocks all’economia reale. Specificamente la nostra tesi, che abbiamo esposto in un articolo del 28 marzo 2020, è che la crisi, di origine puramente esogena e di natura sanitaria, abbia indotto una crisi da offerta generata dalle necessarie misure di controllo e contenimento che si sono sostanziate in chiusure protratte di attività produttive, commerciali e di trasporto, e generatrice a sua volta di una crisi da domanda parallela alla caduta dei redditi perduti a causa delle restrizioni.

Quale sarà l’andamento dell’inflazione nei prossimi anni?

Le previsioni della Banca centrale europea, pubblicate a dicembre (Figura 6) mostrano che l’inflazione dei prezzi al consumo raggiungerà il suo picco nel 2022 per poi attestarsi al di sotto del 2%.

Le previsioni più recenti dell’inflazione in Italia sono fornite da Banca d’Italia che, nelle sue proiezioni pubblicate nel dicembre 2021, prevede un’inflazione dei prezzi al consumo sotto il 2% a fine 2021 e inferiore al 3% per il 2022 (Figura 7); la crescita dei prezzi al consumo sarebbe dovuta principalmente agli effetti del rincaro dei beni energetici, che si esaurirebbero verso la fine del prossimo anno. In linea con l’ipotesi di una graduale discesa dei prezzi delle materie prime energetiche, l’inflazione scenderebbe all’1,5 per cento nel 2023 per risalire in misura contenuta l’anno dopo, all’1,7 per cento, riflettendo la graduale accelerazione dei salari e la riduzione dei margini di capacità inutilizzata.

3. Le strozzature lungo le catene di produzione globali

Le politiche di approvvigionamento delle imprese nella fase iniziale della crisi nella prima metà del 2010 furono caratterizzate da estrema cautela, e gli ordini di materie prime, semilavorati e intermedi crollarono, forse giustamente vista la gravità apparente del tracollo della domanda di prodotti finali. Alla ripresa, a metà 2020, gli ordini ripartirono in maniera massiccia, forse giustamente a fronte di magazzini sostanzialmente vuoti data la scelta fatta a inizio anno. Ciò ha messo enorme pressione sui trasporti internazionali di merci, e da lì la crisi che caratterizza il settore ancora oggi (Figura 8).

Insieme all’aumento del traffico e ai ritardi, la catena logistica del trasporto via mare ha registrato un aumento improvviso e repentino del costo di spedizione di un container. Ad esempio, prendendo una delle rotte più importanti degli scambi globali, dall’Asia orientale alla costa occidentale degli Usa, il prezzo spot del noleggio di un container di 40 piedi ha raggiunto un picco di quasi 9.000 dollari a novembre 2021; da questo picco, il costo per spedire il carico dal centro di produzione del mondo al più grande mercato di consumo è crollato più del 20 per cento, a meno di 7.000 dollari a dicembre 2021 (Figura 9).

Cosa ci aspetta il 2022 su questo fronte? Le posizioni sono variegate e, ovviamente, molto dipenderà dall’evoluzione della pandemia e dalla capacità di intervento dei governi. Un buon riassunto è offerto da Bloomberg in questo articolo in cui sono riportate le previsioni di alcuni esperti sul fronte delle catene globali di fornitura

4. Le politiche economiche

Le Banche centrali e i governi sono intervenuti rapidamente e quasi contemporaneamente per evitare il rischio di una crisi finanziaria e per supportare l’economia reale così da ridurre l’impatto negativo dello shock sanitario iniziato nel febbraio 2020. Figura 10 e Figura 11 mostrano la portata dell’intervento delle Banche centrali statunitense (la FED) e dell’Unione economica e monetaria (la BCE) centrali e di alcuni Governi dei paesi ad alto reddito pro capite.

L’intervento di FED e BCE a partire da marzo 2020 è stato di portata così intensa e ampia che il totale dell’attivo delle due banche centrali è più che raddoppiato rispetto al periodo della Grande Recessione 2008-2009.

Figura 11 riporta le misure fiscali chiave che i governi hanno annunciato o adottato in alcune economie ad alto reddito pro capite in risposta alla pandemia COVID-19 al 27 settembre 2021. Include le misure relative alla COVID-19 dal gennaio 2020 e copre le misure da attuare nel 2020, 2021 e oltre.

5. Il mercato del lavoro

Il tasso di disoccupazione aggregato in Italia era il più alto tra quelli dei paesi riportati in Figura 12, e tale è rimasto. Colpisce quanto esso fosse elevato rispetto alla media dell’Uem, della Francia e della Germania già sin da giugno 2013. A febbraio 2020, il tasso di disoccupazione in Italia era del 9,9%, ad ottobre 2021 del 9,4%. Colpisce anche che, da metà 2021, il tasso di disoccupazione dell’Italia sia sostanzialmente costante, a differenza di quello di Francia, Germania e dell’Uem che proseguono nel suo andamento decrescente. Il confronto con l’andamento del pil consente di dire che quella italiana è senz’altro una ripresa senza occupazione.

Richiamiamo ancora le previsioni di Banca d’Italia (Figura 13), questa volta sul mercato del lavoro: il numero di ore lavorate e il numero di occupati aumenteranno nel 2021 e negli anni successivi, con la crescita del numero di ore lavorate maggiore di quella del numero di occupati; il tasso di disoccupazione raggiungerà rimarrà superiore al 9,0% nel 2021 e ancora nel 2022, nonostante stime di crescita del Pil del 6,2% nel 2021 e del 4,0% nel 2022. Con previsioni di crescita del Pil nel 2023 e nel 2024 pari, rispettivamente, al 2,5% e all’1,7% non sorprende che il tasso di disoccupazione cada in quegli anni in misura minore di quanto si prevede per gli anni precedenti, 2021 e 2022.

Ricordiamo anche qui la diffusione e la rilevanza di quel fenomeno che abbiamo chiamato Il Grande Ripensamento, cioè della contrazione dell’offerta di lavoro che sta accompagnando la ripresa in gran parte dei paesi a reddito pro capite medio e alto: sinteticamente, si tratta dell’uscita dall’offerta di lavoro di lavoratori, dipendenti e non, di diverse classi di età, di genere diverso. La nostra interpretazione di questo fenomeno, per quanto iniziale, è che la pandemia abbia costituito l’occasione per molti, se non per tutti, di riconsiderare l’equilibrio che avevano precedentemente trovato, e che are consolidato da anni, tra tempo di vista e tempo di lavoro.

6. Osservazioni conclusive

Si legge molto di crescita post-pandemia, e si registrano entusiasmi che non riteniamo giustificati. Occorre dire con chiarezza che non siamo affatto in una situazione post-pandemica. Ed è importante ripeterlo perché il persistere, e anzi l’aggravarsi, del quadro sanitario lascia prevedere che la dinamica della ripresa economica sarà fortemente accidentata, tutt’altro che lineare e regolare come alcuni tendevano a credere durante l’estate scorsa.

Obiettivo principale di questo articolo era di verificare quale sia lo stato della ripresa economica italiana e valutarne gli scenari evolutivi nei prossimi anni. Nel primo paragrafo abbiamo mostrato due cose importanti: la prima, che la ripresa si è venuta sviluppando più rapidamente di quanto non si fosse stimato soltanto nell’ottobre 2020, e che le traiettorie di crescita previste sono più rapide per Francia, Germania e Italia; la seconda, che la dinamica prevista porterà l’Italia nel 2026 ad un pil reale di circa il 5% maggiore di quello del 2019, e Francia e Germania ad uno di circa l’8% maggiore. Sarà dunque bene tenere presente l’Italia conferma quel carattere differenziale di crescita che la contraddistingue dalle altre due economie da decenni ormai.

Il secondo tema di interesse cruciale nel dibattito pubblico e accademico sulla ripresa è se questa sia e sarà accompagnata da un processo inflazionistico rilevante, paragonabile per capirci a quello degli anni ’70 e ’80. La nostra valutazione, sia sulla base dei dati pubblicati che della teoria economica, è che questo processo inflazionistico sia e sarà di portata più modesta. Inoltre, il fenomeno sembra più importante per l’economia Usa che per quelle europee e, in particolare, che per quella italiana, afflitta da permanente e grave sottoutilizzazione delle risorse produttive. Una delle cause importanti di questi movimenti dei prezzi al rialzo è certamente data dai prezzi dell’energia e dalle difficoltà incontrate dalle compagnie di trasporto nel coordinare le operazioni di prelievo, trasporto e consegna a fronte di forti fluttuazioni di domanda e di offerta di merci, al che potrebbero essersi aggiunti comportamenti non esattamente concorrenziali in questa industria, tradizionalmente molto concentrata.

Fortunatamente, e a differenza di quanto avvenuto quando l’ideologia dell’austerità dominava molti governi europei, la risposta di politica economica alla crisi è stata immediata e correttamente espansiva. Misure di sostegno al reddito delle famiglie furono adottate in molti paesi già nel tardo inverso-primavera del 2020, e garanzie governative a fronte di prestiti bancari a imprese produttive vennero estese nella logica del sostegno alle attività produttive colpite da caduta della domanda. In alcuni paesi tali misure sono state adottate anche nel 2021, e ciò ha contribuito non poco all’accorciamento del periodo di ripresa e macroeconomica e di difesa dei redditi da lavoro. Altra nota positiva su questo fronte, per l’Unione europea, è stato il NextGenerationEu: al di là dell’aspetto quantitativo, vogliamo sottolineare l’importanza del fatto che la Commissione europea assumerà, a nome dell’Unione europea, prestiti sui mercati finanziari a tassi più favorevoli rispetto a molti Stati membri e ridistribuirà gli importi agli stessi.

Si stima che il pil italiano crescerà come non l’abbiamo mai visto crescere almeno nell’ultimo quindicennio. Una crescita che, tuttavia, sembra non sarà accompagnata da una riduzione altrettanto rapida della disoccupazione. Ci auguriamo che la dinamica degli investimenti pubblici per guidare priorità di interesse pubblico quali la sanità, la lotta al cambiamento climatico, investimenti in ricerca e sviluppo che stimolino anche gli investimenti delle imprese possano accompagnare una transizione più rapida e un miglioramento del mercato del lavoro sia in termini di quantità che di qualità e sicurezza.

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