ECB and the European Labour Market: “Let’s go.” “We can’t.” “Why not?” “We’re waiting for Godot.” “Let’s Tighten.” “We Can’t.” Why Not?” “We’re Waiting for Wage and Price Increases”

Fabio Sdogati

2017 08 08

 

“But let me [Draghi] just make clear one thing: after a long time, we are finally experiencing a robust recovery, where we only have to wait for wages and prices to move towards our objective.”

The bottom line

By announcing that waiting is all that’s left to do in order to get wage and price inflation, the ECB shows that she has no clear idea as to how profound are changes that are affecting labor markets, nor about the effects that such changes have on the supposed effectivness of monetary policy. I submit that labor markets have been transforming in such a way that the chain of links growth-> wage inflation -> price inflation, has to a large extent broken down (Germany my be a partial exception). The implication is the same I, and many others, have been drawing for years: it is fiscal stimuli that generate growth-cum-wage-rises, not monetary stimuli. (Something, to be honest, Mr. Draghi points out, in politically correct terms, at every press conference.)

I have identified two parts in the introductory statement to the July 20 ECB president’s press conference: one, which few will object to my calling boring and repetitious: I will not discuss this part; and another, which I believe to be most interesting, and will therefore discuss in some detail.

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La lunga via della FED verso la ‘normalità’ (monetaria)

  1. Gli antefatti: fino al 2007

Fino alla Grande Crisi Finanziaria iniziata nel 2007 con la crisi di Bear Sterns (2008 per chi preferisse datarla dal fallimento di Lehman Brothers) la politica monetaria ‘strategica’ veniva condotta attraverso le variazioni del tasso di sconto. Il modello teorico che sosteneva questa scelta era quello in cui ancora molti credono: tagli (aumenti) del tasso di sconto servivano a rendere il credito alle banche commerciali meno (più) costoso, il che induceva le banche a tagliare (aumentare) i tassi attivi e, così facendo, rendere meno (più) costoso il finanziamento degli investimenti e delle spese per consumi. In questo quadro le vendite (gli acquisti) di titoli da parte della banca centrale, transazioni note come ‘operazioni di mercato aperto’ servivano prevalentemente come strumenti per la stabilizzazione dei tassi di mercato, ma non venivano usate come strumenti di politica di lungo periodo.

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Cina. Quadro macroeconomico 2017. Tra necessità di crescita e ribilanciamento dell’economia

Negli ultimi decenni la Cina ha sperimentato una crescita economica sorprendete che le ha permesso, secondo alcune stime, di diventare la seconda più grande economia al mondo in termini di prodotto interno lordo (PIL) dopo gli Stati Uniti e il maggior contribuente alla crescita globale. Le riforme economiche introdotte nel 1978 hanno aperto il paese agli investimenti diretti esteri (IDE) e agli scambi internazionali, permettendo la trasformazione di un paese prevalentemente rurale nel più grande centro manifatturiero del mondo. Attraverso le sempre più intense relazioni internazionali, la Cina è stata inoltre capace di apprendere dal modello economico dei paesi capitalistici e adeguare gli elementi che lo caratterizzano al contesto Cinese: “[…] … noi dobbiamo imparare dai popoli dei Paesi capitalistici. Dobbiamo far uso della scienza e della tecnologia che essi hanno sviluppato. E di quegli elementi della loro conoscenza ed esperienza accumulata che possono essere adattati al nostro uso. Mentre importeremo tecnologia avanzata e altre cose per noi utili dai Paesi capitalistici – in modo selettivo e pianificato non impareremo mai né importeremo il sistema capitalista […]”. (Deng Xiao Ping, 1985). Oggi il paese si trova ad affrontare una serie di sfide cruciali dal punto di vista economico, sociale e geopolitico. Prima tra tutte è la trasformazione strutturale del proprio modello di crescita. Dopo anni di tassi di crescita a doppia cifra, l’economia cinese inizia a mostrare i primi segni di rallentamento. Questo impone la trasformazione del modello di crescita del paese, da un modello focalizzato prevalentemente su industria, costruzioni ed esportazioni ad uno focalizzato più su servizi e consumi interni. Questa transizione pone tuttavia rischi di natura sociale ed economica. Se non opportunamente gestita, potrebbe infatti far cadere il paese nella cosiddetta “trappola del reddito medio” con conseguenze negative su occupazione, stabilità sociale e finanziaria. In secondo luogo, il ruolo della Cina nelle catene globali di produzione potrebbe cambiare: le imprese potrebbero spostarsi verso l’inizio del processo produttivo parallelamente all’acquisizione di competenze, tecnologia che consentono alle imprese cinesi di cambiare la propria specializzazione produttiva. La terza sfida è infine quella geopolitica. Di fronte ad uno scenario di crescenti incertezze, isolazionismo e vuoti di potere, la Cina, nelle parole del suo premier Xi Jinping durante l’ultimo meeting di Davos, si propone come nuovo leader dell’ordine mondiale e difensore della globalizzazione e del libero scambio. In questo scenario di importanti cambiamenti, l’obiettivo di questo report è analizzare lo stato attuale dell’economia cinese (paragrafo 1), descrivere le caratteristiche principali, gli impatti della sua trasformazione (paragrafi 2 e 3) e quali sono i possibili scenari dell’economia cinese; infine, si vuole fornire uno sguardo a quella che potrebbe essere la Cina dei prossimi cinque – dieci anni (paragrafo 4).

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Non era solo campagna elettorale, Trump mantiene le promesse (purtroppo)

Settimana scorsa ho posto il problema dell’uso che Trump stava facendo di May per promuovere la propria spinta reazionaria verso il ritorno al modello ottocentesco di stato nazione. La May, ovviamente, gradisce, poiché sa bene che al proprio interno ha contro il 48% degli aventi diritto al voto, così che il sostegno del grande fratello non può che portare rassicurarla. Peccato per lei, e per quelli come lei ovunque risiedano, e fortuna per tutti gli altri, che la Corte Suprema abbia ristabilito la certezza del diritto, sentenziando che non può essere un governo a disfare quello che il parlamento ha fatto.

Oggi voglio fare una cosa tra l’ambizioso e l’odioso: voglio valutare gli accadimenti di questa ultima settimana a Washington, DC. Perché ambiziosa? Perché tanto le grandi firme del giornalismo mondiale che gran parte degli analisti finanziari sembrano molto cauti ad esprimere valutazioni su ciò che ci si può aspettare dalla nuova amministrazione, tanto sul piano finanziario che su quello economico. E odiosa, perché sa tanto di ‘adesso velo dico io come stanno le cose.’ Appunto. L’obiettivo, come sempre, è costruire uno scenario plausibile, di fronte al quale poi ciascuno farà quel che crede.

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