COVID-19 E ATTIVITÀ PRODUTTIVA: COME SI USCIRÀ DA QUESTA CRISI?

20 03 04

Fabio Sdogati

Riesco a scrivere poco in questi giorni perché da un lato tanti mi chiedono, appunto, come se ne esce, e non posso non rispondere; e dall’altro perché la letteratura sul tema cresce in maniera esponenziale (come il numero di affetti dal Covid-19!) ed è faticoso leggere, capire, catalogare, archiviare. Provo a condividere alcune linee guida su come io penserei al problema, senza interpretarlo per ora nel senso di ‘con che strategie si esce da questa crisi?’

Interpreto dunque il quesito nel seguente senso: come si svilupperà questa crisi, in che tempi? Quale sarà il profilo temporale del ciclo economico post-shock? Sarà un profilo temporale ‘uguale per tutti’?  E la ripresa, la famosa ripresa, ci sarà, e sarà forte come la vorremmo?

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COVID-19 E ATTIVITÀ PRODUTTIVA: POCHI NUMERI, ALCUNE RIFLESSIONI

20 02 27 Fabio Sdogati sdogati@mip.polimi.it

Qualche settimana fa su LinkedIn sostenevo di avere l’impressione che non si stesse organizzando un ragionamento, una valutazione, una reazione, sul tema degli effetti potenziali del COVID-19 sull’attività economica. Il centro del mio interesse allora era l’impresa.

Oggi il tema è diverso: oggi il tema è quello del governo della crisi a livello macroeconomico. Se si preferisce, il quesito è: questa pandemia (i virologi, che sono una sessantina di milioni in questo paese, mi perdoneranno se uso il termine in maniera inappropriata) avrà effetti gravi, o gravissimi, sull’economia mondiale? Partendo dalla considerazione, piuttosto banale, che non saranno le imprese con le loro iniziative a tirarcene fuori nel breve periodo, porrò il problema delle politiche che i governi di molti paesi stanno cominciando ad impostare.

Il mio punto di partenza, che considero ormai assiomatico, è che siamo entrati da anni, stiamo vivendo, e vivremo per anni a venire una situazione di stagnazione, probabilmente di lunga durata, secolare. Questo, e non altro, è il contesto in cui si trova l’economia mondiale: più i paesi ad alto reddito pro-capite e meno le economie emergenti e i paesi cosiddetti ‘in via di sviluppo’ ma che in via di sviluppo certamente non sono. Chi avesse ancora bisogno di dati, ottime fonti, e di semplice accesso, sono il Fondo Monetario internazionale, la Banca Mondiale, e la Commissione delle Comunità Europee.

La pandemia, che si è presentata originariamente come epidemia, parte dalla Cina. Ora occorre dire che la Cina non è semplicemente il secondo paese al mondo per valore del prodotto interno loro (dicono, non lo so ma ci credo); esso è anche un paese assai ben inserito nelle catene globali di produzione, nelle quali produce semilavorati e prodotti intermedi che esporta, importa semilavorati e componenti che sottopone a lavorazioni di perfezionamento e/o assembla in prodotti finiti destinabili alla domanda finale in tutto il mondo. Se mettiamo insieme circa due mesi di COVID-19 e posizione delle imprese localizzate in Cina nelle catene globali di produzione, possiamo intravedere che l’attività produttiva mondiale deve certamente rallentare fino a che non si tornerà ad una situazione di ‘normalità’ definita in qualche modo.

Attenzione: nessuno è in grado di dire se la situazione evolverà in una recessione globale, e soprattutto se ciò avverrà già nel 2020. Le agenzie di stampa e i quotidiani sostengono che Moody’s ha condotto uno studio sulla base del quale ritiene che se la progressione verso una pandemia continuerà, allora il rischio di recessione (globale) è alto. Nouriel Roubini, noto al mondo per essere uno degli economisti che allertarono governi e pubblico dell’arrivo della Grande Crisi Finanziaria del 2007, offre un’analisi articolata della situazione: e non è ottimista. La recessione, per Roubini, è già prevedibile con un notevole grado di probabilità: no, non un cigno nero, un cigno candido.

Per quanto riguarda l’Italia, che ad esempio Moody’s ritiene uno dei paesi a più alto rischio di recessione, chi ha voglia di numeri inquadrati in un ragionamento organico, può (dovrebbe) leggere Andrea Donegà, Segretario dei metalmeccanici aderenti alla FIM lombarda, sullo stato e le prospettive della metalmeccanica lombarda. Il ragionamento di Donegà inquadra il problema degli effetti della pandemia nel quadro della posizione delle imprese lombarde nelle catene globali di produzione, e mette sull’avviso governi centrale e locali, imprenditori e associazioni di categoria circa la dimensione potenzialmente estesa della contrazione dell’attività produttiva manifatturiera nella regione. Il tutto, ovviamente, nel quadro di una stagnazione pesante già nel 2019, pre-Covid-19.

Immaginare politiche di contenimento della crisi economica richiede anzitutto che si chiarisca se questa sia una crisi da offerta o da domanda. Nonostante gli strilli dei liberisti al prosecco, il governo di qualunque paese agisce sistematicamente per stimolare la domanda aggregata quando quella generata dal ‘mercato’ non è in grado di attivare livelli di produzione e occupazione ritenuti adeguati. Questo per dire che i governi hanno notevole esperienza di politiche di gestione della domanda -nella fattispecie, di politiche fiscali espansive. Ma questa crisi è una crisi da domanda? Olivier Blanchard, lucido come sempre, risponde in tre righe (scritte quando l’epidemia era un problema della Cina):

Chi abbia letto Roubini, citato sopra, ha visto che anch’egli è scettico circa l’efficacia delle politiche di espansione della domanda. In effetti, esse sono di faticosa adozione e di lenta applicazione: occorre prima che i parlamenti nazionali decidano espansioni della spesa, poi servono i decreti attuativi, poi la messa a bando delle opere, ad esempio infrastrutture. Ma COVID-19 si diffonde ad una velocità molto alta, anche se il tasso di mortalità è relativamente basso. Problematico aspettare la politica fiscale. Ammesso che serva. Io non sono così scettico quanto Blanchard e Roubini, ma i colleghi hanno un buon punto.

Guardiamo allora al lato dell’offerta. Questa presente ha tutte le caratteristiche di una crisi generata dal lato dell’offerta. Non è stata tanto la domanda di merci e servizi ad essere colpita, quanto gli apparati produttivi nazionali attraverso le catene globali di produzione. Ma come può un governo intervenire per ripristinare condizioni favorevoli alla ripresa dell’attività produttiva? La prima risposta a questo quesito è: un governo, da solo, quando la produzione delle merci è frammentata internazionalmente, quando una difficoltà sorge in un’impresa in un certo paese e si diffonde alle altre imprese di quel paese, quel governo non potrà fare nulla. E si pensi che il governo del paese che subisce lo shock originario, nel nostro caso la Cina, deve affrontare questo dilemma: far ripartire la produzione al costo di mettere in pericolo la salute di larghi strati della popolazione, o salvaguardare il più possibile la salute pubblica, al costo di ridurre anche sostanzialmente, la produzione? (Questo problema, originariamente cinese, diventa ogni giorno di più ‘di tutti’ a misura che l’epidemia tende alla pandemia).

E allora, che fare? Essenzialmente, io credo, adottando due tipi di misure:

  1. Dirottando, in ogni paese, risorse molto importanti verso la salute pubblica. In altre parole, una politica fiscale espansiva esclusivamente o quasi centrata sulla sanità. Questo è essenziale se non si vuole che di qui a qualche anno il problema non si ponga daccapo (tutti ricorderanno che prima del COVD-19 ci furono la Sars e la Mers, e che la ricerca venne interrotta quando la mortalità si azzerò. Ed è essenziale perché le attività produttive possano tornare il prima possibile alla ‘normalità’.
  2. Costituendo un organismo, anche temporaneo, ma politico e mondiale, di gestione della crisi sanitaria. Quando il modo di produzione è globale, le epidemie e le pandemie colpiscono in modo assai pesante le economie dei singoli paesi e del mondo intero. Il solo livello a cui la lotta per il contenimento, la soppressione e la cura è quello mondiale.

Gli scettici possono leggere Simon Johnson del 27 febbraio.

Effetti delle politiche tariffarie Usa: Il disaccoppiamento delle economie cinese e statunitense

Fabio Sdogati

2020 01 09

Introduzione

Con Daniele Langiu e Francesco Morello nel 2018 abbiamo cominciato a prestare attenzione agli effetti delle politiche tariffarie Usa sui flussi commerciali in entrata e in uscita da quel paese. Dapprima abbiamo proposto alcune riflessioni sugli effetti negativi sull’industria Usa di dazi imposti su acciaio e alluminio in quanto prodotti intermedi necessari alla produzione di molti settori della manifattura  e delle costruzioni Usa. Nel secondo articolo Langiu e Sdogati prendevano in considerazione il problema della efficacia delle restrizioni tariffare ‘in equilibrio generale’, quando cioè si prenda in considerazione un modello a tre paesi in cui uno dei tre adotti politiche restrittive verso un secondo, ma non verso il terzo, e concludevamo che a livello della bilancia commerciale globale gli Usa non avrebbero registrato effetti sensibilmente positivi. In un terzo articolo Langiu e Sdogati hanno prestato attenzione ai possibili effetti dell’Accordo USMCA sulla dislocazione delle catene globali di produzione, e abbiamo avanzato l’ipotesi che queste si dovranno necessariamente riconfigurare attorno a due epicentri che stanno emergendo, Cina e Usa. Infine, Morello e Sdogati si sono chiesti quali fossero gli effetti delle politiche tariffarie Usa sui saldi di bilancia commerciale sino-statunitense, l’obiettivo dichiarato dell’amministrazione Usa, e quelli, paralleli, sulla bilancia commerciale Usa-Resto del mondo, e abbiamo scoperto che ad ora i due deficit sembrano muoversi in direzione opposta, così che l’effetto sul saldo globale della bilancia Usa è relativamente stabile.

Oggi voglio occuparmi di un problema che qualcuno, non so chi, ha definito ‘disaccoppiamento delle economie Usa e cinese’. Proporrò delle riflessioni molto preliminari, ma credo che gli indizi offerti al momento dai dati sul commercio internazionale di merci e servizi consentano di definire tale disallineamento di natura ‘epocale’.

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Lo Stato NON È una famiglia

18 05 12

Premessa

Eppure ci sono economisti che sostengono che lo siano. Ancora pochi giorni fa un mio studente porta alla mia attenzione il fatto che un economista televisivo sembra aver sostenuto che “nelle famiglie quando ci sono meno soldi bisogna tirare la cinghia. Nel settore pubblico non si può dare più soldi a tutti senza spiegare che deve dimagrire”. A prescindere dal fatto che le parole che ho appena citato non costituiscono un discorso logicamente (non ‘economicamente’, logicamente) coerente, vi si ritrova una ‘semplificazione’ che fa rizzare i capelli in testa a chi ha studiato, e studia, economia: quella secondo cui le questioni finanziarie di un governo, e cioè di reddito e spesa, e quindi di deficit e debito, si possano comprendere facendo ‘semplicemente’ riferimento alle stesse questioni quando le si pensi in ambito familiare. Metto le parole ‘semplificazione’ e ‘semplicemente’ tra virgolette perché è in nome della ‘semplicità’ che questa operazione viene condotta. O meglio: è assumendo strumentalmente che le persone siano stupide, e che perciò abbiano bisogno di spiegazioni ‘semplici’, che l’operazione altamente ideologica e fuorviante viene condotta. In soldoni: tu, membro del pubblico televisivo, non puoi capire cosa sia un bilancio pubblico, cosa siano le entrate e cosa le uscite, cosa sia il debito pubblico. E quindi io te lo spiego usando l’esempio della tua famiglia perché almeno il funzionamento di quella, tu che sei stupido, probabilmente un poco lo capisci.

La verità è che nessun economista è talmente ignorante da pensare che l’analogia valga qualcosa. Chi sostiene questa analogia lo fa per ragioni ideologico-politiche, come diverrà evidente nel prosieguo di questa breve polemica. E chi lo fa è, guarda caso, sostenitore dei sacrifici, dell’austerità, del bilancio pubblico in pareggio, cioè la scuola di pensiero che si è prestata dal 2007 in avanti a giustificare la scelta politica dei governi UE di immiserire la Grecia e tenere per anni in recessione prima e stagnazione poi tutta l’Europa (mentre il contrario avveniva negli Usa).

  1. Il problema del debito pubblico

Il problema della falsa analogia si pone una volta che sia stata legittimata la seguente linea di ragionamento: a. il debito pubblico è un male; b. esso va dunque eliminato; c. come lo si elimina? d. come farebbe una famiglia: riducendo le spese.

Io non voglio discutere qui se il debito pubblico sia un bene o un male perché ciò non è necessario per rispondere al quesito che annuncia il titolo. Prendo invece subito in mano l’analogia e la discuto.

  1. Il problema del debito della famiglia

Una famiglia accumula debito perché, nel tempo, il flusso delle proprie uscite supera, in media, il flusso delle proprie entrate. In breve: una famiglia che nell’ultimo mese abbia incassato redditi per € 10 e speso € 12, si ritroverà alla fin del mese con debito di € 2.

Quali strade ha a disposizione questa famiglia per ripagare il proprio debito nel mese che viene? Le strade sono in via di principio due:

  1. La prima, ad un estremo, è tenere ferma la spesa mensile a € 12 e aumentare il proprio sforzo lavorativo per produrre un reddito di € 14, di cui €12 finanzieranno la spesa del mese corrente e € 2 verranno utilizzati per ripagare il debito pregresso.
  2. La seconda strada, all’altro estremo, è tenere fisso lo sforzo lavorativo, cioè il reddito, a € 10/mese e ridurre la spesa del secondo mese da € 12 a € 8 (di cui € 2 per non creare ulteriori debiti e € 2 per ripagare quello pregresso).
  3. Ovviamente, tra queste due soluzioni estreme una famiglia può scegliere qualunque combinazione di aumento dello sforzo lavorativo e di riduzione della spesa. (La versione preferita dai cantori del bilancio in pareggio è, ovviamente, il taglio alla spesa.)

 

  1. Cosa notiamo da questo esempio?

Notiamo subito che la famiglia che decida di rimborsare il debito e di non accumularne di nuovo scegliendo la strategia di riduzione della spesa, può farlo a parità di reddito. In altre parole, il cedolino a fine mese non cambia, se durante il mese abbiamo risparmiato su scarpe, formaggi e libri. Ne deduco che il reddito della famiglia è indipendentedalla sua spesa. O ancora: il datore di lavoro non mi taglia il salario solo perché ho debiti con il droghiere (si, lo so, potrebbe arrivare il giorno in cui il droghiere si alleerà con il mio datore di lavoro in modo che una parte del mio salario venga versata dal mio datore direttamente al droghiere….).

  1. E se questa stessa strategia fosse adottata dal governo?

Beh, ovvio che il reddito del governo non èindipendente dalla sua spesa. Un governo che tagli la spesa (istruzione, salute, viabilità, servizi sociali, non importa che cosa) induce immediatamente e necessariamente una parallela diminuzione del reddito fiscale, poiché il reddito fiscale dipende dal livello della attività produttiva su cui il governo esercita il suo diritto ad imporre tasse: meno domanda di beni e servizi, meno produzione, meno reddito prodotto, meno introiti fiscali.  Un governo che si comporti come la famiglia virtuosa usata per la loro analogia dalle vergini vestali del risparmio come metodo per il ripianamento dei debiti, è un governo che genera recessione, disoccupazione, stagnazione. Esattamente quel che è avvenuto in Europa dal 2007 con la cosiddetta austerità.

Tutto questo lo dice, ovviamente meglio di me, Yanis Varoufakis (che, ne sono certo, non ha bisogno di introduzione):

      One of the great mysteries of life, at least of my life, is how susceptible good people are to this awful logic. In fact, personal finances are a terrible basis for understanding public finance [as I explained in response]: ‘In your life you have a wonderful independence between your expenses and your income. So when you cut down on your expenses, your income is not cut. But if the country as a whole goes [on] a major savings spree, then its total income is going to come down.’

     The reason for this is that at a national level total expenditure and total income are precisely equal because whatever is earned has been spent by someone else. So if every person and business in the country is cutting back, the one thing the state must not do is cut back as well. If it does so, the abrupt fall in total expenditure means an equally abrupt fall in national income, which in turn leads to lower taxes for the Treasury and to austerity’s spectacular own goal: an ever-shrinking national income that makes the existing national debt unpayable. [Adults in the Room, 2017, p. 34]

Ed ecco dunque spiegato anche come far aumentare il rapporto debito/pil, un rapporto che i sostenitor della tesi finanze statali 0 finanze familiari dicono di voler ridurre. Ma di questo parleremo in un’altra occasione.

 

 

 

ECB and the European Labour Market: “Let’s go.” “We can’t.” “Why not?” “We’re waiting for Godot.” “Let’s Tighten.” “We Can’t.” Why Not?” “We’re Waiting for Wage and Price Increases”

Fabio Sdogati

2017 08 08

 

“But let me [Draghi] just make clear one thing: after a long time, we are finally experiencing a robust recovery, where we only have to wait for wages and prices to move towards our objective.”

The bottom line

By announcing that waiting is all that’s left to do in order to get wage and price inflation, the ECB shows that she has no clear idea as to how profound are changes that are affecting labor markets, nor about the effects that such changes have on the supposed effectivness of monetary policy. I submit that labor markets have been transforming in such a way that the chain of links growth-> wage inflation -> price inflation, has to a large extent broken down (Germany my be a partial exception). The implication is the same I, and many others, have been drawing for years: it is fiscal stimuli that generate growth-cum-wage-rises, not monetary stimuli. (Something, to be honest, Mr. Draghi points out, in politically correct terms, at every press conference.)

I have identified two parts in the introductory statement to the July 20 ECB president’s press conference: one, which few will object to my calling boring and repetitious: I will not discuss this part; and another, which I believe to be most interesting, and will therefore discuss in some detail.

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