Daniele Langiu, daniele.langiu@gmail.com
Fabio Sdogati, sdogati@gsom.polimi.it
25 02 09
Introduzione
“Con nuove tariffe, Donald Trump minaccia di innescare un’era di guerre commerciali”. Così titola un articolo del Financial Times pubblicato il 31 gennaio, alcune ore prima che il piano dell’Amministrazione Trump di imporre dazi del 25% su Canada e Messico entrasse in vigore. Trump ha anche esteso la minaccia includendo l’Unione europea. Conclusa dunque l’applicazione dell’approccio denominato ‘friend-shoring’? Dal nostro punto di vista, no: piuttosto, il dazio diventa uno strumento negoziale per allineare le politiche dei paesi agli obiettivi dell’Amministrazione Trump. Da alcuni anni, scriviamo di disaccoppiamento Cina-Usa e abbiamo provato ad argomentare che la Belt & Road Initiative del Presidente Xi Jinping e la strategia Make America Great Again (MAGA) della prima Amministrazione Trump (2017-2021) hanno rappresentato e rappresentano il tentativo di creare delle ‘regioni’ attorno a due poli. Progressivamente, anche durante l’Amministrazione Biden (2021-2025), le politiche industriale e commerciale del Governo Usa e Cinese hanno perseguito la creazione dei due poli.
Obiettivo finale di questo articolo è identificare i possibili scenari di regionalizzazione che potrebbero prendere corpo per effetto dei dazi sugli scambi commerciali e, indirettamente, sugli investimenti diretti esteri. Certamente vedremo in primo luogo un aumento dei flussi di investimento diretto dall’estero verso gli Usa, come è nelle intenzioni dell’Amministrazione. Ma l’adozione di misure di protezione tariffaria sulla scala dichiarata indurrà necessariamente imprese e governi ad adottare iniziative di contrasto, o di difesa che dir si voglia che, per dimensione della distorsione ‘punitiva’ rappresentata dal dazio, e per la dimensione relativa delle economie interessate, porterebbero alla riconfigurazione della divisione internazionale del lavoro e delle catene globali di produzione. Queste ‘iniziative di contrasto’ genereranno una ri-direzione dei flussi commerciali a danno degli Usa e il rifiorire di flussi di investimenti diretti esteri dalla Cina verso paesi altri dagli Usa e tra paesi ‘terzi’.
Per quanto sia bene astenersi da previsioni vista la complessità del gioco strategico tra paesi messo in moto dalle politiche protezionistiche Usa, possiamo ipotizzare due modelli di regionalizzazione delle catene globali di produzione che abbiamo a provato a schematizzare in Figura 1:
- Modello 1: modello bipolare ‘puro’. Due poli, ciascuno dei paesi ‘minori’ sceglie attorno a quale dei due poli gli sia più conveniente ruotare, cioè a quali catene globali di produzione aderire; simmetricamente, ciascuno dei due poli scegli i paesi ai quali consentirà di vivere della propria luce (friendly shoring);
- Modello 2: modello bipolare con emergere dei paesi ‘non allineati’-‘connettori’. Due poli, ma anche un elevato numero di paesi ‘indipendenti’ che adotteranno politiche di vicinanza con entrambi i poli senza rapporti di esclusività e, così facendo, manterranno anche i propri spazi di manovra per sviluppare rapporti economici tra di loro.

- Il disaccoppiamento e la differenza tra un sistema binario ed uno a due stelle indipendenti, due ‘poli’
Un sistema binario in astronomia indica un sistema di due oggetti (di solito stelle, ma anche pianeti, galassie o asteroidi) così vicini tra loro da essere legati dalla reciproca attrazione gravitazionale, orbitando attorno ad un centro di massa comune.
L’inizio del processo di graduale svincolo tra i ‘due poli’ – l’economia cinese e quella statunitense che altrove abbiamo definito disaccoppiamento – può essere fatto risalire al 2013, anno in cui il presidente Xi annunciò un progetto di sviluppo infrastrutturale globale mirante fin dall’inizio a coinvolgere almeno settanta paesi in Asia orientale e meridionale, Asia centrale, Europa, Africa. La caratteristica fondamentale del progetto risiede nella interconnessione tra l’essere un progetto di investimento in infrastrutture per la connettività e, coerentemente, di allargamento dei mercati sia di sbocco che di approvvigionamento per le imprese di tutti i paesi ed aree geografiche aderenti al progetto.
Nel 2017, subito dopo la vittoria alle elezioni presidenziali, l’Amministrazione Trump iniziò a rendere chiaro ai governi e alle imprese che la strategia di ‘guardiano e garante della globalizzazione’ sarebbe stata abbandonata da parte degli Stati uniti nell’interesse di perseguire la strategia Make America Great Again (MAGA). Le imprese estere furono ‘invitate’ ad andare a investire negli Stati uniti, attraverso varie azioni: ha avvio la saga infinita dei dazi, a cominciare da quello sull’alluminio e l’acciaio, e delle minacce; le imprese Usa vengono minacciate di sanzioni pesanti se non tornano a produrre negli Usa; la Cina viene additata come un concorrente sleale e accusata di appropriarsi surrettiziamente di tecnologie Usa; ecc.
Il progetto di sviluppo infrastrutturale cinese Belt & Road Initiative, il progetto MAGA dell’Amministrazione Usa tra 2017 e 2021 hanno rafforzato la prospettiva di uno scenario geopolitico a due poli e, in una certa misura, hanno mostrato il ruolo di strumenti di politica per guidare la creazione di tali poli. Nello specifico, i dazi sono tornati ad essere utilizzati come strumento di politica commerciale, nonostante per anni l’azione dei Governi e delle Organizzazioni internazionali – inclusa l’Organizzazione Mondiale del Commercio – fosse quella di ridurre le barriere agli scambi di merci e servizi e, anche, agli investimenti diretti esteri.
L’Amministrazione Biden, per quanto riguarda la politica commerciale e industriale, ha perseguito un obiettivo di Sicurezza nazionale: sono stati introdotte misure per aumentare gli investimenti delle imprese negli Stati uniti ed agire per rafforzare la creazione di un polo centrato sugli Stati uniti. Notiamo una certa continuità con la politica commerciale dell’Amministrazione Trump e, forse, una maggiore enfasi su strumenti di politica commerciale – come i controlli alle esportazioni e il blocco su alcuni investimenti diretti esteri – giustificati con ragioni, appunto, di sicurezza nazionale.
2. Dazi su tutto? Gli effetti previsti dalla teoria economica ‘tradizionale’
Durante la campagna elettorale per il suo secondo mandato, Trump aveva anticipato chiaramente che, se eletto, avrebbe replicato le scelte di politica commerciale che aveva già adottato durante il suo primo mandato: dazi. La differenza è che stavolta si tratterebbe di dazi su tutto l’universo delle merci ed i servizi importati dagli Stati uniti. Dazi su tutto, viene da dire. Se applicati su tutte le merci, gli effetti di imposizione dei dazi in termini di aumento dei prezzi sarebbero certamente su una scala mai vista dai tempi del protezionismo estremo dell’inizio del XX secolo: nella sua rubrica Bloomberg Points of Return del 13 settembre 2024 John Authers cita il rapporto degli economisti di Barclays secondo cui l’adozione di queste misure genererebbe un aumento medio dei prezzi del 17% su tutte le merci consumate negli Usa. Per avere un senso dell’enormità di questo risultato lo si compari al 2% di aumento dei prezzi prodotto dai dazi imposti nel 2017-2018.
Degli effetti dei dazi sui prezzi interni, e su chi li paga, e degli effetti negativi sulla crescita sappiamo abbastanza. Anche gli effetti dei dazi sul cambio, in uno scenario economico classico, sembrano prevedibili:
- Dazi alle importazioni fanno cadere la domanda di merci e servizi importati, e quindi la domanda di valuta estera, che si deprezza. Il dollaro si apprezza, facendo aumentare la domanda Usa di merci e servizi esteri, un effetto che contrasta quello ‘di base’. L’apprezzamento del dollaro rende più costose le esportazioni, la cui domanda diminuisce e quindi diminuisce l’effetto che le esportazioni hanno sulla domanda interna Usa;
- Il deprezzamento delle valute del resto del mondo si diffonde a gran parte dei paesi emergenti e in via di sviluppo, anche quelli le cui esportazioni non sono colpite particolarmente dai dazi Usa.
- Assumendo che l’importatore scarichi tutto l’ammontare del dazio sul consumatore, i prezzi al consumo del prodotto protetto aumenteranno. Di quanto dipende dalla presenza di beni sostituti o meno, dalla elasticità della domanda al prezzo … Ma non producono inflazione (che è un aumento dei prezzi generalizzato e sostenuto nel tempo: questo sarebbe un aumento dei prezzi una volta per tutte)
- L’apprezzamento del dollaro rende più costose le esportazioni, la cui domanda diminuisce e quindi diminuisce l’effetto che le esportazioni hanno sulla domanda interna Usa.
E gli effetti sui tassi di interesse? I dazi sono entrate addizionali per il governo che li impone; quindi, a parità di tutte le altre condizioni, producono un aumento dell’avanzo (o una diminuzione del disavanzo). Se si crede che un minor disavanzo richieda minor indebitamento, allora i tassi di interesse a cui vengono emessi i titoli di stato Usa diminuiranno. Peraltro, questo reddito può essere speso per finanziare sussidi ai settori più colpiti dalle reazioni del partner commerciale (esempio: nel 2018-2020 il governo Usa spese quasi tutti il reddito dai dazi per sussidiare il settore agricolo le cui esportazioni diminuirono molto dopo i dazi imposti (countervailing duties) dai paesi oggetto di restrizioni da parte Usa).
Tuttavia, i modelli con cui tradizionalmente spiegavamo gli effetti di un dazio sulla direzione e la consistenza dei flussi di merci erano modelli di equilibrio parziale a due soli paesi. Le limitazioni insite in questa impostazione erano di due tipi: in primo logo ci si interrogava sugli effetti della imposizione di un dazio sul prezzo della merce soggetta a dazio nel paese importatore e in quello esportatore, sulla quantità scambiata, sulla produzione interna, e infine sui benefici apportati dal dazio ai produttori nazionali e consumatori esteri e alla perdita per i consumatori nazionali e i produttori esteri. Ma la presenza concettuale di due soli paesi non dava la possibilità di studiare le reazioni strategiche alternative del paese che subiva il dazio oltre a due possibilità: investire nel paese che aveva imposto il dazio per produrre localmente la merce destinata al mercato locale; o una ritorsione pura e semplice, nel paese che aveva imposto il dazio: questa mossa ha lo scopo di riavvicinare, e al limite ristabilire appieno, i prezzi relativi ai valori antecedenti l’introduzione del dazio (questo avvicinamento può ovviamente variare prodotto per prodotto, servizio per servizio): da cui il titolo del nostro articolo “Dazi su tutto?”.
3. Dazi verso tutti? Piuttosto, dazi come strumento di contrattazione
Dazi sule merci importate da tutti i paesi? Sembrerebbe di no. Quello che stiamo osservando è piuttosto l’utilizzo del dazio come strumento di contrattazione con l’obiettivo di indurre i Governi dei paesi di origine delle merci su cui si minaccia l’applicazione del dazio adottino politiche in linea con gli obiettivi dell’Amministrazione Trump, e le relative imprese decidano di investire/produrre negli Stati uniti. Quelli che seguono sono alcuni esempi a sostegno dell’interpretazione delle minacce come strumento contrattuale:
- “Imporrò dazi all’Unione Europea? . . . Assolutamente”, ha detto Trump. “Non prendono le nostre macchine, non prendono i nostri prodotti agricoli, in sostanza, non prendono quasi nulla”, ha detto. “E abbiamo un enorme deficit con l’Unione Europea. Quindi faremo qualcosa di molto sostanziale con l’Unione Europea” (Fonte: Financial Times);
- Il Presidente Trump ha minacciato di imporre tariffe anticipate del 25% su Messico e Canada in relazione all’immigrazione illegale (Fonte: Bloomberg);
- «Abbiamo un grande potere sulla Cina, e sono i dazi, e loro non li vogliono”, ha detto il leader degli Stati Uniti [Trump] all’intervistatore Sean Hannity di Fox News in un’intervista trasmessa giovedì [23 gennaio] negli Stati Uniti. «E preferirei non doverle usare. Ma è un potere enorme sulla Cina.» (Fonte: Bloomberg);
- Trump ha usato Davos per avvertire l’Europa, chiedendo agli alleati della NATO di aumentare la spesa per la difesa al 5% del Pil e minacciando tariffe sulle imprese che non producono negli Stati Uniti. «Il mio messaggio a ogni azienda del mondo è molto semplice: venite a produrre il vostro prodotto in America, e vi daremo alcune delle tasse più basse di qualsiasi nazione sulla Terra. Ma se non lo farete, dovrete pagare una tariffa», [Trump] ha dichiarato. (Fonte: Euronews).
Pensiamo ai dazi, quindi, come strumento di contrattazione. Nell’impostazione dell’Amministrazione Trump il dazio è strumento per influenzare qualunque tipo di decisione da parte di altri governi, come si è visto nei giorni passati e come si vedrà ancora. Il punto cruciale della situazione presente è che il modo in cui l’Amministrazione Trump intende usare i dazi è del tutto nuovo rispetto a quello ‘tradizionale’ prevalente nel periodo 1947-2016. In quel mondo i dazi esistevano, ovviamente, ma il loro uso era oggetto di regolazione da parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Nella teoria economica come nella politica economica il dazio era uno strumento di politica economica di impatto (potenziale) forte sul settore protetto, ma di impatto modesto sugli altri settori dell’economia protetta e di ancor più scarso impatto sulla divisione internazionale del lavoro e sulla specializzazione produttiva nel resto del mondo. Il dazio, ci raccontavamo ai vecchi tempi, è uno strumento microeconomico, la macroeconomia usa altri strumenti, in particolare la politica monetaria e la politica fiscale; il dazio, dunque, è un cambiamento politicamente indotto del rapporto tra prezzo di una merce specifica di produzione nazionale e prezzo della stessa merce importata, e la sua adozione ha lo scopo di cambiare i rapporti di competitività di prezzo a favore del prodotto locale a danno del prodotto importato. [Una considerazione certo ovvia per molti ma forse utile per alcuni: il dazio viene pagato al proprio governo dall’impresa importatrice, la quale lo incorporerà nel proprio prezzo. In via generale è dunque il consumatore del paese che ha imposto il dazio a sopportarne il costo.]
Già con il primo governo Trump (2017-2021) vedemmo che il ruolo dei dazi veniva enormemente enfatizzato rispetto al passato. E abbiamo visto in questa ultima campagna elettorale e nei primi giorni del nuovo governo quanto il dazio, the tariff, venisse e venga presentato come strumento da usare in maniera completamente nuova, quasi macroeconomica. Un’applicazione di questa visione è venuta già nella prima settimana seguente la proclamazione quando, a seguito del diniego del permesso di atterraggio a due aerei Usa che trasportavano deportati colombiani nel loro paese, la reazione immediata dell’Amministrazione Usa è stata di minacciare un dazio del 25% del valore di tutte le merci di origine colombiana in ingresso negli Usa: la politica dell’immigrazione fatta con strumenti della politica commerciale. [In questa sede non abbiamo interesse ai dettagli della vicenda o a valutare ‘chi ha ragione e chi ha torto’, qui ci interessa soltanto prendere coscienza del ruolo radicalmente nuovo che gioca la politica commerciale nella conduzione delle politiche di qualunque tipo: da quella dell’immigrazione di cui abbiamo appena detto, a quella geopolitica come nel caso del rapporto Usa con la Danimarca sul tema della Groenlandia. Siamo certi che vedremo molte altre istanze di uso del dazio come strumento di attuazione di politiche economiche e industriali.]
Una seconda applicazione l’abbiamo osservata anche con i partner commerciali limitrofi agli Usa: Canada e Messico. I dazi verso Messico e Canada, tramite un ordine esecutivo firmato da Trump il primo febbraio, sarebbero dovuti entrare in vigore il 4 febbraio. Dazi elevati, del 25% su due paesi che fanno parte, insieme agli Usa, dell’USMCA, l’accordo di libero scambio siglato durante la prima Presidenza Trump. Questi dazi sono stati messi in pausa per 30 giorni a seguito della decisione della Presidente del Messico (Sheinbaum) e del Presidente del Canada (Trudeau) di collocare 10.000 soldati ai loro confini con gli Stati Uniti e combattere il traffico di droga.
Una terza applicazione, sebbene si potrebbe dire preventiva, sembra quella riguardante la relazione commerciale Ue-Usa. Stando a quanto riportato dal Financial Times, Bernd Lange, che dirige la commissione per il commercio del Parlamento europeo, l’’Ue offrirà di ridurre dal 10% al 2,5% i dazi sulle importazioni di automobili statunitensi – insieme all’acquisto di più gas naturale liquefatto e attrezzature militari dagli Stati Uniti – come parte di un accordo per evitare una guerra commerciale con Trump. Il 7 febbraio Trump ha comunicato possibili dazi anche verso il Giappone, tradizionalmente ‘allineato’ alla politica Usa. E anche in questo caso (quarta applicazione) c’è la contropartita negoziale di acquistare maggiore gas naturale dagli Usa.
Verso la Cina, invece, i dazi aggiuntivi del 10% sono entrati in vigore e la Cina ha ‘ricambiato’ con dazi compresi tra il 10% e il 15% su gas naturale liquefatto, carbone, petrolio greggio e attrezzature agricole statunitensi, con dazi su alcune importazioni di automobili dagli Usa e ulteriori controlli sulle esportazioni di cinque metalli rari.
4. Come reagiscono i paesi le cui esportazioni vengono sottoposte a dazio?
Per rispondere a questa domanda proviamo a superare i limiti della modellazione a due paesi (sistema binario) e proviamo a pensare agli effetti di un dazio con due poli (Cina e Usa) e altri paesi che possono scegliere se e con quale paese avere rapporti politico-commerciali. Pensare agli effetti di un dazio in un modello con più di due paesi arricchisce molto l’analisi nella misura in cui consente di prendere in considerazione molteplici scenari:
- Primo scenario: semplice ri-direzione dei flussi di scambio di merci verso l’altro polo (ad esempio, la Cina);
- Secondo scenario: ri-direzione dei flussi di scambio di merci verso altri paesi diversi dai ‘due poli’), per alcuni dei quali possiamo usare il termine “connettori”;
- Terzo scenario: ri-direzione dei flussi di investimento diretto estero per evitare il dazio.
Si pensi per semplicità ad un sistema composto di soltanto quattro paesi che chiameremo Usa, Cina, paese A e paese B. Usa annuncia misure restrittive delle importazioni contro tutti e tre gli altri paesi; Cina annuncia che non intende imporre dazi sulle importazioni da A e da B ma, eventualmente, si riserva di imporli su Usa. Si assiste in questo caso ad una deviazione delle esportazioni dei tre paesi Cina, A e B dagli Usa verso (in principio) gli altri due paesi nel modello: l’effetto eclatante di dazi levati erga omnes è il progressivo ridursi del peso di Usa nella globalità del traffico commerciale mondiale, e ciò probabilmente anche dal lato delle esportazioni Usa, per effetto delle ritorsioni dei tre paesi colpiti dai dazi Usa. In questa modellazione, l’introduzione del dazio implica una ri-direzione dei flussi di esportazione verso paesi terzi. Questi flussi ‘nuovi’ possono essere diretti verso la Cina, la quale sta in effetti adottando una politica di «no dazi» verso le merci di produzione dei paesi a reddito pro capite non elevato (primo scenario). Ma possono anche essere indirizzati verso altri paesi (secondo scenario). Un’evidenza parziale la possiamo osservare nelle due figure seguenti che mostrano l’andamento delle esportazioni della Cina: le esportazioni delle imprese cinesi sono dirette crescentemente verso i paesi emergenti (Figura 2) e in via di sviluppo e, in particolare, tali esportazioni riguardano prodotti intermedi e beni di investimento (Figura 3). Osserviamo un fattore importante nella Figura 3: le esportazioni cinesi verso i paesi emergenti di beni intermedi quali semilavorati e materie prime, e di beni strumentali quali macchinari, hanno registrato l’aumento maggiore.


Abbiamo anticipato che, per evitare il dazio, le imprese del paese a cui esso viene applicato possono decidere di investire nel paese che applica il dazio, gli Usa, così da produrre la merce negli Stati uniti o nella regione che non è sottoposta a barriere tariffarie. Ma in un contesto come quello descritto in precedenza, in cui prendiamo in considerazioni i due ‘poli’ e una serie di paesi che possono decidere se e con chi schierarsi, si può formare un terzo scenario. Questo terzo scenario forse è ancor più interessante: i dazi influenzano le imprese nello scegliere dove effettuare l’investimento diretto estero. Una ipotesi forte è che l’aumento delle esportazioni cinesi verso i paesi emergenti rende evidente che le imprese cinesi, in questo caso, hanno bisogno dei mercati dei paesi ‘connettori’ (non siamo interessati in questo momento ad accertare se l’esportazione sia un modo utilizzato dalle imprese per by-passare il dazio e continuare ad esportare negli Usa oppure sia semplicemente la ricerca di un nuovo mercato). Consci delle difficoltà che i dazi Usa oggettivamente creano al settore esportatore cinese, e consci quindi di quanto le imprese cinesi abbiano ‘bisogno’ dei loro mercati, i paesi “connettori” impongono a loro volta dazi contro le importazioni dalla Cina, come metodo per indurre le imprese cinesi ad INVESTIRE nel paese connettore (alcuni esempi si possono recuperare da questo articolo del Financial Times). Non si tratta di niente di nuovo, questa è semplicemente la ripetizione (su scala globale!?) della politica delle imprese automobilistiche giapponesi di fronte ai dazi Usa contro di loro negli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso.
In questo scenario, quindi, l’applicazione di dazi, o la dichiarazione di volerli applicare, hanno un effetto sulla direzione che gli investimenti diretti esteri prendono. Effetto diretto di questa scelta è il ri-posizionamento di fasi del processo produttivo nel paese che impone il dazio o, alternativamente, in uno dei paesi che sono ‘vicini’ al polo che impone il dazio.. Se osserviamo gli investimenti diretti esteri negli Stati uniti, un’analisi del Financial Times ha mostrato che gli Stati uniti hanno attirato più di 2.100 nuovi progetti greenfield tra dicembre 2023 e novembre 2024. Il valore stimato dei nuovi progetti di investimento diretto estero (IDE) negli Stati Uniti è aumentato di oltre 100 miliardi di dollari, raggiungendo i 227 miliardi di dollari (Figura 4). In contrasto con l’aumento degli IDE in entrata, il numero di progetti esteri originati dagli Stati Uniti si è ridotto a 2.600 nei 12 mesi fino a novembre, il più basso in due decenni, escludendo il culmine della pandemia.

Questi flussi ‘nuovi’ possono essere diretti verso la Cina, la quale sta in effetti adottando una politica di ‘NO DAZI’ verso le merci di produzione dei paesi a reddito pro capite inferiore a quello dei paesi ad alto reddito pro capite (anche se nel 2024, secondo l’analisi del Financial Times, la Cina si è assicurata poco meno di 400 progetti, un numero prossimo al minimo storico e una frazione degli oltre 1.000 investimenti ricevuti ogni anno nel decennio fino alla metà degli anni 2010). Ma possono anche essere indirizzati verso altri paesi ‘minori’ – quelli che il Financial Times ha definito paesi “connettori”. Le destinazioni principali degli Investimenti diretti della Cina sono il Sud-Est asiatico, l’India e il Medio Oriente, mentre si riduce la dipendenza dalle economie avanzate dell’Occidente. L’aumento degli investimenti cinesi nel sud del mondo dovrebbe aiutare ad alleviare gli effetti delle tariffe sotto l’amministrazione Trump (Figura 5).

In questo terzo scenario, i paesi connettori partecipano attivamente a determinare le condizioni di investimento diretto estero perché le imprese di Cina e Usa, e non solo, possano ‘evitare’ le politiche commerciali restrittive dei Governi e/o accedere ad altri mercati di esportazioni. Si prendano come esempio due situazioni recenti che hanno coinvolto Indonesia e Malesia:
- Ad ottobre 2024, il Governo indonesiano ha vietato la vendita dell’ultimo modello di iPhone a causa del mancato rispetto da parte di Apple di un accordo che richiede che il 40% del contenuto di valore aggiunto di telefoni e tablet provenga da fornitori locali. Anche i telefoni Pixel di Google sono stati banditi per non aver rispettato l’accordo. Apple aveva proposto di creare uno stabilimento da 1 miliardo di dollari per produrre il suo dispositivo di localizzazione AirTag, ma i funzionari governativi hanno affermato che la struttura non contribuirà ai requisiti di contenuto locale per gli iPhone. (Fonte: Financial Times)
- Negli ultimi dieci anni la Malesia è stata un grande beneficiario della strategia “Cina più uno” e il suo Governo sta diventando più selettivo nel cercare di contribuire con più valore aggiunto ai prodotti che produce. La conseguenza involontaria di alcune misure tariffarie rivolte alle aziende cinesi aiuta sostanzialmente paesi come la Malesia a ricevere investimenti diretti esteri dalla Cina, investimenti che permettono alla Malesia di modificare la propria posizione nella catena del valore. (Fonte: Financial Times)
La diversificazione della direzione degli investimenti diretti esteri mostra il crescente ruolo dei paesi emergenti come centro di produzione per la domanda finale dei paesi ad alto reddito pro capite (Figura 6 e Figura 7).


È necessario tenere presente che la scelta di investimento diretto estero può dipendere da molteplici variabili che vanno oltre la domanda finale che il paese destinatario dell’investimento diretto estero può generare. La disponibilità di capitale, infrastrutture e forza lavoro qualificata tra le altre variabili sono fondamentali per la scelta del paese in cui investire. Il crescente protezionismo dell’Amministrazione Trump e la crescente propensione verso politiche migratorie più restrittive potrebbero nel tempo influenzare la capacità degli Usa di attrarre i fattori produttivi necessari a valorizzare l’investimento diretto estero e far sì che i partner commerciali degli Usa cerchino alternative percorribili ad un crescente isolazionismo degli Usa (The US’s economic partners are racing to close new bilateral deals and reroute supply chains to cope with increased US protectionism under Donald Trump, una tendenza evidenziata ed analizzata da Ruchir Sharma, contributing editor del Financial Times.).
Conclusioni
Immediatamente, nei primi giorni dopo l’insediamento del secondo Governo Trump viene chiarito che la politica delle restrizioni commerciali mediante dazi è lo strumento preferito dell’Amministrazione. Gli annunci di imposizione di dazi si susseguono in modo rapido (e caotico). Le ragioni fornite per queste decisioni sono le più varie, e hanno nessun rapporto con la normativa Usa sulle ragioni che ne giustificano l’imposizione. Al 9 febbraio 2025, la Cina è l’unico paese a cui sono stati applicati dazi aggiuntivi dall’Amministrazione Usa. Per Messico, Canada e Ue, abbiamo potuto osservare l’applicazione del dazio come strumento di contrattazione del Governo Usa per gli scopi più diversi e che non venivano considerati legittimanti fino a pochi mesi fa. Per quanto sia bene astenersi da previsioni vista la complessità del gioco strategico tra paesi messo in moto dalle politiche protezionistiche Usa, alcune ipotesi circa i loro effetti si possono avanzare:
- riduzione ulteriore del peso degli Usa nel flusso degli scambi internazionali
- riduzione del tasso di crescita Usa (e mondiale)
- apprezzamento del dollaro
- aumenti dei prezzi interni
- aumenti dei costi di produzione interni
- aumenti dei tassi di interesse di policy per contrastare le spinte all’aumento dei prezzi
- stagnazione dell’offerta di lavoro non qualificata
Le implicazioni del nostro ragionamento sulla reazione dei paesi all’imposizione dazi o all’annuncio di tale possibilità portano, quindi, ad ipotizzare che la regionalizzazione potrebbe prendere forma secondo almeno due modelli:
- Modello 1: modello bipolare ‘puro’. Due poli, ciascuno dei paesi ‘minori’ sceglie attorno a quale dei due poli gli sia più conveniente ruotare, cioè a quali catene globali di produzione aderire; simmetricamente, ciascuno dei due poli scegli i paesi ai quali consentirà di vivere della propria luce (‘friendly shoring’);
- Modello 2: modello bipolare con emergere dei paesi ‘non allineati’-‘connettori’. Due poli, ma anche un elevato numero di paesi ‘indipendenti’ che adotteranno politiche di vicinanza con entrambi i poli senza rapporti di esclusività e, così facendo, manterranno anche i propri spazi di manovra per sviluppare rapporti economici tra di loro.