COVID-19 E ATTIVITÀ PRODUTTIVA: POCHI NUMERI, ALCUNE RIFLESSIONI

20 02 27 Fabio Sdogati sdogati@mip.polimi.it

Qualche settimana fa su LinkedIn sostenevo di avere l’impressione che non si stesse organizzando un ragionamento, una valutazione, una reazione, sul tema degli effetti potenziali del COVID-19 sull’attività economica. Il centro del mio interesse allora era l’impresa.

Oggi il tema è diverso: oggi il tema è quello del governo della crisi a livello macroeconomico. Se si preferisce, il quesito è: questa pandemia (i virologi, che sono una sessantina di milioni in questo paese, mi perdoneranno se uso il termine in maniera inappropriata) avrà effetti gravi, o gravissimi, sull’economia mondiale? Partendo dalla considerazione, piuttosto banale, che non saranno le imprese con le loro iniziative a tirarcene fuori nel breve periodo, porrò il problema delle politiche che i governi di molti paesi stanno cominciando ad impostare.

Il mio punto di partenza, che considero ormai assiomatico, è che siamo entrati da anni, stiamo vivendo, e vivremo per anni a venire una situazione di stagnazione, probabilmente di lunga durata, secolare. Questo, e non altro, è il contesto in cui si trova l’economia mondiale: più i paesi ad alto reddito pro-capite e meno le economie emergenti e i paesi cosiddetti ‘in via di sviluppo’ ma che in via di sviluppo certamente non sono. Chi avesse ancora bisogno di dati, ottime fonti, e di semplice accesso, sono il Fondo Monetario internazionale, la Banca Mondiale, e la Commissione delle Comunità Europee.

La pandemia, che si è presentata originariamente come epidemia, parte dalla Cina. Ora occorre dire che la Cina non è semplicemente il secondo paese al mondo per valore del prodotto interno loro (dicono, non lo so ma ci credo); esso è anche un paese assai ben inserito nelle catene globali di produzione, nelle quali produce semilavorati e prodotti intermedi che esporta, importa semilavorati e componenti che sottopone a lavorazioni di perfezionamento e/o assembla in prodotti finiti destinabili alla domanda finale in tutto il mondo. Se mettiamo insieme circa due mesi di COVID-19 e posizione delle imprese localizzate in Cina nelle catene globali di produzione, possiamo intravedere che l’attività produttiva mondiale deve certamente rallentare fino a che non si tornerà ad una situazione di ‘normalità’ definita in qualche modo.

Attenzione: nessuno è in grado di dire se la situazione evolverà in una recessione globale, e soprattutto se ciò avverrà già nel 2020. Le agenzie di stampa e i quotidiani sostengono che Moody’s ha condotto uno studio sulla base del quale ritiene che se la progressione verso una pandemia continuerà, allora il rischio di recessione (globale) è alto. Nouriel Roubini, noto al mondo per essere uno degli economisti che allertarono governi e pubblico dell’arrivo della Grande Crisi Finanziaria del 2007, offre un’analisi articolata della situazione: e non è ottimista. La recessione, per Roubini, è già prevedibile con un notevole grado di probabilità: no, non un cigno nero, un cigno candido.

Per quanto riguarda l’Italia, che ad esempio Moody’s ritiene uno dei paesi a più alto rischio di recessione, chi ha voglia di numeri inquadrati in un ragionamento organico, può (dovrebbe) leggere Andrea Donegà, Segretario dei metalmeccanici aderenti alla FIM lombarda, sullo stato e le prospettive della metalmeccanica lombarda. Il ragionamento di Donegà inquadra il problema degli effetti della pandemia nel quadro della posizione delle imprese lombarde nelle catene globali di produzione, e mette sull’avviso governi centrale e locali, imprenditori e associazioni di categoria circa la dimensione potenzialmente estesa della contrazione dell’attività produttiva manifatturiera nella regione. Il tutto, ovviamente, nel quadro di una stagnazione pesante già nel 2019, pre-Covid-19.

Immaginare politiche di contenimento della crisi economica richiede anzitutto che si chiarisca se questa sia una crisi da offerta o da domanda. Nonostante gli strilli dei liberisti al prosecco, il governo di qualunque paese agisce sistematicamente per stimolare la domanda aggregata quando quella generata dal ‘mercato’ non è in grado di attivare livelli di produzione e occupazione ritenuti adeguati. Questo per dire che i governi hanno notevole esperienza di politiche di gestione della domanda -nella fattispecie, di politiche fiscali espansive. Ma questa crisi è una crisi da domanda? Olivier Blanchard, lucido come sempre, risponde in tre righe (scritte quando l’epidemia era un problema della Cina):

Chi abbia letto Roubini, citato sopra, ha visto che anch’egli è scettico circa l’efficacia delle politiche di espansione della domanda. In effetti, esse sono di faticosa adozione e di lenta applicazione: occorre prima che i parlamenti nazionali decidano espansioni della spesa, poi servono i decreti attuativi, poi la messa a bando delle opere, ad esempio infrastrutture. Ma COVID-19 si diffonde ad una velocità molto alta, anche se il tasso di mortalità è relativamente basso. Problematico aspettare la politica fiscale. Ammesso che serva. Io non sono così scettico quanto Blanchard e Roubini, ma i colleghi hanno un buon punto.

Guardiamo allora al lato dell’offerta. Questa presente ha tutte le caratteristiche di una crisi generata dal lato dell’offerta. Non è stata tanto la domanda di merci e servizi ad essere colpita, quanto gli apparati produttivi nazionali attraverso le catene globali di produzione. Ma come può un governo intervenire per ripristinare condizioni favorevoli alla ripresa dell’attività produttiva? La prima risposta a questo quesito è: un governo, da solo, quando la produzione delle merci è frammentata internazionalmente, quando una difficoltà sorge in un’impresa in un certo paese e si diffonde alle altre imprese di quel paese, quel governo non potrà fare nulla. E si pensi che il governo del paese che subisce lo shock originario, nel nostro caso la Cina, deve affrontare questo dilemma: far ripartire la produzione al costo di mettere in pericolo la salute di larghi strati della popolazione, o salvaguardare il più possibile la salute pubblica, al costo di ridurre anche sostanzialmente, la produzione? (Questo problema, originariamente cinese, diventa ogni giorno di più ‘di tutti’ a misura che l’epidemia tende alla pandemia).

E allora, che fare? Essenzialmente, io credo, adottando due tipi di misure:

  1. Dirottando, in ogni paese, risorse molto importanti verso la salute pubblica. In altre parole, una politica fiscale espansiva esclusivamente o quasi centrata sulla sanità. Questo è essenziale se non si vuole che di qui a qualche anno il problema non si ponga daccapo (tutti ricorderanno che prima del COVD-19 ci furono la Sars e la Mers, e che la ricerca venne interrotta quando la mortalità si azzerò. Ed è essenziale perché le attività produttive possano tornare il prima possibile alla ‘normalità’.
  2. Costituendo un organismo, anche temporaneo, ma politico e mondiale, di gestione della crisi sanitaria. Quando il modo di produzione è globale, le epidemie e le pandemie colpiscono in modo assai pesante le economie dei singoli paesi e del mondo intero. Il solo livello a cui la lotta per il contenimento, la soppressione e la cura è quello mondiale.

Gli scettici possono leggere Simon Johnson del 27 febbraio.

L’innovazione fermerà (forse) la crisi, intanto la produttività non cresce…

Il Professor Joel Mokyr, della Northwestern University, è stato invitato da Politecnico di Milano e Fondazione Telecom Italia a tenere una lezione su

Il futuro dell’innovazione: sono finiti i bei tempi andati?

Il Prof. Mokyr terrà la sua lezione dalle 10:30 in Politecnico, in aula F.lli Castiglioni, Via Candiani 72

[dettagli del programma e link per l’iscrizione su http://www.mip.polimi.it/en/news-events/events/lectio-magistralis-of-joel-mokyr/ ] Continue reading “L’innovazione fermerà (forse) la crisi, intanto la produttività non cresce…”

Italia

Introduzione

Tra l’ottobre 2014 e il febbraio 2015 pubblicai su www.scenarieconomici.com una serie di dieci brevi articoli a ciascuno dei quali diedi la connotazione di ‘Fatto’. Ogni ‘Fatto’ aveva l’obiettivo di contrastare con evidenza empirica di qualità un luogo comune, una ingenuità, una cattiva correlazione tra eventi e tra grandezze, una deduzione errata o quantomeno spuria. Non voglio dire che ogni ‘Fatto’ avesse la sua battaglia personale da combattere, ma il ragionamento che sottendeva la scelta dei ‘Fatti’, il ragionamento che ne giustificava l’esistenza e che al tempo stesso possedeva una sua coerenza logica ed economica rimaneva in sottofondo, quasi che il lettore che conoscesse l’autore potesse riconoscerlo e gli altri, invece, dovessero accontentarsi di quel singolo ‘Fatto’. Il che, evidentemente, non è corretto.

Questo scritto altro non è che i dieci ‘Fatti’ ripresentati in maniera tale da costituire un ragionamento compiuto. Incompleto, come tutti i ragionamenti, ma compiuto. Ogni paragrafo è dedicato ad un ‘Fatto’, così che il lettore malizioso possa sbizzarrirsi a cercare contraddizioni tra ciò che scrivevo nell’autunno-inverno scorso e ciò che scrivo ora. La differenza è che i grafici sono aggiornati ma, ahimè, aveva ragione un giovane ricercatore quando mi disse: “Ma prof., quanto vuole sia cambiata la situazione in un anno scarso’? Poco o nulla. Ma i grafici sono aggiornati.

Infine, il metodo. Comparare un paese ad un altro è impresa ardua. Quali sono gli indicatori da usare, che cosa è importante e cosa no? Quanto pesa la storia, quanto la cultura, quanto le norme? E soprattutto, da dove si parte?

Aver scelto di confutare i luoghi comuni, le credenze, le opinioni non sostenute da evidenze empiriche ci rende la vita facile, poiché cominceremo necessariamente dal luogo comune per eccellenza: quello che dice che dalla crisi si esce con le ‘riforme strutturali’. Sono decenni che sento parlare di ‘riforme strutturali’ senza mai capire che cosa siamo, quanto costino e chi sopporterà quei costi, che benefici produrranno, a favore di chi, in quanto tempo se ne vedranno i frutti. Ma sembra che io non abbia davvero capito nulla se Presidenti di Commissioni Europee, Direttori (e Direttrici) del Fondo Monetario Internazionale, Capi di Stato e di Governo (di destra, centro e sinistra), persone tutte di gran levatura, insistono che sono proprio le riforme strutturali quelle che servono per uscire dalla crisi.

Ora, nel nostro paese abbiamo grande esperienza di riforme strutturali: la riforma del fisco, la riforma della giustizia, la riforma della scuola…  sperando, ovviamente, che io ci abbia azzeccato e che questi che ho appena citato siano esempi di riforme strutturali. Coscienti tutti, ovviamente, che dobbiamo cominciare dalla riforma strutturale per eccellenza: quella del mercato del lavoro. E da questa cominciamo. Continue reading “Italia”

La non-crescita dei salari: produttività, investimenti, e “confidence fairy”

di Luca Macedoni e  Andrea Rongone

Lo stipendio medio annuo di un lavoratore dipendente impiegato in un impresa italiana è pari a 23,406€. A dircelo è Eurostat, che il 24 febbraio ha pubblicato le statistiche relative all’anno 2009 di tutti i paesi dell’Unione Europea. Meno dell’Irlanda, meno della Spagna, meno di Cipro, poco più del poverissimo Portogallo. Ma noi non ne siamo stupiti.

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