Alcune riflessioni sul rallentamento del commercio internazionale e sul commercio bilaterale Unione Europea-Cina e Italia-Cina

20 04 26

Daniele Langiu,  daniele.langiu@gmail.com

Fabio Sdogati, sdogati@mip.polimi.it

In un recente articolo (aprile 2020), abbiamo analizzato se lo shock sanitario dovuto al Covid-19 avesse ridotto ulteriormente le importazioni statunitensi dalla Cina e se avesse rafforzato il fenomeno di disaccoppiamento come descritto e documentato da Morello e Sdogati (gennaio 2020). Il disaccoppiamento a cui eravamo, e siamo tuttora interessati è quello che passa per la dinamica del saldo commerciale bilaterale tra le esportazioni dei due paesi di interesse. Nell’articolo di aprile abbiamo mostrato che, seppur non si possa stimare con precisione l’intensità degli effetti del Covid-19 sul processo di disaccoppiamento tra USA e Cina, sembra possibile confermare che esso stia contribuendo a far aumentare le importazioni da paesi “simili” alla Cina o che hanno stretto rapporti commerciali con gli Stati Uniti.

Le tensioni commerciali, già in atto durante 2018 e 2019, sembrano aver determinato un rallentamento del commercio di merci ben prima che gli effetti del Covid-19 venissero registrati (Figura 1).

Figura 1

Inoltre, l’Organizzazione Mondiale del Commercio stima che nel 2020 il volume degli scambi globale potrebbe crollare tra il 13% e il 32%.

L’obiettivo di questo articolo è verificare se anche il commercio bilaterale UE-Cina e il commercio bilaterale Italia-Cina stiano rallentando. Oltre a contribuire all’analisi di come stia cambiando il traffico commerciale italiano ed europeo con la Cina, questo articolo potrebbe fornire la base per spunti di riflessione sul ruolo delle strategie commerciali dei paesi nell’accelerare la ripresa economica.

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Perché l’attuale crisi sarà costosa, duratura, difficile da tenere sotto controllo. Interpretazione di uno shock di molteplice natura, globale e che colpisce ripetutamente

20 03 28

Daniele Langiu   daniele.langiu@gmail.com

Fabio Sdogati   fabio.sdogati@mip.polimi.it

In questo paper presentiamo un’interpretazione, o ‘un modello’, dell’attuale crisi. Speriamo di far luce sui meccanismi endogeni che stanno rendendo costosa la crisi sia in termini umanitari che economici, probabilmente di più lunga durata di quanto molti ancora immaginino, o sperano, e difficili da controllare in assenza di interventi estremi dalle autorità fiscali e monetarie di tutto il mondo rispetto a quelli storici, durante i periodi di pace. La nostra domanda è: cosa si può dire del percorso post-shock della crisi, dallo shock alla ripresa?

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Confusi

2016 12 04

Premessa

C’erano una volta la destra e la sinistra. La destra cercava tagli sempre più consistenti alla spesa pubblica e tasse sempre più basse –per sé, ovviamente, quella che oggi chiamiamo ‘il top 1%’, non per il bottom 99%. La sinistra, all’opposto, parlava relativamente poco di tasse (sempre quelle del top 1%) e voleva molta spesa pubblica. Facile.

      Poi venne Ronald Reagan, e con lui cominciò la confusione. Si, perché fu lui a spiegarci che ‘destra’ e ‘sinistra’ sono concetti che mal si mappano su concetti quali ‘spesa pubblica’, ‘prelievo’, e ‘deficit delle pubbliche amministrazioni’. Avvenne infatti che Reagan lasciò alla Fed, alla cui presidenza era arrivato da poco il durissimo Volcker (oggi e da anni gran consigliere di Obama!), il compito di produrre una recessione feroce allo scopo di ricondurre l’inflazione degli anni settanta sotto controllo; e assunse per sé, cioè per il governo, per la politica fiscale, un ruolo espansivo adottando la combinazione ‘minor prelievo e maggiore spesa’. Cioè disavanzi correnti crescenti. Il che faceva scoppiare la testa alla ‘destra’ tradizionale. E alla sinistra tradizionale, perché lo stimolo derivante all’economia da quel mix di politica fiscale era veramente molto aggressivo, e certo di matrice keynesiana: che si pensava fosse di sinistra. Occorse un po’ di tempo perché si capisse che ‘essere di destra’ non significava più amare i bilanci in pareggio ed essere di sinistra amare i deficit che stimolano l’attività produttiva. Si può spendere sugli armamenti, o si può spendere per i sussidi alle ragazze madri ma, quale che sia la spesa che ti piace, devi spendere.

      Oggi, trentacinque anni dopo l’inizio di quell’esperienza, ci troviamo più confusi che mai. Le differenze sono tante, tra ora ed allora, ma l’immagine di un presidente per altri versi di destra che propone di stimolare l’economia attraverso minor prelievo e maggiore spesa, cioè di fare una cosa di sinistra, continua a destare un interesse profondo. Vediamo perché.

La tesi: il momento è importante perché ci troviamo di fronte alla ‘rotazione’ della politica economica da puramente monetaria, che sta uscendo di scena, ad una prevalentemente fiscale, che sta subentrando.

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Uscire dall’euro? Ecco perché è la ‘fine del mondo’

Quando i grandi parlano, i meno grandi fanno bene a riflettere a lungo, prima di controbattere. Io credo di essere rimasto in silenzio, riflettendo, abbastanza a lungo prima di affrontare la recensione del libro di Joseph Stiglitz The Euro and its threat to the future of Europe. Allen Lane, Penguin Random House, 2016, recensione che ho impostato nel mio primo pezzo dello scorso 22 settembre dal titolo Non è l’Euro a minacciare l’Ue, ma i governi dei paesi membri. Un titolo il quale annuncia già una presa di distanza sostanziale dalla posizione di Stiglitz, secondo cui la minaccia viene invece proprio dall’Euro.

      Oggi articolo ulteriormente la mia posizione passando a parlare della tesi di Stiglitz secondo cui uno stato membro dell’Uem, popolarmente nota come ‘Area Euro’, può liberarsi dai vincoli mortali imposti dall’Euro, da solo o in alleandosi con paesi ‘simili’, ‘uscendo dall’Euro’.  La mia tesi è sinteticamente questa: sarebbe la fine del paese. Si noti che non parlo della fine dell’economia del paese, ma della fine del paese. Altri hanno affrontato il problema offrendo stime quantitative degli effetti potenziali della decisione; io mi asterrò dal fornirne, limitandomi a delineare gli scenari aperti dalla attuazione di una decisione di uscita. E siccome Stiglitz sembra pensare che tale uscita sia possibile anche per un solo paese, esempio ovvio la Grecia, parlerò di un solo paese che intenda uscire, e farò qualche riferimento al caso greco.
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Non è l’euro a minacciare l’Ue, ma i governi dei paesi membri: ecco perché

Premessa

Fatico da settimane nel pensare a come affrontare la recensione del libro di Joseph Stiglitz The Euro and its threat to the future of Europe. Allen Lane, Penguin Random House, 2016. Ora penso di aver trovato il bandolo della matassa, ma non so quanto esserne soddisfatto. Vedremo. So che voglio parlare del rapporto tra Europa ed Euro avendo come riferimento la posizione di Stiglitz. Voglio parlare del rapporto tra i due, poiché essi sono due entità diverse non solo e non tanto perché all’Unione aderiscono 27 paesi e ad adottare l’Euro sono soltanto 19, bensì perché l’Unione precede l’Euro storicamente e logicamente. Il quesito principale è: che scopo serve l’Euro entro l’UE? Che ruolo ha nel processo di costruzione dell’Europa? Quesiti che ne rievocano un altro, IL quesito: perché abbiamo voluto l’Unione? Perché, nel processo di costruzione dell’Unione, abbiamo ritenuto che l’Euro fosse un passo avanti importante, forse decisivo? So bene che potrei fallire, ma spero che quello che sto per scrivere solleciti discussioni e critiche razionali tra le persone con cui mi interessa parlare, quelle appassionate d’Europa. Astenersi tutti gli altri, grazie.

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La Bce, impotente, va avanti con il QE a vantaggio delle banche

Vero è che non leggo un quotidiano italiano da undici anni e non guardo un telegiornale praticamente dal 1991 (guerra del Kuwait), ma è anche vero che non vivo su Nettuno. E quindi mi permetto di dire che questa storia dei tassi di interesse negativi sulle riserve libere detenute dalle banche presso la bce, associata alla storia sul cosiddetto Quantitative Easing, secondo me non viene discussa abbastanza nel nostro Paese.

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