Dal NAFTA al USMCA. Dalla Globalizzazione alla Regionalizzazione. Può un accordo commerciale modificare radicalmente le catene globali di produzione?

Daniele Langiu

Fabio Sdogati

The English version of the paper, published on the AlumniPolimi Newletter, is available at this  link

La versione inglese dell’articolo, pubblicata per la Newsletter AlumniPolimi, è disponibile a questo link

Premessa

Trump è presidente degli Stati Uniti da quasi due anni, due anni durante i quali sono state offerte tutte le interpretazioni possibili e immaginabili del suo approccio alla politica commerciale (scriviamo ‘il suo approccio’ dal momento che negli Stati Uniti il ​​presidente non ha bisogno un voto di fiducia del Congresso su tali questioni). Riteniamo che, nonostante gli approcci tattici e strategici apparentemente ondivaghi e un senso generale di disorientamento, sia diventato possibile identificare gli elementi di base di una strategia ‘stabile’ che “renderà grande nuovamente l’America” ​​- agli occhi di chi guarda, naturalmente. Il nostro punto è che la strategia ‘stabile’ è emersa verso la fine di agosto 2018 con la fine del North America Free Trade Agreement e il lancio del suo sostituto, USMCA (il lettore interessato può trovare qui il testo dell’accordo Stati Uniti-Messico-Canada). Con questo articolo, il nostro obiettivo è contribuire a sviluppare una teoria che ridimensionando la strategia da “solo gli Stati Uniti contano” a “il Nord America conta, finché gli Stati Uniti dettano le regole”, si tradurrà in un passaggio dal multilateralismo e globalizzazione al bilateralismo e alla regionalizzazione. Suggeriamo che, al fine di comprendere le caratteristiche della strategia ‘finale’, dovremmo seguirne la costruzione nelle sue tre fasi avvenuta durante gli ultimi due anni.

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Non era solo campagna elettorale, Trump mantiene le promesse (purtroppo)

Settimana scorsa ho posto il problema dell’uso che Trump stava facendo di May per promuovere la propria spinta reazionaria verso il ritorno al modello ottocentesco di stato nazione. La May, ovviamente, gradisce, poiché sa bene che al proprio interno ha contro il 48% degli aventi diritto al voto, così che il sostegno del grande fratello non può che portare rassicurarla. Peccato per lei, e per quelli come lei ovunque risiedano, e fortuna per tutti gli altri, che la Corte Suprema abbia ristabilito la certezza del diritto, sentenziando che non può essere un governo a disfare quello che il parlamento ha fatto.

Oggi voglio fare una cosa tra l’ambizioso e l’odioso: voglio valutare gli accadimenti di questa ultima settimana a Washington, DC. Perché ambiziosa? Perché tanto le grandi firme del giornalismo mondiale che gran parte degli analisti finanziari sembrano molto cauti ad esprimere valutazioni su ciò che ci si può aspettare dalla nuova amministrazione, tanto sul piano finanziario che su quello economico. E odiosa, perché sa tanto di ‘adesso velo dico io come stanno le cose.’ Appunto. L’obiettivo, come sempre, è costruire uno scenario plausibile, di fronte al quale poi ciascuno farà quel che crede.

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