I dazi su acciaio e alluminio danneggiano l’intera l’economia che li impone

Torno a condividere dei pensierini dopo mesi e mesi di astinenza. L’ultima volta che lo feci parlai di mercato del lavoro e politica monetaria, e cioè delle possibili ragioni per cui politiche monetarie pur fortemente espansive non riescono a generare inflazione salariale come passo intermedio verso l’inflazione dei prezzi.

Oggi il tema di attualità è un altro: i dazi che l’amministrazione Trump ha imposto sulle importazioni di acciaio e alluminio. Questa decisione ha generato preoccupazione che essa possa essere il primo passo verso un ‘guerra commerciale’, vale a dire che altri paesi possano imporre a loro volta dei dazi sull’importazione di prodotti Usa; ma non ho letto analisi, per quanto preliminari, che discutono la tesi che voglio sottoporre qui all’attenzione di chi segue questo blog. La mia tesi è che gli effetti di un dazio su acciaio e alluminio non sono quelli, o almeno non solo quelli, che sembra aspettarsi chi non ha studiato la teoria del protezionismo. La mia tesi è che la protezione dell’industria Usa di acciaio e alluminio produrrà effetti negativi su tutta l’economia statunitense. E che essi saranno tanto più negativi sulle imprese nella cui produzione acciaio e/o alluminio vengono usati in modo intensivo. Tra questi, ovviamente, spiccano automobilistico, elettrodomestici, infrastrutture.

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ECB and the European Labour Market: “Let’s go.” “We can’t.” “Why not?” “We’re waiting for Godot.” “Let’s Tighten.” “We Can’t.” Why Not?” “We’re Waiting for Wage and Price Increases”

Fabio Sdogati

2017 08 08

 

“But let me [Draghi] just make clear one thing: after a long time, we are finally experiencing a robust recovery, where we only have to wait for wages and prices to move towards our objective.”

The bottom line

By announcing that waiting is all that’s left to do in order to get wage and price inflation, the ECB shows that she has no clear idea as to how profound are changes that are affecting labor markets, nor about the effects that such changes have on the supposed effectivness of monetary policy. I submit that labor markets have been transforming in such a way that the chain of links growth-> wage inflation -> price inflation, has to a large extent broken down (Germany my be a partial exception). The implication is the same I, and many others, have been drawing for years: it is fiscal stimuli that generate growth-cum-wage-rises, not monetary stimuli. (Something, to be honest, Mr. Draghi points out, in politically correct terms, at every press conference.)

I have identified two parts in the introductory statement to the July 20 ECB president’s press conference: one, which few will object to my calling boring and repetitious: I will not discuss this part; and another, which I believe to be most interesting, and will therefore discuss in some detail.

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La lunga via della FED verso la ‘normalità’ (monetaria)

  1. Gli antefatti: fino al 2007

Fino alla Grande Crisi Finanziaria iniziata nel 2007 con la crisi di Bear Sterns (2008 per chi preferisse datarla dal fallimento di Lehman Brothers) la politica monetaria ‘strategica’ veniva condotta attraverso le variazioni del tasso di sconto. Il modello teorico che sosteneva questa scelta era quello in cui ancora molti credono: tagli (aumenti) del tasso di sconto servivano a rendere il credito alle banche commerciali meno (più) costoso, il che induceva le banche a tagliare (aumentare) i tassi attivi e, così facendo, rendere meno (più) costoso il finanziamento degli investimenti e delle spese per consumi. In questo quadro le vendite (gli acquisti) di titoli da parte della banca centrale, transazioni note come ‘operazioni di mercato aperto’ servivano prevalentemente come strumenti per la stabilizzazione dei tassi di mercato, ma non venivano usate come strumenti di politica di lungo periodo.

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