Perché l’attuale crisi sarà costosa, duratura, difficile da tenere sotto controllo. Interpretazione di uno shock di molteplice natura, globale e che colpisce ripetutamente

20 03 28

Daniele Langiu   daniele.langiu@gmail.com

Fabio Sdogati   fabio.sdogati@mip.polimi.it

In questo paper presentiamo un’interpretazione, o ‘un modello’, dell’attuale crisi. Speriamo di far luce sui meccanismi endogeni che stanno rendendo costosa la crisi sia in termini umanitari che economici, probabilmente di più lunga durata di quanto molti ancora immaginino, o sperano, e difficili da controllare in assenza di interventi estremi dalle autorità fiscali e monetarie di tutto il mondo rispetto a quelli storici, durante i periodi di pace. La nostra domanda è: cosa si può dire del percorso post-shock della crisi, dallo shock alla ripresa?

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Why the current crisis will be costly, long lasting, difficult to bring under control. Interpreting a multi-nature, multi-country, multi-hits shock

20 03 28

Daniele Langiu   daniele.langiu@gmail.com

Fabio Sdogati   fabio.sdogati@mip.polimi.it

 

In this paper we submit an interpretation, or ‘a model’, of the current crisis. We hope to shed some light on the endogenous mechanisms that are making the crisis costly both in humanitarian and economic terms, probably longer-lasting than many still imagine, or hope, and difficult to control in the absence of extreme intervention, as compared to historical, peace-time standards, by fiscal and monetary authorities the world over. Our question is: what can be said about the post-shock path of the crisis, from shock to recovery?

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Covid-19: Now More Than Ever, European Union

20 03 22

Daniele Langiu          daniele.langiu@gmail.com

Fabio Sdogati             sdogati@mip.polimi.it

[This is the English Version of our paper in Italian posted yesterday, March 21st]

Time passes at a horrible speed, in the conditions in which we live. While up to three weeks ago we had very little literature on the relationship between the pandemic and the outlook for economic activity, and no estimates for the size of the possible effects, now articles, forecasts, interviews, reports multiply by the hour, and it has become difficult to follow properly what it is written, or said. And the topic is always, or almost, that of economic forecasts.

In a piece of March 4, one of us wrote that, in the absence of data and reliable forecasts, it would be better to deal with the classification of the types of profile of the reaction of economic activity to the virus shock, and then start reasoning to sift through different hypotheses. At that time, reasons were advanced in support of a pessimistic view of the evolution of the crisis. Today we discuss the research conducted, or the positions expressed, by some economists who offer support for our hypothesis.

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Covid-19: Ora più che mai, Unione Europea

20 03 21

Daniele Langiu          daniele.langiu@gmail.com

Fabio Sdogati             sdogati@mip.polimi.it

Il tempo passa ad una velocità orrenda, nelle condizioni in cui viviamo. Mentre fino a tre settimane fa avevamo pochissima letteratura sul rapporto tra pandemia e prospettive dell’attività economica, e nessuna stima della dimensione dei possibili effetti, ora articoli, previsioni, interviste, rapporti si moltiplicano ogni ora, ed è diventato difficile seguire bene quel che viene scritto, o detto. E il tema è sempre, o quasi, quello delle previsioni economiche.

In un pezzo del 4 marzo, uno di noi scriveva che, in assenza di dati e di previsioni non cervellotiche, fosse meglio occuparsi della classificazione delle tipologie di profilo della reazione dell’attività economica allo shock da virus, e poi cominciare a produrre ragionamenti a supporto dell’una o dell’altra alternativa. In quella sede si avanzarono ragioni a sostegno di una visione pessimistica dell’evoluzione della crisi. Oggi discutiamo la ricerca o le posizioni espresse da alcuni economisti le quali offrono sostegno alla nostra ipotesi.

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È possibile confermare che sia in atto un processo di “disaccoppiamento” tra USA e Cina?

Daniele Langiu, daniele.langiu@gmail.com

Fabio Sdogati, fabio.sdogati@mip.polimi.it

Introduzione

Uno dei quesiti ricorrenti da due anni ormai è se la politica tariffaria dell’amministrazione Trump nei confronti delle esportazioni delle imprese localizzate in Cina stia avendo successo o meno. Purtroppo, o per fortuna, vi sono molti modi in cui è possibile interpretare la parola ‘successo’. Il più semplice e lineare è chiedersi se vi sia una correlazione tra andamento delle misure restrittive e andamento del saldo di bilancia commerciale, che sia di sole merci o di merci e servizi. Noi non siamo particolarmente interessati a questo tipo di verifica empirica, i cui risultati cambiano peraltro radicalmente a seconda della metodologia quantitativa utilizzata.

Come siamo venuti argomentando da due anni a questa parte, ci sembra che il quesito veramente importante sia: stiamo osservando solo l’effetto tradizionale dell’imposizione dei dazi sul deficit commerciale ‘USA-Cina’ e ‘USA-Resto del mondo’ oppure stiamo assistendo ad un fenomeno di disaccoppiamento tra USA e Cina tale da ridisegnare (geograficamente) gli scambi internazionali di merci e servizi e i flussi finanziari?

La nostra tesi è che il disaccoppiamento USA-Cina sembra essere già in atto e che le ragioni economiche profonde per cui lo stiamo studiando ora sono da cercare:

  1. Nella struttura produttiva denominata frammentazione internazionale della produzione, che ha portato alla formazione delle ormai famose e importanti catene globali di produzione
  2. Nella crescente necessità del governo USA di finanziare il proprio deficit dall’estero, al contempo riducendo la dipendenza dalla Cina.

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Effetti della politica tariffaria USA sul saldo commerciale bilaterale USA-Cina e su quello globale USA

Francesco Morello

Fabio Sdogati

Introduzione

In un articolo dell’agosto 2018 Daniele Langiu e Fabio Sdogati hanno sostenuto che la necessità crescente dell’economia statunitense di finanziarsi dall’estero renderà inefficaci i dazi imposti da Trump e finalizzati ad una riduzione del deficit commerciale statunitense. Langiu e Sdogati (2018) hanno provato a delineare e ad argomentare a favore di questa tesi facendo leva sia sul buon senso sia sulla buona teoria economica.

Obiettivo di questo breve articolo è mostrare che la politica commerciale restrittiva adottata dall’amministrazione Trump verso la Cina, seppur capace di ridurre il deficit commerciale USA verso la Cina stessa, non ha avuto e, sosteniamo senza poter argomentare teoricamente in questa sede, non avrà l’effetto di ridurre il deficit commerciale USA complessivo. Mostreremo infatti che la guerra commerciale di Trump ha avuto un effetto di trade diversion, cioè una deviazione dei flussi di commercio internazionale da paesi non soggetti ad aumenti di dazi, quali il Vietnam, o paesi che partecipano ad accordi di scambio bilaterale o multilaterale, ad esempio il Messico. L’effetto di trade diversion potrebbe, quindi, contribuire anche a regionalizzare le catene globali di produzione (come anticipato in un articolo pubblicato a dicembre 2018).

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Dal NAFTA al USMCA. Dalla Globalizzazione alla Regionalizzazione. Può un accordo commerciale modificare radicalmente le catene globali di produzione?

Daniele Langiu

Fabio Sdogati

The English version of the paper, published on the AlumniPolimi Newletter, is available at this  link

La versione inglese dell’articolo, pubblicata per la Newsletter AlumniPolimi, è disponibile a questo link

Premessa

Trump è presidente degli Stati Uniti da quasi due anni, due anni durante i quali sono state offerte tutte le interpretazioni possibili e immaginabili del suo approccio alla politica commerciale (scriviamo ‘il suo approccio’ dal momento che negli Stati Uniti il ​​presidente non ha bisogno un voto di fiducia del Congresso su tali questioni). Riteniamo che, nonostante gli approcci tattici e strategici apparentemente ondivaghi e un senso generale di disorientamento, sia diventato possibile identificare gli elementi di base di una strategia ‘stabile’ che “renderà grande nuovamente l’America” ​​- agli occhi di chi guarda, naturalmente. Il nostro punto è che la strategia ‘stabile’ è emersa verso la fine di agosto 2018 con la fine del North America Free Trade Agreement e il lancio del suo sostituto, USMCA (il lettore interessato può trovare qui il testo dell’accordo Stati Uniti-Messico-Canada). Con questo articolo, il nostro obiettivo è contribuire a sviluppare una teoria che ridimensionando la strategia da “solo gli Stati Uniti contano” a “il Nord America conta, finché gli Stati Uniti dettano le regole”, si tradurrà in un passaggio dal multilateralismo e globalizzazione al bilateralismo e alla regionalizzazione. Suggeriamo che, al fine di comprendere le caratteristiche della strategia ‘finale’, dovremmo seguirne la costruzione nelle sue tre fasi avvenuta durante gli ultimi due anni.

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