Dal NAFTA al USMCA. Dalla Globalizzazione alla Regionalizzazione. Può un accordo commerciale modificare radicalmente le catene globali di produzione?

Daniele Langiu

Fabio Sdogati

The English version of the paper, published on the AlumniPolimi Newletter, is available at this  link

La versione inglese dell’articolo, pubblicata per la Newsletter AlumniPolimi, è disponibile a questo link

Premessa

Trump è presidente degli Stati Uniti da quasi due anni, due anni durante i quali sono state offerte tutte le interpretazioni possibili e immaginabili del suo approccio alla politica commerciale (scriviamo ‘il suo approccio’ dal momento che negli Stati Uniti il ​​presidente non ha bisogno un voto di fiducia del Congresso su tali questioni). Riteniamo che, nonostante gli approcci tattici e strategici apparentemente ondivaghi e un senso generale di disorientamento, sia diventato possibile identificare gli elementi di base di una strategia ‘stabile’ che “renderà grande nuovamente l’America” ​​- agli occhi di chi guarda, naturalmente. Il nostro punto è che la strategia ‘stabile’ è emersa verso la fine di agosto 2018 con la fine del North America Free Trade Agreement e il lancio del suo sostituto, USMCA (il lettore interessato può trovare qui il testo dell’accordo Stati Uniti-Messico-Canada). Con questo articolo, il nostro obiettivo è contribuire a sviluppare una teoria che ridimensionando la strategia da “solo gli Stati Uniti contano” a “il Nord America conta, finché gli Stati Uniti dettano le regole”, si tradurrà in un passaggio dal multilateralismo e globalizzazione al bilateralismo e alla regionalizzazione. Suggeriamo che, al fine di comprendere le caratteristiche della strategia ‘finale’, dovremmo seguirne la costruzione nelle sue tre fasi avvenuta durante gli ultimi due anni.

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L’effetto dei dazi imposti dall’amministrazione Trump sul saldo di bilancia commerciale USA sarà basso, bassissimo, pressoché nullo

Daniele Langiu

Fabio Sdogati

“[The US is] running against the trend of the times and are not moving in the right direction. Nowadays we live in a globalised world. We are not doing 19th century trade”

Wang Yi, China’s Foreign Minister, Asean Foreign Ministers’ meetings, 2th August 2018

Introduzione

Da inizio anno l’amministrazione Trump ha mostrato di voler concretizzare le dichiarazioni di imposizioni di dazi sulle esportazioni cinesi fatte durante la campagna presidenziale del 2016. Se qualcuno ha ritenuto o ritenga che le dichiarazioni fatte durante la campagna presidenziale avessero solo lo scopo di attrarre elettori ma che, poi, non si sarebbero concretizzate, si è ricreduto o dovrebbe ricredersi a fronte dei dazi imposti ai vari partner commerciali (Cina, Canada, Unione Europea e Messico, in primis) e delle forti dichiarazioni  di Trump, come ad esempio, la scelta di chiamare l’Unione Europea nemico degli Stati Uniti nell’ambito del commercio bilaterale. Come dicevamo, alle parole hanno fatto seguito le azioni. Nel gennaio 2018, Trump ha  imposto dazi su pannelli solari e lavatrici importati; a marzo ha imposto dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio; a giugno, ha esteso i dazi su acciaio e alluminio anche per le importazioni da Unione Europea, Canada e Messico. Cina, Unione Europea e Canada hanno reagito imponendo a loro volta dei dazi sui prodotti degli Stati Uniti in ritorsione alle scelte protezionistiche dell’amministrazione Trump. E le azioni non sembrano essere finite: da annunci di Trump di imporre tariffe su 200 miliardi di $ di importazioni cinesi, all’aumentare la tariffa sulle importazioni cinesi già sotto un dazio del 10 al 25%, ai possibili dazi sulle importazioni dal settore automobilistico dell’Unione Europea.

Dato questo scenario, una guerra commerciale sembra probabile. Meglio: Trump potrebbe volere una guerra commerciale, ma non può averla senza una controparte che reagisca. Una guerra commerciale richiede che altre economie reagiscano. E finora questo sembra essere il caso. Le posizioni, però, sono variegate. C’è chi afferma che si tratti di semplici schermaglie commerciali e c’è chi sostiene che in prospettiva si paventa una vera e propria guerra commerciale che potrebbe ridurre l’efficacia del modello di integrazione economica che abbiamo imparato a conoscere dalla metà del secolo scorso. Se volessimo appoggiarci al valore dei dati, quelli più recenti non possono ancora mostrare la rilevanza del fenomeno. A luglio, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che l’aumento dei dazi registrato finora possa ridurre la crescita economica dello 0,5% entro il 2020 (circa 430 miliardi di $ di PIL potenziale perso entro il 2020). Se, invece, facciamo leva sulla teoria economica, la teoria del commercio internazionale dimostra in maniera inequivocabile che un aumento dei dazi, nel complesso, danneggia sia l’economia che li impone che l’economia che li subisce.

Ma perché Trump impone dazi? Perché si aspetta una riduzione delle importazioni e, a parità di esportazioni, una riduzione del deficit commerciale degli Stati Uniti? Se l’obiettivo è ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti, a patto che per gli Stati Uniti sia un problema, l’aumento dei dazi, a parità di altre condizioni, non avrà efficacia. La tesi che sosterremmo nell’articolo, infatti, è che la visione mercantilistica del commercio internazionale di Trump non avrà l’effetto desiderato di riequilibrare le componenti della bilancia dei pagamenti attraverso la riduzione del saldo di bilancia commerciale statunitense. Mostreremo, infatti, che la necessità crescente dell’economia statunitense di finanziarsi dall’estero renderà inefficaci i dazi imposti da Trump.

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Lo Stato NON È una famiglia

18 05 12

Premessa

Eppure ci sono economisti che sostengono che lo siano. Ancora pochi giorni fa un mio studente porta alla mia attenzione il fatto che un economista televisivo sembra aver sostenuto che “nelle famiglie quando ci sono meno soldi bisogna tirare la cinghia. Nel settore pubblico non si può dare più soldi a tutti senza spiegare che deve dimagrire”. A prescindere dal fatto che le parole che ho appena citato non costituiscono un discorso logicamente (non ‘economicamente’, logicamente) coerente, vi si ritrova una ‘semplificazione’ che fa rizzare i capelli in testa a chi ha studiato, e studia, economia: quella secondo cui le questioni finanziarie di un governo, e cioè di reddito e spesa, e quindi di deficit e debito, si possano comprendere facendo ‘semplicemente’ riferimento alle stesse questioni quando le si pensi in ambito familiare. Metto le parole ‘semplificazione’ e ‘semplicemente’ tra virgolette perché è in nome della ‘semplicità’ che questa operazione viene condotta. O meglio: è assumendo strumentalmente che le persone siano stupide, e che perciò abbiano bisogno di spiegazioni ‘semplici’, che l’operazione altamente ideologica e fuorviante viene condotta. In soldoni: tu, membro del pubblico televisivo, non puoi capire cosa sia un bilancio pubblico, cosa siano le entrate e cosa le uscite, cosa sia il debito pubblico. E quindi io te lo spiego usando l’esempio della tua famiglia perché almeno il funzionamento di quella, tu che sei stupido, probabilmente un poco lo capisci.

La verità è che nessun economista è talmente ignorante da pensare che l’analogia valga qualcosa. Chi sostiene questa analogia lo fa per ragioni ideologico-politiche, come diverrà evidente nel prosieguo di questa breve polemica. E chi lo fa è, guarda caso, sostenitore dei sacrifici, dell’austerità, del bilancio pubblico in pareggio, cioè la scuola di pensiero che si è prestata dal 2007 in avanti a giustificare la scelta politica dei governi UE di immiserire la Grecia e tenere per anni in recessione prima e stagnazione poi tutta l’Europa (mentre il contrario avveniva negli Usa).

  1. Il problema del debito pubblico

Il problema della falsa analogia si pone una volta che sia stata legittimata la seguente linea di ragionamento: a. il debito pubblico è un male; b. esso va dunque eliminato; c. come lo si elimina? d. come farebbe una famiglia: riducendo le spese.

Io non voglio discutere qui se il debito pubblico sia un bene o un male perché ciò non è necessario per rispondere al quesito che annuncia il titolo. Prendo invece subito in mano l’analogia e la discuto.

  1. Il problema del debito della famiglia

Una famiglia accumula debito perché, nel tempo, il flusso delle proprie uscite supera, in media, il flusso delle proprie entrate. In breve: una famiglia che nell’ultimo mese abbia incassato redditi per € 10 e speso € 12, si ritroverà alla fin del mese con debito di € 2.

Quali strade ha a disposizione questa famiglia per ripagare il proprio debito nel mese che viene? Le strade sono in via di principio due:

  1. La prima, ad un estremo, è tenere ferma la spesa mensile a € 12 e aumentare il proprio sforzo lavorativo per produrre un reddito di € 14, di cui €12 finanzieranno la spesa del mese corrente e € 2 verranno utilizzati per ripagare il debito pregresso.
  2. La seconda strada, all’altro estremo, è tenere fisso lo sforzo lavorativo, cioè il reddito, a € 10/mese e ridurre la spesa del secondo mese da € 12 a € 8 (di cui € 2 per non creare ulteriori debiti e € 2 per ripagare quello pregresso).
  3. Ovviamente, tra queste due soluzioni estreme una famiglia può scegliere qualunque combinazione di aumento dello sforzo lavorativo e di riduzione della spesa. (La versione preferita dai cantori del bilancio in pareggio è, ovviamente, il taglio alla spesa.)

 

  1. Cosa notiamo da questo esempio?

Notiamo subito che la famiglia che decida di rimborsare il debito e di non accumularne di nuovo scegliendo la strategia di riduzione della spesa, può farlo a parità di reddito. In altre parole, il cedolino a fine mese non cambia, se durante il mese abbiamo risparmiato su scarpe, formaggi e libri. Ne deduco che il reddito della famiglia è indipendentedalla sua spesa. O ancora: il datore di lavoro non mi taglia il salario solo perché ho debiti con il droghiere (si, lo so, potrebbe arrivare il giorno in cui il droghiere si alleerà con il mio datore di lavoro in modo che una parte del mio salario venga versata dal mio datore direttamente al droghiere….).

  1. E se questa stessa strategia fosse adottata dal governo?

Beh, ovvio che il reddito del governo non èindipendente dalla sua spesa. Un governo che tagli la spesa (istruzione, salute, viabilità, servizi sociali, non importa che cosa) induce immediatamente e necessariamente una parallela diminuzione del reddito fiscale, poiché il reddito fiscale dipende dal livello della attività produttiva su cui il governo esercita il suo diritto ad imporre tasse: meno domanda di beni e servizi, meno produzione, meno reddito prodotto, meno introiti fiscali.  Un governo che si comporti come la famiglia virtuosa usata per la loro analogia dalle vergini vestali del risparmio come metodo per il ripianamento dei debiti, è un governo che genera recessione, disoccupazione, stagnazione. Esattamente quel che è avvenuto in Europa dal 2007 con la cosiddetta austerità.

Tutto questo lo dice, ovviamente meglio di me, Yanis Varoufakis (che, ne sono certo, non ha bisogno di introduzione):

      One of the great mysteries of life, at least of my life, is how susceptible good people are to this awful logic. In fact, personal finances are a terrible basis for understanding public finance [as I explained in response]: ‘In your life you have a wonderful independence between your expenses and your income. So when you cut down on your expenses, your income is not cut. But if the country as a whole goes [on] a major savings spree, then its total income is going to come down.’

     The reason for this is that at a national level total expenditure and total income are precisely equal because whatever is earned has been spent by someone else. So if every person and business in the country is cutting back, the one thing the state must not do is cut back as well. If it does so, the abrupt fall in total expenditure means an equally abrupt fall in national income, which in turn leads to lower taxes for the Treasury and to austerity’s spectacular own goal: an ever-shrinking national income that makes the existing national debt unpayable. [Adults in the Room, 2017, p. 34]

Ed ecco dunque spiegato anche come far aumentare il rapporto debito/pil, un rapporto che i sostenitor della tesi finanze statali 0 finanze familiari dicono di voler ridurre. Ma di questo parleremo in un’altra occasione.

 

 

 

I dazi su acciaio e alluminio danneggiano l’intera l’economia che li impone

Torno a condividere dei pensierini dopo mesi e mesi di astinenza. L’ultima volta che lo feci parlai di mercato del lavoro e politica monetaria, e cioè delle possibili ragioni per cui politiche monetarie pur fortemente espansive non riescono a generare inflazione salariale come passo intermedio verso l’inflazione dei prezzi.

Oggi il tema di attualità è un altro: i dazi che l’amministrazione Trump ha imposto sulle importazioni di acciaio e alluminio. Questa decisione ha generato preoccupazione che essa possa essere il primo passo verso un ‘guerra commerciale’, vale a dire che altri paesi possano imporre a loro volta dei dazi sull’importazione di prodotti Usa; ma non ho letto analisi, per quanto preliminari, che discutono la tesi che voglio sottoporre qui all’attenzione di chi segue questo blog. La mia tesi è che gli effetti di un dazio su acciaio e alluminio non sono quelli, o almeno non solo quelli, che sembra aspettarsi chi non ha studiato la teoria del protezionismo. La mia tesi è che la protezione dell’industria Usa di acciaio e alluminio produrrà effetti negativi su tutta l’economia statunitense. E che essi saranno tanto più negativi sulle imprese nella cui produzione acciaio e/o alluminio vengono usati in modo intensivo. Tra questi, ovviamente, spiccano automobilistico, elettrodomestici, infrastrutture.

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ECB and the European Labour Market: “Let’s go.” “We can’t.” “Why not?” “We’re waiting for Godot.” “Let’s Tighten.” “We Can’t.” Why Not?” “We’re Waiting for Wage and Price Increases”

Fabio Sdogati

2017 08 08

 

“But let me [Draghi] just make clear one thing: after a long time, we are finally experiencing a robust recovery, where we only have to wait for wages and prices to move towards our objective.”

The bottom line

By announcing that waiting is all that’s left to do in order to get wage and price inflation, the ECB shows that she has no clear idea as to how profound are changes that are affecting labor markets, nor about the effects that such changes have on the supposed effectivness of monetary policy. I submit that labor markets have been transforming in such a way that the chain of links growth-> wage inflation -> price inflation, has to a large extent broken down (Germany my be a partial exception). The implication is the same I, and many others, have been drawing for years: it is fiscal stimuli that generate growth-cum-wage-rises, not monetary stimuli. (Something, to be honest, Mr. Draghi points out, in politically correct terms, at every press conference.)

I have identified two parts in the introductory statement to the July 20 ECB president’s press conference: one, which few will object to my calling boring and repetitious: I will not discuss this part; and another, which I believe to be most interesting, and will therefore discuss in some detail.

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La lunga via della FED verso la ‘normalità’ (monetaria)

  1. Gli antefatti: fino al 2007

Fino alla Grande Crisi Finanziaria iniziata nel 2007 con la crisi di Bear Sterns (2008 per chi preferisse datarla dal fallimento di Lehman Brothers) la politica monetaria ‘strategica’ veniva condotta attraverso le variazioni del tasso di sconto. Il modello teorico che sosteneva questa scelta era quello in cui ancora molti credono: tagli (aumenti) del tasso di sconto servivano a rendere il credito alle banche commerciali meno (più) costoso, il che induceva le banche a tagliare (aumentare) i tassi attivi e, così facendo, rendere meno (più) costoso il finanziamento degli investimenti e delle spese per consumi. In questo quadro le vendite (gli acquisti) di titoli da parte della banca centrale, transazioni note come ‘operazioni di mercato aperto’ servivano prevalentemente come strumenti per la stabilizzazione dei tassi di mercato, ma non venivano usate come strumenti di politica di lungo periodo.

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