La lunga via della FED verso la ‘normalità’ (monetaria)

  1. Gli antefatti: fino al 2007

Fino alla Grande Crisi Finanziaria iniziata nel 2007 con la crisi di Bear Sterns (2008 per chi preferisse datarla dal fallimento di Lehman Brothers) la politica monetaria ‘strategica’ veniva condotta attraverso le variazioni del tasso di sconto. Il modello teorico che sosteneva questa scelta era quello in cui ancora molti credono: tagli (aumenti) del tasso di sconto servivano a rendere il credito alle banche commerciali meno (più) costoso, il che induceva le banche a tagliare (aumentare) i tassi attivi e, così facendo, rendere meno (più) costoso il finanziamento degli investimenti e delle spese per consumi. In questo quadro le vendite (gli acquisti) di titoli da parte della banca centrale, transazioni note come ‘operazioni di mercato aperto’ servivano prevalentemente come strumenti per la stabilizzazione dei tassi di mercato, ma non venivano usate come strumenti di politica di lungo periodo.

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Cina. Quadro macroeconomico 2017. Tra necessità di crescita e ribilanciamento dell’economia

Negli ultimi decenni la Cina ha sperimentato una crescita economica sorprendete che le ha permesso, secondo alcune stime, di diventare la seconda più grande economia al mondo in termini di prodotto interno lordo (PIL) dopo gli Stati Uniti e il maggior contribuente alla crescita globale. Le riforme economiche introdotte nel 1978 hanno aperto il paese agli investimenti diretti esteri (IDE) e agli scambi internazionali, permettendo la trasformazione di un paese prevalentemente rurale nel più grande centro manifatturiero del mondo. Attraverso le sempre più intense relazioni internazionali, la Cina è stata inoltre capace di apprendere dal modello economico dei paesi capitalistici e adeguare gli elementi che lo caratterizzano al contesto Cinese: “[…] … noi dobbiamo imparare dai popoli dei Paesi capitalistici. Dobbiamo far uso della scienza e della tecnologia che essi hanno sviluppato. E di quegli elementi della loro conoscenza ed esperienza accumulata che possono essere adattati al nostro uso. Mentre importeremo tecnologia avanzata e altre cose per noi utili dai Paesi capitalistici – in modo selettivo e pianificato non impareremo mai né importeremo il sistema capitalista […]”. (Deng Xiao Ping, 1985). Oggi il paese si trova ad affrontare una serie di sfide cruciali dal punto di vista economico, sociale e geopolitico. Prima tra tutte è la trasformazione strutturale del proprio modello di crescita. Dopo anni di tassi di crescita a doppia cifra, l’economia cinese inizia a mostrare i primi segni di rallentamento. Questo impone la trasformazione del modello di crescita del paese, da un modello focalizzato prevalentemente su industria, costruzioni ed esportazioni ad uno focalizzato più su servizi e consumi interni. Questa transizione pone tuttavia rischi di natura sociale ed economica. Se non opportunamente gestita, potrebbe infatti far cadere il paese nella cosiddetta “trappola del reddito medio” con conseguenze negative su occupazione, stabilità sociale e finanziaria. In secondo luogo, il ruolo della Cina nelle catene globali di produzione potrebbe cambiare: le imprese potrebbero spostarsi verso l’inizio del processo produttivo parallelamente all’acquisizione di competenze, tecnologia che consentono alle imprese cinesi di cambiare la propria specializzazione produttiva. La terza sfida è infine quella geopolitica. Di fronte ad uno scenario di crescenti incertezze, isolazionismo e vuoti di potere, la Cina, nelle parole del suo premier Xi Jinping durante l’ultimo meeting di Davos, si propone come nuovo leader dell’ordine mondiale e difensore della globalizzazione e del libero scambio. In questo scenario di importanti cambiamenti, l’obiettivo di questo report è analizzare lo stato attuale dell’economia cinese (paragrafo 1), descrivere le caratteristiche principali, gli impatti della sua trasformazione (paragrafi 2 e 3) e quali sono i possibili scenari dell’economia cinese; infine, si vuole fornire uno sguardo a quella che potrebbe essere la Cina dei prossimi cinque – dieci anni (paragrafo 4).

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Non era solo campagna elettorale, Trump mantiene le promesse (purtroppo)

Settimana scorsa ho posto il problema dell’uso che Trump stava facendo di May per promuovere la propria spinta reazionaria verso il ritorno al modello ottocentesco di stato nazione. La May, ovviamente, gradisce, poiché sa bene che al proprio interno ha contro il 48% degli aventi diritto al voto, così che il sostegno del grande fratello non può che portare rassicurarla. Peccato per lei, e per quelli come lei ovunque risiedano, e fortuna per tutti gli altri, che la Corte Suprema abbia ristabilito la certezza del diritto, sentenziando che non può essere un governo a disfare quello che il parlamento ha fatto.

Oggi voglio fare una cosa tra l’ambizioso e l’odioso: voglio valutare gli accadimenti di questa ultima settimana a Washington, DC. Perché ambiziosa? Perché tanto le grandi firme del giornalismo mondiale che gran parte degli analisti finanziari sembrano molto cauti ad esprimere valutazioni su ciò che ci si può aspettare dalla nuova amministrazione, tanto sul piano finanziario che su quello economico. E odiosa, perché sa tanto di ‘adesso velo dico io come stanno le cose.’ Appunto. L’obiettivo, come sempre, è costruire uno scenario plausibile, di fronte al quale poi ciascuno farà quel che crede.

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Unione Europea, Regno Unito, Stati Uniti: una settimana spartiacque per la geopolitica

Dunque, venerdi 20 gli Stati Uniti avranno un nuovo presidente, e sarebbe stato bene scrivere un pezzo su questo, in particolare su cosa ci si possa aspettare dal discorso inaugurale durante il quale, si presume, il nuovo presidente farà annunci di indirizzo politico in tema di economia, integrazione, alleanze internazionali, ecc. Cosa aspettarsi? In particolare, che cosa aspettarsi sul piano dei rapporti economici internazionali, delle alleanze, dei compromessi? Ma questo pezzo deve uscire giovedi 19, e quindi debbo scrivere di avvenimenti rilevanti ‘in preparazione’ dell’insediamento.  

Per fortuna martedi 17 la primo ministro del Regno Unito ha presentato pubblicamente le sue idee su come ella intenda il brexit, così che da pensare ne abbiamo. Dico che ‘per fortuna’ Theresa May ha scelto il giorno 17, perché ella ha chiarito alcuni dei tanti quesiti che avevamo su cosa intendesse per ‘brexit’, il che si incastra bene con quello che il presidente eletto US ha detto proprio in questi giorni su brexit ed UE. Si vedrà come questa terza settimana di gennaio 2017 rappresenti una settimana-spartiacque nel modo in cui ci eravamo abituati a funzionare a livello geopolitico. And it don’t look good to me.

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