Per evitare una transizione da stagnazione a stagnazione: trasferimenti e spesa per produzione destinata a consumi collettivi

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20 07 19

Non v’è chi abbia dimenticato la frase con cui il 26 luglio 2012 Mario Draghi, neo presidente della Banca Centrale Europea, chiarì in modo inequivocabile la posizione sua propria e del consiglio annunciando che la BCE avrebbe fatto “…whatever it takes” per proteggere il progetto economico e monetario.

Nel marzo 2020 questa risolutezza viene estesa anche alla politica fiscale: a fronte di una pandemia chiaramente molto pericolosa, i governi di ogni paese adottano politiche fiscali espansive di dimensioni, tempi di adozione, ed estensione “unprecedented”, come va di moda dire. In particolare, i governi in carica nei paesi membri dell’Unione Economica e Monetaria abbandonano in fretta e furia ogni pensiero di austerità, che pure li aveva assillati per anni su indicazione delle vergini vestali del bilancio in pareggio, grazie ai quali la recessione che si compì nel giugno 2009 negli Usa continuò ancora per anni in Italia. È certo segno dei tempi che di tutti i responsabili di quella catastrofe oggi la sola Angela Merkel sia ancora in carica, e che ella sia addirittura la figura politica che più sembra spingere per passare dalla strategia della punizione a quella della fiscalità comune. Per la dimensione e l’estensione dei programmi di espansione fiscale adottati per contrastare la crisi attuale a partire dall’inizio di marzo si può fare riferimento ai dati fornita da Bruegel.

Ovviamente, il whatever it takes in termini di spesa è qualcosa di inusitato, e perfino Olivier Blanchard invita a riflettere:

Qui vogliamo offrire alcuni spunti di riflessione sperabilmente utili ad abbozzare una risposta seria al quesito di Blanchard: “[…] will we wake up in a few months with a hangover, asking “What on earth did we do?”. In sintesi, la nostra risposta è: le condizioni in cui ci sveglieremo dipendono dalle finalità a cui sarà destinata la spesa pubblica.

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C’erano una volta i comunisti

Non scherzo, c’erano davvero, qualcuno me ne sarà testimone. E tra le tante proposte assurde e idee balzane, ad un certo punto alcuni di questi proposero una pensata che sintetizzarono così: lavorare meno, lavorare tutti. L’assurdità della proposta fu ovvia a tutte le persone di buon senso, e certo lo è ancora. Lavorare tutti? Furono  milioni a pensare: anche io che non mai lavorato un giorno in vita mia? E perché dovrei se ho vissuto tanto bene finora senza farlo? Comunisti, che vogliono impormi di lavorare quando il libero mercato mi consente di non farlo! Altri, preoccupati dei destini della produttività aziendale, replicarono invece che i costi necessari a realizzare il cambiamento sarebbero stati insopportabili per l’impresa, che così avrebbe perso di competitività (ovviamente senza sapere cosa sia) e sarebbe andata in malora.

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