Che cosa puo’ insegnarci un premio Nobel per l’economia?

Premio Nobel per l’economia 2015: Professor Angus Deaton, classe 1945, Princeton University.

Non credo sia il caso di affliggere i lettori di Economyup raccontando loro la biografia di Deaton: sono tutti moderni abbastanza da trovarsela, se credono, più completa e più accurata di quella che potrei offrire io in questa sede, sul sito personale di Deaton, sul sito di Princeton, sulla stampa migliore. Quel che trovo interessante ed utile, piuttosto, è identificare la traiettoria intellettuale seguita da Deaton, commentando poi la differenza tra questa traiettoria personale e quella della moda attuale, in senso statistico, della professione. Non intendo invece commentare sulla ‘rilevanza del premio Nobel in Economia’, operazione che molti stanno facendo sulla stampa e che io trovo volgare e altamente offensiva nei confronti di Deaton: adesso se ne deve parlare, associando implicitamente il nome del vincitore al giudizio sulla (ir)rilevanza del premio? Non si poteva porre a maggio, il problema della rilevanza del premio? O aspettare fino a febbraio prossimo?

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Sanità

Quando, parlando con dei colleghi, ho detto che avevo intenzione di scrivere sulla sanità, il più giovane (e ingenuo) mi ha detto: “Ma allora, prof, ha intenzione di rispondere al tale (non so chi, ma italiano) il quale ha detto che…?” No, non ho intenzione di prendere parte al dibattito italiano, il quale si distingue per mille aspetti negativi ed uno solo positivo: l’intervento del mio collega e amico Mariano Corso, il quale ha detto semplicemente “Una rivoluzione digitale della sanità potrebbe fornire 15 miliardi di euro di benefici all’anno”.  Gente che pensa ai ‘tagli’, gente che pensa al futuro. Semplice.

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Corbynomics: vicende politiche e dibattito sulla stagnazione

Da sette anni, in Europa, si registra una disconnessione totale tra analisi economica e politica economica. La teoria economica dice che da una recessione, in particolare se grave come quella che colpì i paesi ad alto reddito pro capite nel 2008-2009, si esce stimolando la domanda aggregata, cioè la spesa per consumi e investimenti (modalità e proporzioni tra le due sono a discrezione del governo). La politica economica attuata in Europa va da sette anni esattamente nella direzione opposta: il nome che si sono scelti i governanti europei è austerità. Che suona bene, ma fa sanguinare l’economia. Continue reading “Corbynomics: vicende politiche e dibattito sulla stagnazione”

Immigrazione e crescita economica: l’economia contro cialtroni e razzisti

Il tentativo, oggi, è di presentare un ragionamento sugli effetti economici potenziali dell’immigrazione nel breve periodo (due anni?) e nel lungo (10 anni?). Un ragionamento. Economico. Del quale mi sembra vi sia gran bisogno. O, in maniera meno pomposa: togliamo il microfono a razzisti e cialtroni. Perché non ci facciano perdere anche questa opportunità.

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QE for Growth? Bullshit

A few years back a really small book attracted my attention because of its title. I know, that is the way it usually happens. But this one title was really special: On bullshit, by Harry G. Frankfurt, moral philosopher, Professor Emeritus of Philosophy at Princeton University (Princeton University press, 2003). Obviously, a must-buy, must-read, must try to understand. After all, it is not everyday that such an expression is used by a moral philosopher, let alone become the subject matter of a book. The opening lines of the book read as follows:

“One of the most salient features of our culture is that there is so much bullshit. Everyone knows this. Each of us contributes his share. But we tend to take the situation for granted. Most people are rather confident of their ability to recognize bullshit and to avoid being taken in by it.”

Fast forward. In a recent post Simon Wren-Lewis, a colleague at Oxford, mentioned Professor Frankfurt and his work on bullshit. Now, before reading Professor Frankfurt, Emeritus at Princeton, I would have never thought of using such language myself. If in addition, however, Wren-Lewis uses the concept, I feel like I am free to use it myself: after all, if my majors do…

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Import substitution policy?

Un mese di agosto con temperature molto elevate. Crolli, riprese e ricrolli dei mercati azionari, obbligazionari, delle materie prime, praticamente di tutte le ‘asset classes’ (come dicono quelli in the know). Un esempio per tutti: lo Shanghai Composite guadagna il 150% nell’anno che finisce all’inizio di giugno 2015, e poi in tre mesi lascia sul campo due terzi dei guadagni. Prezzi delle materie prime mai così bassi in alcuni casi dal 2009, in altri ancor da prima. Continue reading “Import substitution policy?”

Italia

Introduzione

Tra l’ottobre 2014 e il febbraio 2015 pubblicai su www.scenarieconomici.com una serie di dieci brevi articoli a ciascuno dei quali diedi la connotazione di ‘Fatto’. Ogni ‘Fatto’ aveva l’obiettivo di contrastare con evidenza empirica di qualità un luogo comune, una ingenuità, una cattiva correlazione tra eventi e tra grandezze, una deduzione errata o quantomeno spuria. Non voglio dire che ogni ‘Fatto’ avesse la sua battaglia personale da combattere, ma il ragionamento che sottendeva la scelta dei ‘Fatti’, il ragionamento che ne giustificava l’esistenza e che al tempo stesso possedeva una sua coerenza logica ed economica rimaneva in sottofondo, quasi che il lettore che conoscesse l’autore potesse riconoscerlo e gli altri, invece, dovessero accontentarsi di quel singolo ‘Fatto’. Il che, evidentemente, non è corretto.

Questo scritto altro non è che i dieci ‘Fatti’ ripresentati in maniera tale da costituire un ragionamento compiuto. Incompleto, come tutti i ragionamenti, ma compiuto. Ogni paragrafo è dedicato ad un ‘Fatto’, così che il lettore malizioso possa sbizzarrirsi a cercare contraddizioni tra ciò che scrivevo nell’autunno-inverno scorso e ciò che scrivo ora. La differenza è che i grafici sono aggiornati ma, ahimè, aveva ragione un giovane ricercatore quando mi disse: “Ma prof., quanto vuole sia cambiata la situazione in un anno scarso’? Poco o nulla. Ma i grafici sono aggiornati.

Infine, il metodo. Comparare un paese ad un altro è impresa ardua. Quali sono gli indicatori da usare, che cosa è importante e cosa no? Quanto pesa la storia, quanto la cultura, quanto le norme? E soprattutto, da dove si parte?

Aver scelto di confutare i luoghi comuni, le credenze, le opinioni non sostenute da evidenze empiriche ci rende la vita facile, poiché cominceremo necessariamente dal luogo comune per eccellenza: quello che dice che dalla crisi si esce con le ‘riforme strutturali’. Sono decenni che sento parlare di ‘riforme strutturali’ senza mai capire che cosa siamo, quanto costino e chi sopporterà quei costi, che benefici produrranno, a favore di chi, in quanto tempo se ne vedranno i frutti. Ma sembra che io non abbia davvero capito nulla se Presidenti di Commissioni Europee, Direttori (e Direttrici) del Fondo Monetario Internazionale, Capi di Stato e di Governo (di destra, centro e sinistra), persone tutte di gran levatura, insistono che sono proprio le riforme strutturali quelle che servono per uscire dalla crisi.

Ora, nel nostro paese abbiamo grande esperienza di riforme strutturali: la riforma del fisco, la riforma della giustizia, la riforma della scuola…  sperando, ovviamente, che io ci abbia azzeccato e che questi che ho appena citato siano esempi di riforme strutturali. Coscienti tutti, ovviamente, che dobbiamo cominciare dalla riforma strutturale per eccellenza: quella del mercato del lavoro. E da questa cominciamo. Continue reading “Italia”