Introduzione e sommario
È tempo di elezioni negli Stati uniti. E uno dei candidati ha già reso molto chiaro che, se eletto, intende replicare le scelte di politica commerciale che aveva già adottato durante il suo primo mandato: dazi. La differenza è che stavolta si tratterebbe di dazi su tutto l’universo delle merci ed i servizi importati dagli Stati uniti. Dazi su tutto, viene da dire, un uso del dazio massiccio al punto di snaturare l’obiettivo tradizionale del dazio, che era ‘proteggere‘ dalla concorrenza estera i produttori nazionali di un settore produttivo ben delimitato mediante l’innalzamento artificiale del prezzo interno del prodotto importato.
In questo articolo vogliamo spostare l’attenzione dagli effetti sui prezzi, a quelli sulla direzione dei flussi internazionali degli investimenti produttivi e, quindi, sulla riconfigurazione delle catene globali di produzione. L’ipotesi alla base di questa prima riflessione è che i paesi le cui merci esportate vengono sottoposte a protezione mediante dazi cercheranno modi di reagire adottando politiche di investimento diretto (produttivo) in paesi diversi da quelli che impongono il dazio, con ciò forzando politicamente la allocazione degli investimenti e dei siti produttivi a livello mondiale.
1. Dazi e prezzi nella teoria consolidata
C’era un tempo, non molto lontano, in cui l’imposizione del dazio era un provvedimento limitato a ben definite classi merceologiche, veniva imposto sulle importazioni da determinati paesi e raramente erga omnes, ed era generalmente limitato a percentuali limitate del valore dichiarato dell’importazione. Queste caratteristiche facevano del dazio uno strumento di politica economica di impatto (potenziale) forte sul settore protetto, ma di impatto modesto sugli altri settori dell’economia protetta e di ancor più scarso impatto sulla divisione internazionale del lavoro e sulla specializzazione produttiva nel resto del mondo. Il dazio, ci raccontavamo ai vecchi tempi, è uno strumento microeconomico, la macroeconomia usa altri strumenti, in particolare la politica monetaria e la politica fiscale.
Questa visione del dazio è certamente arcaica, ma ci serve come punto di partenza per chiarire in che senso e in che direzione l’uso di questo strumento arcaico è venuto cambiando nel tempo e come si configurano, uso e direzione, nelle proposte avanzate durante la campagna elettorale Usa. Ci chiediamo: quali possono essere gli effetti potenziali della eventuale adozione dell’imposizione Usa di un dazio del 10% sulle importazioni di tutte le merci da tutti i paesi, e del 60% su quelle dalla Cina?[1]
Gli effetti in termini di aumento dei prezzi sarebbero certamente su una scala mai vista dai tempi del protezionismo estremo dell’inizio del XX secolo: nella sua rubrica Points of Return del 13 settembre John Authers cita il rapporto degli economisti di Barclays secondo cui l’adozione di queste misure genererebbe un aumento medio dei prezzi su tutte le merci consumate negli Usa del 17%. Per avere un senso dell’enormità di questo risultato lo si compari al 2% di aumento dei prezzi prodotto dai dazi imposti nel 2017-2018. Ma degli effetti dei dazi sui prezzi interni, e su chi li paga, sappiamo abbastanza.
2. Dazi e globalizzazione della produzione e degli approvvigionamenti
L’adozione di misure protezionistiche, quali sono i dazi, diretta contro tutte le importazioni e contro tutti i paesi sarebbe di una scala mai vista prima; e la dimensione stessa del paese che imporrebbe i dazi è tale da rendere legittima l’ipotesi che essa possa indurre imprese e governi ad adottare iniziative di contrasto, o di difesa che dir si voglia, su una scala altrettanto grande.
Noi assumiamo che, per dimensione della distorsione ‘punitiva’ rappresentata dal dazio, e per la dimensione relativa delle economie interessate, le contromisure porterebbero alla riconfigurazione della divisione internazionale del lavoro e delle catene globali di produzione. Non si tratta, sia chiaro, di una ipotesi nostra originale, ma essa ha finora ricevuto attenzione molto minore (anche da parte nostra) di quella riservata agli effetti sui prezzi, ed è bene cominciare a preoccuparsene.
Noi abbiamo caratterizzato il periodo della globalizzazione di mercato 1976-2016 come un modello bisolare Usa-Cina attorno al quale tutti gli altri paesi ruotavano, certamente ciascuno nei limiti che gli venivano assegnati e dentro il quadro degli obiettivi che ciascuno di essi si poneva. Abbiamo anche sostenuto qui e qui e sosteniamo che è in atto un processo di disaccoppiamento tra le economie cinese e statunitense, processo che si configura come un passaggio dalla ‘globalizzazione di mercato’ alla ‘globalizzazione politica’ o ‘regionalizzazione.’ Come si svilupperà questo processo in caso di adozione dei dazi come strumento onnipresente e prioritario della politica economica Usa? E poi: quanto è probabile che si sviluppi un modello bipolare, e quanto che si costituisca invece un modello multi-polare? Esiste in potenza un ruolo per la moltitudine di economie nazionali ‘minori’ nella ri-direzione dei flussi di investimento diretto e nei flussi commerciali nell’epoca delle economie nazionali?
Per avere il quadro delle configurazioni geo-economiche che una politica Usa di ‘dazi per tutti’ può potenzialmente generare, è bene ricordare un dato di fatto che spesso viene trascurato nella foga delle comparazioni tra grandi economie: Figura 1 mostra che fin da quando è entrata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001, la Cina ha esportato verso Stati uniti ed Unione europea circa un terzo del totale delle proprie esportazioni, mentre almeno i due terzi sono andati verso il resto del mondo. Si tratta di un’osservazione apparentemente banale ma importante per la discussione che segue: se gli esportatori cinesi saranno forzati dai dazi imposti dagli Usa a cercare mercati alternativi[2], allora è bene tener presente che ciò sta già avvenendo da anni, che questi mercati esistono, sono grandi, e gli esportatori cinesi vi sono già radicati.
La seconda informazione importante fornita dalla Figura 1 è che la quota del totale delle esportazioni cinesi destinata al mondo al netto di Usa ed Europa è in crescita per tutto il periodo 2021-2023; la terza è che tale quota cresce in particolare a partire dal picco del 2017, cioè in corrispondenza dell’introduzione delle politiche protezionistiche del governo Trump: il messaggio è che a fronte dei dazi imposti dagli Usa sulle proprie esportazioni, le imprese cinesi ri-orientano le proprie esportazioni verso una molteplicità di paesi terzi. Ne deduciamo che coloro che si chiedono come faranno le imprese cinesi a trovare mercato per le esportazioni ‘rifiutate’ dagli Usa non hanno avuto modo di costruire una figura equivalente alla nostra Figura 1[3].

3. Dazi e catene globali di produzione: il caso Usa-Giappone negli anni Ottanta
È istruttivo ricordare, anche se brevemente, il primo caso estesamente studiato in letteratura di reazione del paese esportatore al dazio imposto dall’importatore in un settore importante: si tratta della reazione del settore automobilistico giapponese ai dazi imposti dagli Usa negli anni ’70 e ‘80. L’analisi di questo caso si sviluppò sulla base di un modello a due soli paesi[4], ma è importante da ricordare per due ragioni: perché mostra come sia possibile una ‘autodifesa attiva’ da parte dell’esportatore colpito dal dazio; e perché mostra come la protezione tariffaria possa essere di stimoli all’investimento produttivo dell’esportatore colpito dal dazio nel paese che il dazio ha imposto.
La storia, necessariamente stilizzata, è presto raccontata. Le importazioni statunitensi di auto giapponesi (prodotte in Giappone) cominciarono a crescere già dalla metà degli anni Sessanta; poi, con la ‘crisi petrolifera’ e i conseguenti aumenti di domanda del consumatore Usa di auto di piccola cilindrata, esse continuavano ad aumentare sistematicamente per tutti gli anni Settanta. L’imposizione del dazio produsse però un fenomeno che i libri di testo avevano a quel tempo preso in considerazione solo marginalmente: i produttori giapponesi passarono a produrre componenti che poi esportavano per l’assemblaggio finale in impianti, di proprietà giapponese, localizzati negli Stati uniti. Risultato: per tutti gli anni Ottanta la quota di investimenti diretti esteri delle imprese giapponesi verso gli Usa aumentò (Figura 2). Veniva così alla ribalta l’importanza delle catene globali di produzione e di approvvigionamento.

4. Imposizione di dazi importanti in un contesto di più di due paesi
Proviamo ora a delineare le reazioni possibili all’imposizione di un dazio Usa in un modello ad n paesi, diciamo i 184 paesi aderenti al Fondo Monetario Internazionale. Questi paesi sono per ipotesi la Cina e gli altri 183:
- discutiamo delle reazioni di due tipi di paesi, la Cina da un lato e tutti gli altri paesi dall’altro (diciamo i 184 pasi membri del Fondo Monetario Internazionale ad esclusione di Cina e Usa);
- la Cina si distingue per dimensione del valore delle proprie esportazioni verso gli Usa, ma anche per la dimensione del dazio che verrebbe imposto contro le sue esportazioni (60% contro 10%, si ricorderà).
Lo shock al sistema viene dato attraverso dazi imposti dagli Usa; siamo coscienti che gli effetti di questo shock produrranno in via di principio reazioni di politica commerciale potenzialmente diverse da paese a paese, ma per ora ci occuperemo di uno solo dei casi possibili.
Proviamo in prima analisi a valutare cosa succederebbe alle esportazioni cinesi a seguito dell’imposizione del dazio. Non è difficile immaginare che i dazi ridurrebbero la quota di esportazioni cinesi verso gli Stati uniti (e probabilmente l’Ue). Se poi si tiene conto del fatto che il Fondo monetario internazionale prevede che le esportazioni di merci e servizi cinesi continueranno a crescere nei prossimi anni (Figura 3), la Cina avrà ben due forti ragioni per trovare nuovi paesi di destinazione delle proprie esportazioni.

Ma il ‘resto del mondo’ escludendo Usa e Ue, sarà disposto a dare accesso alle imprese cinesi? I paesi più vicini agli Stati uniti, vicini nell’accezione che da tempo siamo venuti dando al termine di prossimità che non si limita all’accezione geografica del termine, difficilmente potrebbero assumere politiche radicalmente diverse da quello statunitensi. E tra questi rientrano molti paesi ad alto reddito pro capite. Tuttavia, anche i paesi emergenti e in via di sviluppo, come indicato anche da un recente articolo del Financial Times, non sono necessariamente propensi a ricevere un grande volume di esportazioni cinesi. La motivazione di ciò è facilmente intuibile: le esportazioni cinesi potrebbero sostituire la produzione nazionale e, quindi, rendere più difficile il processo di industrializzazione del paese. La reazione di questi paesi si concretizza nell’adozione di una politica commerciale restrittiva attuata mediante l’imposizione di dazi sulle importazioni dalla Cina. A differenza di quanto avviene nel caso degli Stati uniti, l’obiettivo è indurre la Cina a investire all’interno dei loro confini e, attraverso tali investimenti diretti esteri, contribuire al percorso di industrializzazione del paese, ad esempio con un ruolo all’interno della catena globale di produzione delle auto elettriche.
Quale potrebbe essere la reazione cinese? Si noti che questo tipo di ‘soluzione’ potrebbe essere utile anche per la Cina: la guerra commerciale tra Usa e Cina ha creato un insieme di paesi, definiti ‘connettori’ in un recente paper del Fondo monetario internazionale, che non sono allineati alla politica commerciale Usa o Cina ma stanno rapidamente acquisendo importanza e fungendo da ponte tra le regioni economiche. E riprendendo quanto riportato dal Financial Times (Figura 4): “La motivazione principale dietro lo spostamento degli investimenti [cinesi] verso questi paesi — tra cui Singapore, Vietnam, Irlanda, Ungheria e Messico, tra gli altri — è stata quella di aggirare le misure protezionistiche imposte dalle potenze occidentali contro le aziende con sede in Cina”.

Una ulteriore articolazione di questa strategia consiste nell’effettivo trasferimento della produzione in un paese terzo che sia in buoni rapporti con il mercato di esportazione finale; fa notare Martin Sandbu: “Le fabbriche cinesi di automobili in Messico e le fabbriche di batterie in Ungheria ne sono esempi; poiché la produzione avviene effettivamente nei blocchi nordamericani o europei, rispettivamente (a condizione che una parte sufficiente della produzione sia effettivamente realizzata, e non solo un semplice re-imballaggio), le barriere tariffarie non si applicano più. Ci sono due cose da notare a riguardo: [questa pratica non aggira la frammentazione; costituisce frammentazione.” (enfasi nostra).
Conclusioni?
La reazione a dazi importanti e generalizzati ma differenziati, pensati per colpire gli esportatori cinesi principalmente, potrebbe dunque avere effetti tanto complessi quanto rilevanti nel modificare la direzione degli investimenti diretti esteri, la direzione dei flussi di commercio internazionale e la composizione dei blocchi di regioni che contribuiranno ad una nuova forma di globalizzazione economica attorno a ciascuno ed entrambi i ‘due soli’. Queste prime riflessioni lasciano aperta la porta all’ipotesi di un mondo che, nonostante il riemergere delle pulsioni nazionalistiche e il conseguente ritorno al protezionismo pre-bellico, non sarà costretto ad abbandonare tutti i benefici della globalizzazione.
[1] E, aggiungiamo noi, anche se non ne parleremo in questo articolo: quali possono essere gli effetti dell’imposizione Usa di un dazio del 100% sulle importazioni dai paesi che scelgono il renminbi cinese come valuta di fatturazione anziché il dollaro Usa?
[2] Ovviamente una strada alternativa consiste nell’espansione della domanda interna, una strada che proprio in questi giorni Governo e Banca centrale cinesi sembrano (finalmente) perseguire con decisione dopo anni di annunci mai tradotti in misura rilevante e permanente. Per il momento non trattiamo di questa possibilità.
[3] Rimane ovviamente vero che la grandissima parte dei paesi ‘resto del mondo’ hanno un reddito inferiore, o assai inferiore, a quello statunitense. Discuteremo di questo in un’altra occasione.
[4] In questa sede non possiamo ricostruire la vicenda che in maniera stilizzata. Il lettore interessato ha a disposizione centinaia di studi sistematici e ben fatti.