In che modo la guerra commerciale Usa-Cina ha contribuito a modificare gli scambi Usa-Unione europea e Usa-Italia?

20 05 24

Daniele Langiu, daniele.langiu@gmail.com

Fabio Sdogati, sdogati@mip.polimi.it

Premessa

Da alcuni mesi ed in una serie di articoli, ci stiamo occupando di commercio internazionale e del processo di disaccoppiamento commerciale tra Usa e Cina. È utile ricordare che il disaccoppiamento a cui siamo interessati è quello che passa per la dinamica del saldo commerciale bilaterale tra le esportazioni di due paesi di interesse. Quando le politiche tariffarie Usa sono di vastità e intensità del tipo di quelle che hanno caratterizzato questa ultima ondata 2017-2019, esse hanno un effetto sul saldo commerciale bilaterale con il paese contro cui i dazi sono stati imposti. L’evidenza che abbiamo costruito nei mesi passati mostra, come era prevedibile attendersi, che le politiche commerciali Usa abbiano contribuito a ridurre il deficit bilaterale Usa-Cina. A questo, tuttavia, abbiamo aggiunto che contemporaneamente gli Usa hanno aumentato le importazioni da altri paesi asiatici e dal Messico. Una motivazione che ci è sembrata ragionevole è che le imprese statunitensi stiano scegliendo di ridurre il rischio di centralizzare le proprie catene di approvvigionamento da imprese localizzate principalmente in un unico Paese.

È legittimo dunque chiedersi se dalla guerra commerciale tra Usa e Cina, l’Unione europea abbia tratto vantaggio; più precisamente: è possibile che il commercio bilaterale Usa-Ue sia aumentato nello stesso periodo in cui Usa e Cina hanno adottato politiche vicendevolmente protezionistiche?

Come hanno ben scritto Vanessa Gunnella e Lucia Quaglietti sul bollettino economico della Banca Centrale Europea (Issue 3/2019), tra le altre tesi esposte:

“In una controversia commerciale che coinvolge due paesi, i paesi terzi possono temporaneamente beneficiare del crescente protezionismo. In particolare, i paesi terzi possono guadagnare quote di mercato nei paesi in cui le tariffe sono aumentate. Ad esempio, in una controversia commerciale riguardante esclusivamente gli Stati Uniti e la Cina, i beni nell’area dell’euro guadagnerebbero competitività rispetto ai beni statunitensi in Cina e rispetto ai beni cinesi negli Stati Uniti. Ciò deriva dal fatto che tariffe più elevate rendono le merci statunitensi più costose in Cina e quelle cinesi più costose negli Stati Uniti, con flussi commerciali bilaterali tra i due che alla fine diminuiscono. La misura in cui i paesi terzi beneficiano di questa diversione commerciale dipende dalla facilità con cui un paese può sostituire i prodotti importati da diversi paesi. Una maggiore sostituibilità implica una maggiore diversione commerciale.” [Traduzione ed enfasi di DL e FS]

L’obiettivo di questo articolo è provare a rispondere a questa domanda a partire dai dati di commercio del primo trimestre degli 4 anni più recenti pubblicati da US Census Bureau. Da questi dati preliminari, cercheremo di trarre anche alcune considerazioni sul ruolo dell’Unione europea, perché non siano le scelte di altri paesi a determinare, indirettamente, la strategia dell’Unione.

  1. Il commercio bilaterale Usa, Cina e Resto del Mondo

Partiamo dall’analizzare l’andamento del commercio Usa-Cina nel primo trimestre degli ultimi quattro anni (per semplicità, nei commenti che seguono eviteremo di ribadire che i confronti riguardano i soli flussi del primo trimestre di ciascun anno).

Figura 1 mostra le esportazioni statunitensi totali, verso la Cina e verso il resto del mondo (esclusa la Cina). Le esportazioni totali e verso il resto del mondo sono aumentate anno-su-anno nel 2018 e nel 2019, mentre sono diminuite nel 2020; le esportazioni verso la Cina sono aumentate anno-su-anno nel 2018 e sono diminuite nel 2019 e nel 2020.

Figura 1

Figura 2 mostra le importazioni statunitensi totali, dalla Cina e dal resto del mondo (esclusa la Cina). Le importazioni totali sono aumentate anno-su-anno solo nel 2018, mentre sono diminuite sia nel 2019 sia nel 2020; le importazioni dalla Cina sono aumentate anno-su-anno nel 2018, ma sono diminuite nel 2019 e nel 2020; infine, le importazioni statunitensi dal resto del mondo (esclusa la Cina) sono aumentate anno-su-anno nel 2018, 2019 e anche se di ‘soli’ circa 700 milioni di dollari nel 2020.

Figura 2

Questa evidenza sembra confermare che:

  1. La guerra commerciale Usa-Cina, come era prevedibile, ha ridotto il commercio bilaterale tra i due paesi nel 2018 e nel 2019;
  2. Il primo trimestre 2020 conferma la riduzione del commercio bilaterale Usa-Cina dovuto sia alla guerra commerciale sia agli effetti del Covid-19;
  3. L’aumento delle esportazioni Usa verso il resto del mondo nel 2018 e nel 2019 e, ancor di più, l’aumento delle importazioni dal resto del mondo nel 2018, 2019, 2020 sembrano confermare la diversificazione dei partner commerciali degli Usa;
  4. Il rallentamento delle esportazioni e delle importazioni totali Usa, infine, conferma la previsione dell’Organizzazione mondiale del commercio che stima un rallentamento del commercio internazionale del 13% (scenario ottimistico) e del 32% (scenario pessimistico).

 

2. Il commercio bilaterale Usa, Ue-27, Italia e Resto del Mondo

In questo paragrafo, analizzeremo il commercio Usa-Ue e Usa-Italia per verificare se Ue e Italia abbiano beneficiato dalla guerra commerciale Usa-Cina.

Figura 3 mostra le esportazioni statunitensi totali, verso il resto del mondo (esclusa la Cina), verso l’Unione europea (Ue-27) e verso l’Italia nel primo trimestre del 2017, 2018, 2019 e 2020.  Le esportazioni Usa verso Ue e Italia sono aumentate anno-su-anno nel primo trimestre 2018 e nel primo trimestre 2019, mentre sono diminuite anno-su-anno nel primo trimestre 2020.

Figura 3

Figura 4 mostra le importazioni statunitensi totali, dal resto del mondo (esclusa la Cina), dall’Unione europea (Ue-27) e dall’Italia nel primo trimestre 2017, 2018, 2019 e 2020.  Le importazioni dall’Ue e dall’Italia sono aumentate anno-su-anno nel 2018 e nel 2019; mentre, a differenza delle importazioni dal resto del mondo e così come avvenuto per la Cina, le importazioni dall’Ue e dall’Italia sono diminuite anno-su-anno nel primo trimestre 2020.

Figura 4

Conclusioni

Questa analisi descrittiva mostra che le politiche protezionistiche Usa non hanno indotto una riduzione degli scambi con Unione europea e Italia nel primo trimestre 2018 e nel primo trimestre 2019. Nel primo trimestre 2020, le esportazioni verso Ue e Italia sono diminuite anno-su-anno, così come sono diminuite le esportazioni Usa verso la Cina e verso il resto del mondo (Cina esclusa). Anche le importazioni da Unione europea e dall’Italia sono diminuite anno-su-anno nel primo trimestre 2020, come avvenuto per la Cina e contrariamente alle importazioni dal resto del mondo (Cina esclusa).

L’evidenza raccolta, seppur preliminare, sembra suggerire che Ue e Italia abbiano continuato a rappresentare un partner commerciale rilevante degli Usa sia nel primo trimestre 2018 sia nel primo trimestre 2019 e che, quindi, potrebbero aver beneficiato in parte dalla guerra commerciale Usa-Cina. I dati del primo trimestre 2020, invece, mostrano una riduzione degli scambi Usa-Ue e Usa-Italia a fronte di un aumento delle importazioni Usa-Resto del mondo (Cina esclusa). Purtroppo, non siamo in grado di determinare quanto del rallentamento del commercio Usa e del cambio della direzione dei flussi commerciali sia dovuto alla guerra commerciale Usa-Cina o effetto del rallentamento della domanda e delle misure di chiusura dovute alla crisi Covid-19. Tuttavia, concentrandosi sulle importazioni Usa, cioè la domanda di prodotti esteri, sembra che se un beneficio della guerra commerciale Usa-Cina per Ue e Italia vi è stato, esso sia stato temporaneo.

La tesi di Gunnella e Quaglietti presentata nella premessa sembra essere in linea con quanto abbiamo sostenuto in articoli precedenti che la politica commerciale restrittiva adottata dall’amministrazione Trump abbia innescato un meccanismo di deviazione di flussi commerciali. I paesi che maggiormente stanno traendo beneficio da questo meccanismo sono quelli che possono essere considerati “simili” alla Cina dal punto di vista della specializzazione produttiva e/o che fanno parte di accordi di scambio bilaterali o multilaterali come Vietnam e Messico. Ci sono voluti decenni per costruire le catene globali di produzione che oggi conosciamo. Riconoscere che le catene globali del valore possano diventare meno ‘Cina-centriche’, non significa sostenere che la Cina non rimanga strategica nel processo di produzione globale: questo perché un cambiamento della specializzazione produttiva dei paesi coinvolti nelle catene globali richiede tempo e perché spesso le imprese producono in Cina per, poi vendere agli acquirenti cinesi.

A queste riflessioni, vorremo aggiungere che la specializzazione dell’Unione europea farà la differenza sul se e come trarrà vantaggio dalla guerra commerciale Usa-Cina: si tratta di scelte sulle aree in cui fare ricerca, sugli investimenti pubblici e privati che verranno eseguiti e, in definitiva, sulla specializzazione produttiva delle imprese dell’Unione europea e sul ruolo che queste avranno nelle catene globali di produzione.

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