Il 17 aprile scorso scrivevo per portare l’attenzione su un fatto mai visto prima: tassi di interesse negativi sui titoli del debito di diversi governi, quello tedesco in testa. Perchè tassi negativi? Perché banche e intermediari finanziari sono disposti a dare a credito sapendo di rimetterci? Si possono avanzare mille ipotesi. Eccone alcune: Continue reading “È cominciata la grande correzione?”
Author: Fabio Sdogati
Prospettive di stagnazione globale?
Quantitative easing, cambio euro/dollaro, esportazioni: che succede?
Premessa
A costo di annoiare chi deve già trovare la pazienza di leggere queste righe, prima di entrare nel merito del quesito posto dal titolo occorre ricordare che la BCE funziona sulla base di uno Statuto. Essa può fare ‘tutto ciò che vuole’ in materia monetaria, ma entro i limiti fissati dallo statuto e, in particolare, in funzione dell’obiettivo unico che le è stato assegnato: un tasso di crescita dei prezzi prossimo a, ma inferiore al, 2% annuo. Che piaccia o meno (a me non piace affatto), questo è. Che le azioni della BCE, che si configurino come misure di politica monetaria tradizionale o come ‘politiche non convenzionali’, abbiano poi effetti importanti sull’andamento di variabili diverse dai prezzi è possibile, ma questo è un fatto ‘secondario’.
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Tassi bassi come mai, per troppa liquidità e troppa austerità
Chi segue lo sviluppo dei miei pensierini sa che sto ben attento a tenere separate fede e ragione, e che in apertura di ogni riflessione cerco di fornire il quadro concettuale entro cui pensiamo –un quadro che, ovviamente, sostengo essere diverso da quello entro cui dovremmo pensare.
Dunque, tassi di interesse negativi. Oggi, 17 aprile, tutte le obbligazioni del governo tedesco con scadenza inferiore a dieci anni pagano rendimenti negativi, e il decennale paga un rendimento di poco superiore allo 0% ed è sulla strada del negativo anch’esso. Pochi giorni fa la Banca Nazionale Svizzera ha emesso debito nuovo a rendimento negativo. Perfino nei paesi ad altissimo indebitamento, assoluto e relativo al pil, come l’Italia, i rendimenti sono bassissimi e discendenti. Come pensiamo a questo fenomeno, mai visto prima su questa scala?
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Sindacato, distribuzione del reddito, uscita dalla crisi
Nel mio articolo sul libro di Mariana Mazzucato, pubblicato su www.scenarieconomici.com il 29 marzo scorso, sostenevo che nella versione estrema della teoria economica neoclassica Stato e Sindacato sono i due nemici principali del benessere dei cittadini. In quella sede passavo poi ad occuparmi, ovviamente, del ruolo dello Stato nell’economia, visto il ruolo che lo Stato ha nel modello, e nei fatti, esposti da Mazzucato, omettendo volutamente di parlare di Sindacato. Del quale voglio cominciare a parlare oggi.
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Lo Stato innovatore !?? Note (di apprezzamento) sul libro di Mariana Mazzucato
E’ MOLTO DIFFICILE far accettare ad un non-economista l’idea che esista più di una teoria economica. Ed è sempre più irritante (per me) leggere frasi del tipo ‘Gli economisti sostengono…’. Non è vero. Alcuni economisti sostengono una qualche tesi; altri criticano, discutono, irridono, denigrano quella tesi, non la sostengono affatto. Come non bastasse, è faticoso poi far prendere coscienza del fatto che esistono ‘le idee del tempo’, idee che (ovviamente) nulla hanno a che vedere con la verità, ma che purtroppo hanno poco a che vedere anche con la buona economia e con il buon senso (che, mi piace dire, vanno di pari passo). Eppure sono ‘idee del tempo’, idee che vengono spinte all’esasperazione dai mass media, idee che pian piano diventano ‘cultura’ di quel tempo.
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Politiche per l’imprenditorialità
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia 2001, ha definito gli anni novanta ‘ruggenti’, termine con il quale indicava un periodo in cui la liberalizzazione dei mercati procedeva a ritmo forsennato e di pari passo, ovviamente, procedeva il ritirarsi dello Sato in quanto supremo ente regolatore delle attività produttive e degli scambi. Mentre l’enfasi del libro è sul settore finanziario, le ‘liberalizzazioni’ investirono, come si ricorderà, tutti i settori produttivi (I ruggenti anni novanta, Einaudi 2004). Il risultato, per chi abbia occhi per vedere, è visibile a tutti: la crisi prodotta da quelle deregolamentazioni e svelatasi nel 2007 ha prodotto nel nostro paese circa 3 milioni e mezzo di disoccupati, la perdita del 25% della capacità produttiva industriale, una caduta del reddito reale pro capite di poco meno del 10%, un aumento enorme del numero di concittadini che vivono sotto il livello di povertà, emigrazione giovanile che non conoscevamo da decenni.
FED più cauta, tassi in crescita ma più moderata del previsto
Fact # 9: Austerity had a recessionary impact and damaged the potential GDP growth
[If you have read ANY of the Facts #1 through # 8 of the current series, you have already read the premise. Thus, you should skip it and proceed to read Fact # 9 below]
Premise
On October 5, 2014 I decided I should embark on writing a series of short newspaper-like articles with the goal of attracting attention to explanations of the current situation of the Italian economy alternative to the ones offered by the (overwhelmingly neoclassical) austerity lovers. While I had not planned to publish both in Italian and in English, the ‘likes’ I got on the first three pieces in Italian convinced me that I should go the extra mile and publish them in English as well.
Of course, ‘likes’ on socials are not the only reason to publish in English. My preoccupation is that even many foreign colleagues of valor tend to adhere, along with the foreign general public, to judgments about the Italian economy that are not facts at all but, rather, judgments presented as facts. I thought it would be worthwhile to alert colleagues and public alike: when reading austerians, please take what you read cum grano salis, my friends!
And here is Fact # 9:
Ma che crisi è questa qua?
(In #America fa capolino la piena occupazione)
Il titolo di oggi è esattamente il testo che il direttore di Economyup Giovanni Iozzia ha twittato sabato mattina. Vale a dire, poche ore dopo che il Governo degli Stati uniti ha rilasciato l’informazione secondo cui nel mese di febbraio l’economia Usa ha creato 295 mila posti di lavoro, con conseguente caduta del tasso di disoccupazione al 5,5%. Cinque-virgola-cinque-per-cento, meno della metà di quella che abbiamo in Unione Economica e Monetaria e in UE. Giustificatissimo quindi il quesito, perché non si può non rimanere sbalorditi da queste differenze: ma che crisi è questa qua? Abbozzerò una risposta, la stessa che da otto (8) anni offro a coloro che abbiano occhi per vedere (il riferimento al poeta è: Bruce Springsteen. We Take Care of Our Own 2013).