La Fed esce di scena: il pacchetto fiscale del nuovo governo americano

di Fabio Sdogati e Andrej Sokol

L’otto gennaio scorso, a meno di due settimane dal suo insediamento, il Presidente Eletto degli Stati Uniti Barack Obama ha delineato le principali caratteristiche del American Recovery and Reinvestment Plan, il pacchetto di stimolo fiscale con cui la nuova amministrazione intende contrastare la recessione dell’economia americana, creando o salvando almeno tre milioni di posti di lavoro entro la fine del 2010. Appena due giorni dopo, Christina Romer, la futura direttrice del Council of Economic Advisers, e Jared Bernstein, membro dell’ufficio del Vice-Presidente Eletto, hanno pubblicato un’analisi preliminare degli effetti stimati di un tale piano di politica fiscale sull’occupazione.


Pur con tutte le riserve del caso, dovute sia all’inevitabile componente aleatoria delle stime, sia alle modifiche che il Congresso americano quasi certamente imporrà al piano originale, Romer e Bernstein stimano che un pacchetto dell’ordine di grandezza discusso dal Presidente Eletto sarà in grado di creare tra i tre e i quattro milioni di posti di lavoro entro la fine del 2010. Tuttavia, ben più inquietante è la stima del tasso di disoccupazione alla fine del 2010, che anche in seguito allo stimolo fiscale dovrebbe ancora aggirarsi intorno al 7.0%, a causa dei quasi 2.6 milioni di posti di lavoro già distrutti nel 2008.
Oltre alla spesa per progetti di investimento in infrastrutture, istruzione, sanità ed energia, il pacchetto include anche trasferimenti alle categorie sociali più esposte alla crisi, incentivi all’investimento per le imprese e tagli all’imposizione fiscale per la classe media. La composizione del pacchetto è oggetto di aspre diatribe, quanto, se non più, della sua entità, che attualmente è dell’ordine dei 775 miliardi di dollari. Ciò non stupisce, poiché anche astraendo dagli inevitabili interessi di parte, il mix di politiche adottate riveste un’importanza cruciale per l’efficacia del piano e per la distribuzione dei suoi effetti fra le diverse categorie sociali. Dal punto di vista dell’efficacia, il mix deve bilanciare fra:

  • Il numero limitato di progetti di investimento (finanziati direttamente dal governo) immediatamente disponibili e il rischio che i tagli all’imposizione fiscale non si trasformino in domanda aggregata da parte delle famiglie, ma vengano risparmiati o impiegati per ripagare i propri debiti.
  • La diversa efficacia della spesa, dei trasferimenti, e dei tagli alle tasse nello stimolare la produzione, e quindi l’occupazione (per la spesa pubblica, Romer e Bernstein impiegano un moltiplicatore iniziale pari a 1.05, che entro un anno sale e si mantiene intorno a 1.5 – quindi un aumento permanente della spesa pubblica di 1% del PIL si tradurrebbe inizialmente in un aumento del PIL pari a 1.05 punti percentuali, mentre nel secondo anno l’efficacia dell’aumento della spesa pubblica accrescerebbe il PIL di circa 1.5 punti percentuali; per i tagli alle tasse, il moltiplicatore è pari a circa un quarto di quello per la spesa pubblica).
  • Il ritardo con cui le diverse componenti del pacchetto hanno effetti
    apprezzabili sulla produzione e quindi sull’occupazione: i progetti di
    investimento richiedono mesi, se non anni, per tradursi in un aumento significativo dell’occupazione, mentre la massima efficacia dei trasferimenti e degli incentivi alle imprese nel creare (o salvare) posti di lavoro è proprio nei momenti iniziali della ripresa.

D’altra parte, non bisogna dimenticare che se da un lato la recessione e la
disoccupazione colpiscono in maniera disuguale le diverse categorie sociali negli Stati Uniti, particolarmente fragili in questo senso sono ad esempio gli Afro-Americani, gli Ispanici, i giovani, le persone meno scolarizzate e gli uomini dall’altro il pacchetto fiscale non creerà necessariamente posti di lavoro adatti ad assorbire i lavoratori più colpiti dalla recessione.

Nella sua versione attuale, il mix proposto dalla futura amministrazione sembra tenere conto di tutte queste dimensioni, anche se evidentemente è ancora troppo presto per esprimere un giudizio definitivo sul American Recovery and Reinvestment Plan, il quale sicuramente subirà importanti modifiche una volta passato al vaglio del Congresso, e la cui successiva implementazione non sarà sicuramente priva di sorprese. tuttavia ci sembra opportuno concludere con alcune riflessioni e note critiche ispirate dal discorso del Presidente Eletto e dall’analisi di Romer e Bernstein.

Innanzitutto, sul versante delle critiche, condividiamo il timore, espresso fra gli altri da David Backus1, che l’attuale entità del piano sia insufficiente: le stime dei moltiplicatori della spesa pubblica impiegate da Romer e Bernstein ci sembrano per lo meno ottimistiche, e, preoccupantemente, derivate dagli stessi modelli econometrici che non hanno saputo anticipare adeguatamente l’attuale crisi; inoltre, l’efficacia dei tagli all’imposizione fiscale è stata messa in dubbio da più parti.

Più in generale, ci domandiamo come il mondo, e in particolare l’Europa, reagirà al piano del nuovo Presidente Eletto degli Stati Uniti. Su questo versante, vediamo segnali discordanti. Da un lato, è difficile non collegare l’annuncio, da parte del governo tedesco, di un piano di stimolo fiscale negli stessi giorni in cui veniva annunciato il piano americano; dall’altro, è scoraggiante la carenza di coordinamento delle politiche fiscali dei diversi paesi dell’Europa, per non parlare dei preoccupanti segnali lanciati negli ultimi giorni dai mercati finanziari riguardo alla prospettiva di un aumento del debito pubblico di molti governi dell’Europa. Il silenzio di molti governi, di quello francese e di quello italiano in particolare, sono a dir poco preoccupanti, paradossalmente proprio quando la BCE sta giocando le sue ultime carte abbassando – probabilmente con scarso effetto – nuovamente i tassi, e lanciando al contempo chiari segnali sulla necessità di considerare molto seriamente l’opzione di una politica fiscale più aggressiva.

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