Più spesa pubblica, non meno. E più Europa, non meno

Da quasi otto mesi ormai gli effetti della cosiddetta “crisi dei mutui sub prime” appaiono ogni giorno più gravi di quanto non fossero apparsi il giorno precedente. Che la situazione sia enormemente più grave di quanto non si sia stati in grado di prevedere è ormai evidente: basti pensare che il presidente della banca centrale statunitense arriva al punto di annunciare pubblicamente che alcune banche importanti sono sull’orlo del fallimento; che il rallentamento dell’economia mondiale si sta facendo sentire anche su paesi, quali India e Cina, che si pensava sarebbero stati immuni dal ‘contagio’; che, infine, il tasso di crescita previsto per l’Italia nel 2008 è ormai assai prossimo allo zero.

In un quadro di questo genere il governo degli Stati Uniti ha proposto, e il Congresso promulgato, un certo numero di misure di politica fiscale atte ad aumentare la capacità di spesa delle famiglie e delle imprese statunitensi. Misure ragionevoli, della cui efficacia relativa si può discutere e rispetto alle quali si possono avanzare sottili distinguo, ma misure importanti, che danno fiato ad un tempo alla spesa, facendola aumentare, e alle aspettative, facendole migliorare; misure talmente condivisibili da essere suggerite, in forme simili, anche da Lawrence Summers, economista, democratico e già ministro nel governo Clinton.

E in Europa? In Europa i vertici della Commissione hanno annunciato che non occorrerà adottare misure di politica fiscale espansiva, poiché il rallentamento non sarà così pesante come negli Stati Uniti. Una posizione, quella della Commissione, del tutto corretta dal punto di vista del ruolo istituzionale della Commissione stessa, ma che non può essere difesa sulla base di un’analisi economica del tutto inadeguata.

In breve: la Commissione non è l’autorità di politica fiscale, e non ha né mandato istituzionale né mezzi per adottare politiche fiscali di qualsivoglia segno. Questa autorità risiede nei governi degli stati membri, e il compito della Commissione è di controllare, spingere, stimolarli a spendere entro i limiti degli accordi cui essi si sono impegnati da 16 anni a questa parte, precisamente dal Trattato di Maastricht del febbraio 1992.

Ma le caratteristiche della stagnazione in cui stiamo entrando impongono che la spesa pubblica deve tornare ad esercitare quel ruolo di stimolo dell’economia che gli economisti le riconoscono da almeno settant’anni, e che ha prodotto decenni di benessere quale mai si era visto. Certo, in gran parte d’Europa questa capacità è limitata dall’obiettivo dei bilanci in pareggio, vincolo autoimposto e che nessun governo ha il diritto di eludere. Ma: per quale ragione non possiamo oggi, di fronte ad una prospettiva di stagnazione dell’economia mondiale non sappiamo quanto grave e prolungata, adottare un politica fiscale espansiva congiunta e coordinata in tutti i paesi membri? Perché non coordinare a livello del Consiglio dei capi di stato e di governo una politica di stimolo congiunta, che utilizzi almeno in parte il margine esistente tra il rapporto deficit/Pil corrente e quello massimo teorico del 3%?

Questa proposta presenta alcuni vantaggi di non poco conto:

1. genererebbe una quantità di spesa in disavanzo indispensabile perché l’Europa non cada in una stagnazione lunga e costosa;

2. riavvierebbe un processo di integrazione tra le politiche degli stati membri, il cui ruolo effettivo nello scenario della globalizzazione si va riducendo al lumicino ma al cui controllo i politici nazionali non intendono rinunciare;

3. per la prima volta da anni presenterebbe al mondo l’immagine di un’Europa che non ha paura di assumere un ruolo di stimolo e di confronto propositivo sui temi della crescita, dello sviluppo e della distribuzione della ricchezza a livello mondiale. Il che, mutatis mutandis, è esattamente ciò che la banca centrale europea ha fatto ieri.

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