Il 22 febbraio 2013 sarà ricordato dagli storici e dagli esperti di comunicazione come un’altra gemma nella gestione dell’informazione sulla recessione attuale. Per gli economisti, invece, o quanto meno per quelli che hanno studiato e capito la buona teoria economica, sarà l’ennesima conferma del fatto che questa recessione, pur nata apparentemente non per loro volontà, è attivamente stimolata e aggravata dai governi europei e dai loro consulenti ‘liberisti’.
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La crisi dei debiti pubblici non è crisi economica, bensì crisi della politica
da un’intervista sul Piccolo di Cremona del 1 Settembre 2012
Agosto è appena finito, ma, nonostante le molte tensioni politiche ed economiche che lo hanno attraversato, non si è verificata la temutissima crisi devastante sui mercati e sul rendimento dei nostri titoli di Stato. Certo, lo spread con i titoli tedeschi ha un andamento altalenante. Certo, diversi soggetti, in Germania, stanno dirigendo una selva di duri colpi nei confronti di Mario Draghi, il governatore della Banca Centrale Europea, reo di aver dichiarato, a inizio agosto, che la Bce era disposta ad agire, se necessario, con misure eccezionali contro la crisi, anche mediante l’acquisto sul mercato del debito pubblico dei Paesi in difficoltà. Uno per tutti, il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha criticato questa idea, definendola, in un’intervista al settimanale Der Spiegel, come «un finanziamento degli Stati con una stampatrice di banconote». Di più: il finanziamento della Bce potrebbe indurre alcuni Paesi «all’assuefazione, come se fosse una droga». Una critica assai pesante, quindi. Sullo sfondo, la imminente campagna elettorale tedesca, l’incertezza politica in Italia, le prossime elezioni negli USA, il cambio di guardia politico in Francia, la situazione drammatica della Grecia, la recessione europea e il rallentamento dell’economia globale eccetera. Una situazione di grande complessità, in cui il nostro Paese cerca di procedere faticosamente, sperando di intravedere una luce in fondo al tunnel: luce che, peraltro, è stata annunciata dal governo, in testa il premier Monti. Parliamo di questi temi con il professor Fabio Sdogati, docente di Economia Internazionale presso il Politecnico di Milano, autore di molte pubblicazioni sul tema e del sitowww.scenarieconomici.com.
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Cinque anni di errori
Sono passati esattamente cinque anni (era il 9 agosto 2007) da quando BNP Paribas annunciò in una conferenza stampa appositamente convocata che tre dei suoi fondi non erano in grado di restituire le quote ai sottoscrittori: erano finiti i soldi. E dove erano andati, i soldi? Erano veramente andati a finanziare i mutui subprime, come si credeva allora?
Perché questa alluvione di liquidità?
Perché questa alluvione di liquidità?
Soltanto chi sa nuotare si salverà da questa crisi?
Perché i governi europei ci stanno imponendo questa recessione?
Abbiamo peccato ed ora dobbiamo espiare?
O ci sono altre ragioni?
Una storia di distribuzione del reddito, globalizzazione, rendite finanziarie
La crisi corrente fu rivelata per la prima volta al grande pubblico europeo il 9 agosto 2007, quando una grande banca convocò una conferenza stampa per comunicare che tre dei suoi fondi comuni di investimento non erano solventi. Il 2009 è l’anno in cui è stata registrata la peggior crisi degli ultimi 80 anni, quanto meno se misurata dal tasso di contrazione del prodotto interno lordo. La peggiore fino ad ora, perché sappiamo che il 2012 sarà pesante, ma non sappiamo ancora quanto.
Crisi, ultima fermata
Siamo a un momento cruciale nello sviluppo di questa Grande Recessione. Non perchè vi sian segnali che se ne possa uscire presto, tutt’altro. La novità consiste nel sapere che il 23 ottobre, come ha detto il Presidente del Consiglio europeo, Herman van Rumpoy – i capi di Stato e di governo si riuniranno per adottare una strategia di attacco alla crisi.
Atene non è un’azienda
Riflessioni sulla crisi 2007-20??
Appare a chi scrive che la crisi emersa nel 2007 abbia generato il problema dei debiti pubblici in un modo e in una dimensione tali da richiedere un ripensamento del ruolo degli stessi nella gestione anticiclica delle economie nazionali e dell’economia mondiale.
G20, Fondo Monetario Internazionale, Europa
Si ricorderà che la prima riunione del gruppo dei venti (G20) si tenne a novembre 2008 a Washington DC. Effetti clamorosi non se ne videro, ma ciò era comprensibile: nel periodo di transizione tra una presidenza e l’altra il Presidente in carica non poteva più esercitare il proprio potere a livello internazionale (né, ovviamente, all’interno), mentre il Presidente eletto non poteva esercitarlo ancora. Ma un principio fu affermato in modo inequivocabile: il G20 era qui per restare, come dimostrava il fatto che se ne annunciò subito un altro da tenersi da lì a pochi mesi.
L’incontro di Londra è avvenuto in condizioni di maggiore stabilità politica: il Presidente degli Stati uniti è nel pieno dei suoi poteri; lo shock del fallimento di Lehman Brothers, ancora vivo a novembre, è in via di graduale riassorbimento; la recessione è evidente e pessime sono le previsioni, ma quantomeno i pacchetti di stimolo fiscale sono stati approvati e sembra diffusa la convinzione che nel giro di pochi mesi potremo vedere almeno qualche segno dei loro effetti.
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