Brexit: e adesso?

Commentiamo insieme la scelta della Gran Bretagna di uscire dall’Unione Europea. Discuteremo della Brexit sia dal lato delle cause che da quello degli effetti, con una sessione di domande, risposte e interventi sui seguenti temi:

  • Breve e lungo periodo
  • Crescita economica e distribuzione del reddito
  • Cultura e multiculturalità
  • Leadership britannica
  • Leadership europea
  • Mercati finanziari

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Vogliamo parlare di banche? Volentieri.

Come siamo arrivati a questo punto?

C’era una volta il 2007, anno in cui venimmo a conoscenza del fatto che la famosa ‘banca universale’ e la celebrata ‘ingegneria finanziaria’ degli anni novanta avevano prodotto profitti enormi per i propri azionisti e remunerazioni scandalose per i propri dirigenti (ovviamente tutto il personale bancario godeva, come si sa, di condizioni di lavoro privilegiate assai, tanto è vero che ogni mamma che si rispetti sognava per il figlio ‘il posto in banca’). Ma venimmo anche a sapere che i loro bilanci erano in condizioni talmente disastrate che esse smisero addirittura di far credito l’una all’altra, sorella che affama (di credito) la sorella perché sorella sa bene che il bilancio della sorella è disastrato, e quindi non le estende credito. Lo chiamarono, e noi copiammo l’espressione, credit crunch, congelamento del credito.

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We take care of our own (B. Springsteen)

Scrivevo in un pezzo del 28 aprile scorso che il risultato del referendum era ovvio, e lasciavo anche intendere tra le righe che la vittoria sarebbe stata di dimensioni comparabili a quella ottenuto dal remain nel referendum del 1973, quando due terzi degli aventi diritto al voto si espressero a favore della permanenza. Di più: ieri, giovedi 23, ho scritto il pezzo che avrei pubblicato oggi, debitamente ‘ripulito’, a vittoria confermata. E adesso debbo scriverne un altro. Ben mi sta. Perché?

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Di cosa parliamo quando parliamo di sharing economy: una prima sintesi.

 “Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole.

Josè Saramago, Di questo e di altri mondi

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La sharing economy è condivisione? No, affitto. Era così anche per le trebbiatrici…

“I’ll hammer the nails, I’ll set the stone

I’ll harvest your crops, when they’re ripe and grown

I’ll pull that engine apart, and patch’er up ’til she’s running right

I’m a jack of all trades, we’ll be all right”

Bruce Springsteen –  Jack of All Trades, Wrecking Ball, 2012

 

A cena con quattro conoscenti. Ad un certo punto la discussione va sul tema di quanto stessero bene i mezzadri del centro-nord. Poi la persona, avendo capito che cosa stava dicendo, si corregge e passa a parlare di  quanto stessero bene rispetto ai contadini dei feudi del sud. Aggiunge uno dei presenti che “si, poi i mezzadri stavano veramente bene perché rubavano al proprietario della terra”. Ovviamente non ci ho visto più. Ma mia moglie mi ha guardato con intenzione, e allora non me ne sono andato. Però questo pezzo lo scrivo lo stesso. Il quesito continua ad essere lo stesso che già posi nel mio primo pezzo sulla sharing economy: “E’ davvero (…) un paradigma nuovo di potenza e di importanza comparabile al capitalismo (e al feudalesimo, aggiungo io)? In che cosa è diversa dal socialismo? Quali ne sono le implicazioni sociali di lungo periodo?” Oggi, a differenza di quanto ho fatto settimana scorsa, parto dallo specifico, la mezzadria. Ragion per cui prendo le mosse dal dizionario:

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The Global Macroeconomic Scenario

di Daniele Langiu, Francesco Morello e Fabio Sdogati[1]

A clear understanding of the global macroeconomic scenario that is unfolding in this early part of 2016 requires a clear understanding of the main drivers of economic growth over the last quarter of a century. During these last 25 years, globalization led to growing GDP in both high per capita income countries and a subset of developing economies thanks to increased economic integration, increased international flows of people, products and capital. The pattern of the wave of globalization that drove economic growth can be summarized in three points:

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Sharing economy: un modo di produzione?

“I’ll hammer the nails, I’ll set the stone
I’ll harvest your crops, when they’re ripe and grown
I’ll pull that engine apart, and patch’er up ’til she’s running right
I’m a jack of all trades, we’ll be all right”

Bruce Springsteen, Jack of All Trades (2012)

Uno dei pezzi di saggezza che Mao Tze Dong amava condividere con il suo popolo recitava grosso modo così: “Grande è il disordine sotto il cielo. La  situazione è dunque eccellente”. [Tradotto in businessese: ci sono tante sfide, ma anche tante  opportunità]  La situazione è eccellente perché consente, a chi ne è capace, di mettere ordine. Luciana Maci ha documentato che il disordine in materia di definizione di cosa sia sharing economy è davvero notevole, e dunque me ne guardo bene dall’affrontare il problema. Preferisco fare la figura del cialtrone che scrive a proposito di qualcosa che non sa cosa sia o, quantomeno, che non ha definito ancora con sufficiente accuratezza.
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Greek bailout

International institutions reached a positive agreement over Greek debt this week. However, a financial agreement is not relevant for the country to exit from the recession. Only investments in infrastructure, firms,  human and physical capital will drive the country out of it.

C’erano una volta i comunisti

Non scherzo, c’erano davvero, qualcuno me ne sarà testimone. E tra le tante proposte assurde e idee balzane, ad un certo punto alcuni di questi proposero una pensata che sintetizzarono così: lavorare meno, lavorare tutti. L’assurdità della proposta fu ovvia a tutte le persone di buon senso, e certo lo è ancora. Lavorare tutti? Furono  milioni a pensare: anche io che non mai lavorato un giorno in vita mia? E perché dovrei se ho vissuto tanto bene finora senza farlo? Comunisti, che vogliono impormi di lavorare quando il libero mercato mi consente di non farlo! Altri, preoccupati dei destini della produttività aziendale, replicarono invece che i costi necessari a realizzare il cambiamento sarebbero stati insopportabili per l’impresa, che così avrebbe perso di competitività (ovviamente senza sapere cosa sia) e sarebbe andata in malora.

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