Author: Fabio Sdogati
La Germania keynesiana della Cancelliere Merkel
La Germania è terra di cambiamento (di ‘innovazione’, direbbero alcuni). Tutti ricordano, o dovrebbero ricordare, che mai una volta nella vita del marco tedesco, dal 1948 al 1998, le autorità di politica economica di quel paese fecero ricorso alla svalutazione come strumento per la competitività, la quale fu sempre spinta dall’innovazione, cioè dalla volontà e dalla capacità di tradurre i risultati della ricerca in procedure, strutture organizzative, prodotti, produttività.
Oggi la Germania si riconferma terra aperta al cambiamento. Vinte le elezioni e formata una coalizione di governo che, nella visione di alcuni, avrebbe ‘liberato’ la Cancelliere Merkel dagli influssi malefici dei socialdemocratici e le avrebbe consentito di adottare politiche ‘liberiste’ (leggi: bilancio in pareggio), la Merkel stessa sceglie come Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, già Ministro degli Interni nella precedente coalizione da lei stessa diretta. E in una delle sue prime dichiarazioni alla stampa tedesca il Ministro delle Finanze sorprende molti (non noi) dichiarando che: 1 è sua intenzione aiutare la Germania ad uscire in tempi ragionevoli dalla crisi presente, e 2. L’idea di un bilancio in pareggio alla fine dei quattro anni di mandato è del tutto utopica.
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Globalizzazione, crisi del credito, valuta di riserva. Verso il dollaro/renminbi?
“The outbreak of the current crisis and its spillover in the world have confronted us with a long-existing but still unanswered question, i. e., what kind of international reserve currency do we need to secure global financial stability and facilitate world economic growth [….]?” (Zhou 2009).
The statement hidden in question appears to make instantly obsolete any existing debate about the role of national currencies as international reserve currencies, and opens the door to a question not really discussed after Bretton Woods and the theses Keynes expounded in that occasion on the subject, that is, the need for an international reserve instrument other than a national currency.
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G20, Fondo Monetario Internazionale, Europa
Si ricorderà che la prima riunione del gruppo dei venti (G20) si tenne a novembre 2008 a Washington DC. Effetti clamorosi non se ne videro, ma ciò era comprensibile: nel periodo di transizione tra una presidenza e l’altra il Presidente in carica non poteva più esercitare il proprio potere a livello internazionale (né, ovviamente, all’interno), mentre il Presidente eletto non poteva esercitarlo ancora. Ma un principio fu affermato in modo inequivocabile: il G20 era qui per restare, come dimostrava il fatto che se ne annunciò subito un altro da tenersi da lì a pochi mesi.
L’incontro di Londra è avvenuto in condizioni di maggiore stabilità politica: il Presidente degli Stati uniti è nel pieno dei suoi poteri; lo shock del fallimento di Lehman Brothers, ancora vivo a novembre, è in via di graduale riassorbimento; la recessione è evidente e pessime sono le previsioni, ma quantomeno i pacchetti di stimolo fiscale sono stati approvati e sembra diffusa la convinzione che nel giro di pochi mesi potremo vedere almeno qualche segno dei loro effetti.
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La risposta fiscale alla crisi e il nuovo ordine mondiale
Sono disponibili i lucidi della presentazione tenuta il 16 marzo al Politecnico di Milano nell’ambito del convegno ECONOMIA E FINANZA MONDIALE: QUALE FUTURO DOPO I SEI MESI “TERRIBILI?”
Crisi dell’export italiano: effetto della crisi o perdita di competitività?
di Gianluca Orefice
Ciò che in molti si aspettavano è accaduto: il crollo delle esportazioni italiane dovuto (interamente?) agli effetti reali della crisi finanziaria si è realizzato. I dati diffusi dall’ISTAT nel comunicato del 19 febbraio 2009 sullo scambio commerciale internazionale dell’Italia verso l’Unione Europea dicono che tra dicembre 2007 e dicembre 2008 il valore delle esportazioni è diminuito del 13.8%, mentre per l’intero 2008 la caduta rispetto all’anno precedente è stata dello 0,7%; sebbene nel periodo gennaio-dicembre 2008 la variazione negli scambi commerciali complessivi sia rimasta positiva, tale crescita appare assai modesta, pari al 2%.
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Il grande freddo
di Andrej Sokol
Chi ancora nutrisse dei dubbi sulla portata dei danni che la crisi finanziaria avrebbe eventualmente arrecato all’economia reale può confrontarsi oggi con cifre concrete sulla produzione, l’occupazione e il commercio internazionale.
La Fed esce di scena: il pacchetto fiscale del nuovo governo americano
di Fabio Sdogati e Andrej Sokol
L’otto gennaio scorso, a meno di due settimane dal suo insediamento, il Presidente Eletto degli Stati Uniti Barack Obama ha delineato le principali caratteristiche del American Recovery and Reinvestment Plan, il pacchetto di stimolo fiscale con cui la nuova amministrazione intende contrastare la recessione dell’economia americana, creando o salvando almeno tre milioni di posti di lavoro entro la fine del 2010. Appena due giorni dopo, Christina Romer, la futura direttrice del Council of Economic Advisers, e Jared Bernstein, membro dell’ufficio del Vice-Presidente Eletto, hanno pubblicato un’analisi preliminare degli effetti stimati di un tale piano di politica fiscale sull’occupazione.
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Perché questo diluvio di liquidità?
Scrivo questo pezzo esattamente durante le ore della ‘grande espansione’: la Banca d’Inghilterra ha appena tagliato il proprio tasso di riferimento di 150 (centocinquanta!) pb, la Banca centrale Svizzera ha seguito subito dopo con un ‘modesto’ taglio di 50 pb, infine pochi minuti fa la Banca centrale europea ha tagliato anch’essa di 50 pb. Perché?
La risposta a questa domanda non è ovvia, e certamente non sembra univoca. Ad esempio, gli amanti delle simmetrie diranno che siccome la banca centrale statunitense ha tagliato pochi giorni fa, così occorreva facessero anche altre Banche centrali importanti; gli amanti della vaghezza diranno che la crisi è globale e che la risposta deve, conseguentemente, essere globale; gli amanti della teoria secondo cui basta tenere i tassi di interesse bassi abbastanza perché l’economia ‘riparta’ diranno che il tasso di interesse reale è ancora troppo alto. E così via giustificando.
Banche centrali virtuose, banche centrali testarde
Ci si attende dunque per domani, 30 gennaio, una ulteriore riduzione del tasso di sconto da parte della banca centrale statunitense. Per contro, ci si attende che la banca centrale europea manterrà inalterato il tasso di rifinanziamento.
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