Ben Bernanke, Jackson Hole e la crescente irrilevanza delle espansioni monetarie

Già quasi due mesi fa, il 10 luglio, il Wall Street Journal (www.wsj.com) ci informava che dall’inizio di quel mese “Central Banks of China, the eurozone, the UK and other countries took new steps to bolster growth amid mounting worries the global economic slowdown is worsening”. Tralasciamo di ricordare che ormai da anni, da questo sito, lanciamo segnali di allarme sulla direzione assunta dalle economie ad alto reddito pro capite – in chiaro: questa recessione era stata prevista da lungo tempo. Concentriamoci invece su una proposizione rispetto alla quale il WSJ non lascia adito a dubbi: le “iniziative assunte”, cioè le espansioni monetarie, hanno lo scopo di stimolare la crescita. Bene. Proviamo a vedere in che senso questa proposizione sia vera o meno.

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La crisi dei debiti pubblici non è crisi economica, bensì crisi della politica

da un’intervista sul Piccolo di Cremona del 1 Settembre 2012

Agosto è appena finito, ma, nonostante le molte tensioni politiche ed economiche che lo hanno attraversato, non si è verificata la temutissima crisi devastante sui mercati e sul rendimento dei nostri titoli di Stato. Certo, lo spread con i titoli tedeschi  ha un andamento altalenante. Certo, diversi soggetti, in Germania, stanno dirigendo una selva di duri colpi nei confronti di Mario Draghi, il governatore della Banca Centrale Europea, reo di aver dichiarato, a inizio agosto, che  la Bce era disposta ad agire, se necessario, con misure eccezionali contro la crisi, anche mediante l’acquisto sul mercato del debito pubblico dei Paesi in difficoltà. Uno per tutti, il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha criticato questa idea, definendola, in un’intervista al settimanale Der Spiegel,  come «un finanziamento degli Stati con una stampatrice di banconote». Di più: il finanziamento della Bce potrebbe indurre alcuni Paesi «all’assuefazione, come se fosse una droga». Una critica assai pesante, quindi. Sullo sfondo, la imminente campagna elettorale tedesca, l’incertezza politica in Italia, le prossime elezioni negli USA, il cambio di guardia politico in Francia, la situazione drammatica della Grecia,  la recessione europea e il rallentamento dell’economia globale eccetera. Una situazione di grande complessità, in cui il nostro Paese cerca di procedere faticosamente, sperando di intravedere una luce in fondo al tunnel: luce che, peraltro, è stata annunciata dal governo, in testa il premier Monti. Parliamo di questi temi con il professor Fabio Sdogati, docente di Economia Internazionale presso il Politecnico di Milano, autore di molte pubblicazioni sul tema e del sitowww.scenarieconomici.com.

 

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Come funziona il libero mercato finanziario: la scandalosa storia della manipolazione del Libor

Sono passati esattamente cinque anni da quando BNP Paribas annunciò in una conferenza stampa appositamente convocata che tre dei suoi fondi non erano in grado di restituire le quote ai sottoscrittori: erano finiti i soldi. E di conseguenza  venne la crisi del credito, vennero i salvataggi con i soldi pubblici, venne l’attacco contro i governi perché la smettessero di spendere e tassare, così da ‘liberare’ capitale finanziario impiegato dai governi stessi affinché venisse restituito ‘al mercato’.

E adesso, dopo cinque anni, questo:

“One of the world’s biggest banks (Barclays) is on the hook for attempting to manipulate interbank borrowing rates. Another (HSBC) is accused of money laundering violations in Mexico alongside… private-banking tax offences. A third (JPMorgan) lost more than $5 billion on a misguided trading strategy. Quite apart from the damage done to the banks’ reputations, and the financial fallout for shareholders, one thing is clear: the ethics of banking are broken… there is some heartening balance in the news that the Co-operative Bank – which prides itself on ethical values – is finally set to approve its purchase of more than 600 Lloyds branches, tripling its size in the process. Might the balance of power be shifting towards ethical banking?”

Patrick Jenkins, Banking Editor del Financial Times, 18 luglio 2012

Ma è questo ‘il mercato’? E’ così che ci si immagina funzioni la ‘mano invisibile’?

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Ed ecco che torniamo alle politiche keynesiane

Il pezzo pubblicato su questo sito il 7 marzo scorso chiedeva esplicitamente “Più Europa, non meno; e più spesa pubblica, non meno.” Dopo poco più di sei mesi la nostra previsione si sta avverando.
Certo non avevamo previsto le forme precise che la crisi del credito avrebbe assunto, né i tempi, e tantomeno la sua gravità. Ma avevamo chiaramente percepito i segni della stagnazione, e mettevamo in guardia contro le tentazioni nazionaliste entro l’Unione Economica e Monetaria.

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Più spesa pubblica, non meno. E più Europa, non meno

Da quasi otto mesi ormai gli effetti della cosiddetta “crisi dei mutui sub prime” appaiono ogni giorno più gravi di quanto non fossero apparsi il giorno precedente. Che la situazione sia enormemente più grave di quanto non si sia stati in grado di prevedere è ormai evidente: basti pensare che il presidente della banca centrale statunitense arriva al punto di annunciare pubblicamente che alcune banche importanti sono sull’orlo del fallimento; che il rallentamento dell’economia mondiale si sta facendo sentire anche su paesi, quali India e Cina, che si pensava sarebbero stati immuni dal ‘contagio’; che, infine, il tasso di crescita previsto per l’Italia nel 2008 è ormai assai prossimo allo zero.

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Liquidità, liquidità e ancora liquidità

Ciò che ci si attendeva si è dunque puntualmente verificato: la banca centrale statunitense ha ridotto di 50 punti base il tasso atteso sui fondi federali, portandolo al 3%; e nella stessa seduta è stato deciso un taglio di 50 punti basi al tasso di sconto, sceso ora al 3,50%.

Frequenza e profondità di questi tagli sono del tutto inusuali. Perché così tanto, perché in così poco tempo? La prima risposta che viene in mente è che la banca centrale statunitense possieda informazioni sullo stato dell’economia statunitense che nessun altro possiede: è possibile, in altre parole, che la Fed sappia che i dati pubblicati ieri sul tasso di crescita del prodotto interno lordo siano non veri, e che effettivamente il paese sia in recessione già dall’ultimo trimestre del 2007, come ultimamente alcuni commentatori hanno affermato?

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La Grande crisi compie cinque anni

Il colosso francese Bnp Paribas convoca una conferenza stampa per annunciare il congelamento di tre dei suoi fondi, per un totale di 1,6 miliardi di euro. Lo stesso giorno la tedesca Westlb congela il fondo Mellon e ammetterà poi perdite per 116 milioni. Anche Commerzbank dice di aver perso sui derivati 291 milioni nei primi 9 mesi dell’anno e Nibc Bank altri 137 milioni, mentre Axa, la maggiore assicurazione francese, dice di avere un “basso” rischio sui derivati ma si scoprirà poi essere esposta per 2,3 miliardi di euro.(…).

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